Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Quinta domenica di Pasqua

“Io sono” (Egò eimì, in greco) è il Nome di Colui che manda Mosè a liberare il popolo di Israele. Così i LXX traducono in greco quello che in ebraico, in realtà, è meno definitorio e meno assertivo. Ehyeh asher ehyeh (Es 3,14) implica una affermazione che non è ontologica, ma che definisce ciò che si è a partire dalla storicità del coimplicarsi, del divenire storico, del farsi per e con il popolo.

In questo senso, la lettura dell’affermazione presente nel vangelo di questa domenica (Io sono la via, la verità e la vita) si apre a considerazioni sempre più provocanti per noi.

La solennità dell’affermazione è data proprio dall’incipit: Io sono. Non si può non pensare ad un riferimento al Nome di IHWH. Siamo di fronte ad una manifestazione di come si deve intendere Dio.

Non viene indicata una via per giungere ad una conoscenza. Gesù propone se stesso come via. La via coincide con la mèta. Il come coincide con il fine. Questa affermazione di Gesù non esclude cammini personali, piuttosto indica che la via è una relazione. Solo entrando in relazione, cominciando cioè il cammino, si arriva alla relazione piena. Anzi, la relazione è piena proprio nel cammino, perché Io sono la via.

La conoscenza che si acquisisce, però, non è altra dalla relazione stessa. Non si giunge ad una verità che sia altrove che non nella relazione. Io sono la verità. La verità e la via sono la stessa cosa. Non si dà l’una senza l’altra. È nella via che si entra in relazione con la verità, la quale altro non è se non la  relazionalità stessa, quella relazionalità che unisce il Padre al Figlio, quella relazionalità nella quale “fin da ora” è possibile entrare. Conoscere il Padre è entrare in relazione, perché Dio è relazione, perché “Dio è amore” (1Gv4,7ss).

In questo senso, non c’è vita al di fuori della relazione. Io sono la vita. Solo l’amore è sorgente, solo l’amore è fecondo. E chi ama crede. Sempre, l’oggetto d’amore è oggetto di fede. L’amato è creduto in quanto tale, non per gli aggettivi che vogliamo attribuirgli. Fede, dunque, è entrare in cammino, è entrare in relazione. Implica un movimento incessante che sempre più ci avvicina all’amato, mai raggiunto, mai posseduto in una verità che non sia la relazione con lui.

Chi crede sa restare lontano. Chi ama sa restare lontano. La relazione implica lontananza, distanza feconda, un venir meno che produce vita.

La donna che partorisce si separa dal proprio bambino. Stabilisce una distanza, che non sarà mai più annullata, da colui che custodiva dentro di sé. Se così non fosse, non ci sarebbe nascita.

È qui la forza dell’amore, nella sua debolezza. Qui è la vicinanza, nella sua lontananza che genera vita, che ci permette di essere ciò che siamo.

“Non sia turbato il vostro cuore”. Non cedete alla nostalgia di ciò che è stato. Nella “casa dai molti posti” ognuno è accolto per ciò che è, così come è, per quello che è.

Basta che si incammini, perché conosce la strada.

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