Frammenti di Cinema # 65

A chi può interessare un film nel quale il regista racconta sé stesso? A pochi, se l’opera si rivelasse un prodotto narcisistico. Eppure, talvolta, abbiamo avuto dei capolavori. È il caso di  (1963) in cui Federico Fellini mette in scena il proprio doppio per realizzare una grande opera sul processo creativo; ma, allo stesso tempo, una memorabile testimonianza di un’epoca e di una comunità. Pretendere queste vette da parte dello spettatore può essere eccessivo. Tuttavia, davvero, si può essere delusi di fronte a risultati inattesi per le aspettative di partenza. È accaduto con Gabriele Salvatores e Il ritorno di Casanova (2023). Più che autoreferenziale, è infantile. Il doppio del regista è un regista in crisi. Tutto il film è tautologico. Ogni domanda che pone contiene già la risposta. Di chi si innamora? Di una donna molto più giovane? Cosa lo ha attratto? Il ritorno alla natura, lei fa la contadina.  Suggestiva è la messa-in-abisso della storia delle riprese di un film ispirato al libro Il ritorno di Casanova di Arthur Schnitzler (Da un suo alto libro, Doppio sogno, Stanley Kubrick trasse Eyes Wide Shut). Ma ci troviamo di nuovo di fronte ad un canone troppo scoperto: la vita vera è in bianco e nero, il cinema (il film su Casanova) è a colori: la finzione è più divertente della realtà.

È curioso che due bravi registi riflettano su stessi nello stesso periodo (sarà l’età). Dopo Salvatores, anche Nanni Moretti ha realizzato con Il Sol dell’Avvenire (2023) un film che racconta dichiaratamente la propria storia. Ma non è un film autobiografico. È un film sul cinema e su una comunità importante nella storia d’Italia, quella dei comunisti del PCI. Il risultato, per quanto ci si possa identificare, è inatteso e questo lo rende commovente. Sottotraccia, racconta la fine di un’epoca. Mi richiama un film, apparentemente diverso, importante nella storia del cinema, L’ultimo spettacolo (1971) di Peter Bogdanovich (non a caso grande critico cinematografico), che è una malinconica metafora della fine del mito americano. Più giovane, ma anche lui ormai maturo, anche Paolo Sorrentino si è cimentato con l’autofiction. Con È stata la mano di Dio, in realtà, ci troviamo di fronte ad una vera e propria autobiografia. L’omaggio a Napoli e ai suoi maestri e mentori artistici anche in questo caso è naturale, autentico, coinvolgente.

Anche in passato altri registi hanno sperimentato un linguaggio meta-cinematografico per riflettere sul proprio ruolo di autori dentro il cinema e l’arte in generale. Due esempi su tutti, Effetto notte (1973) di Francois Truffaut e, dieci anni prima, Il disprezzo (1963) di Jean-Luc Godard, ispirato al romanzo di Alberto Moravia. Si tratta di due pietre miliari. Steven Spielberg, invece, raccontando il suo apprendistato con The Fabelmans (2022) ci ha regalato un commovente omaggio al Cinema. Vedremo se e quali dei film italiani per invecchiamento, come per il vino, resteranno nella memoria degli appassionati ed entreranno nella storia del cinema.

 

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