Da: Le architetture del vuoto – di Diego Scarca

Parte prima
 
(1983-1985)

I
Forse più di lei quel che resta
è la sagoma che compone le cose
riversa nel vetro d’una finestra,
presa per un reale abbandono.

Questo è il tempo.
Dove finisce il suono s’avviano
le luci di due fari che sollevano
dal fondo notturno del viale
il parto torbido della terra:
questo fumo d’infinita ragione.

Il passo di chi fiancheggia l’auto
e bisbiglia all’orecchio del conducente
la strada di un cortile
dove siede, assente,
il corpo inerte di un padrone.

Si spalanca su una corte
l’assottigliato riverbero dei vetri.

Assiepata città
di vani incerti sulla fine.
Se ne va l’immobile foschia
con un tremore sconnesso.

Forse di lei quel che s’appresta
è una lenta agonia.

II
Adesso, nella calma,
si vedon muovere i pali
della luce, i fogli di carta
sui recinti di legno dei cantieri.

Un’altra volta
c’era stato il commento
degli arabi, dei negri.
In un vecchio vano della casa,
le povere braccia,
le gambe lunghe e magre legate,
incominciano i racconti.

E si urtano gli oggetti
finiti sul fondo della strada,
mentre, per errore,
un fruscìo dei rami avverte
chi vi cammina
o da una griglia esala ancora
l’odore tiepido dell’umidità.

Si dissolve il colore
dalle pianure disegnate
nel sonno dell’umanità.
Le creste delle piante
viste d’improvviso
da un punto oscuro
ravvicinate, mute,
perché si possieda in alto
qualche luce della quiete?

III
Alla voce della persona, ignorata,
non risponde che uno stesso sfondo
di suono paziente, vuoto.
Con gesti circospetti
non si fermano gli oggetti
lasciati in un punto.

C’è stato un giorno qualsiasi,
un avvenimento banale:
qualcuno che dormiva
nelle camere di fianco
mentre si parlava.
E continuan le abitudini.

Sul cortile riposano
la nera facciata
e gli archi dei terrazzi.
Da un angolo proviene
una vampata di terrore.
S’arresta il rumore dei fili
della luce sbattuti.
S’apre una corta reminiscenza.

Nello stesso spazio
occupato prima da un senso strano
ora è un cemento d’angoscia.
Sul parapetto del muro di fronte
cade qualcosa,
poi si muove un animale nel fondo.

Arriveranno altri perduti dettagli,
si sentirà l’assenza.
Quando dal vicolo si scorge
un’altra spoglia di ringhiera
e una parvenza di passi sulla ghiaia,
come un pazzo risvolto, si ripete,
nel grembo dell’essere t’assale,
senza speranza,
un incontrastato malessere
così forte che il tempo appare
nella posa arrogante degli oggetti.

Oltre la scarpata,
piani di terra asciutta, martoriata,
i campi dove si tuffi
l’acqua di motori accesi nella notte
e, dietro, il mare.
E’ un disuguale accorgersi
delle distanze.

A volte si sostiene per ore
un manto di oscurità feroce
intorno ad una statua.
Poi non resta che il dissapore
per aver inteso domandare pietà
da un’inutile voce.

IV
Probabilmente mi sbaglio.
Qui c’è la notte e il giorno
come da qualsiasi altra parte.

Sento che al mio fianco
tu ti muovi e non mi lasci
stanco di osservare
le nuvolaglie che si sorridono,
il paradiso terrestre,
quando, un po’ più in là,
all’entrata di un cimitero,
si curano le cicatrici
e, più tardi, al dolce mistero
della luce che muore
risponderanno altri oscuri esseri
che ora riposano,
simili forse in questo
agli amanti disillusi,
sensibili al richiamo soltanto
dei corpi nudi.

Tu resisti indenne al mio fianco
mentre si scuote perennemente
la quercia resa dai colpi fiacca.
Ma tu non dormi il sonno eterno.
Ripresa dagli elementi,
mi porgi allegra la faccia,
il volto fraterno della materia
che si sfilaccia.

V
E dove mi conduce
questa fioca luce che inseguo
vedo quel che non volevo vedere,
o non dovevo,
prendere la forma di un viaggio,
di una lotta.
E in me bruciarmi.

Ero statua inutile,
condannata sin dal principio
ad accartocciarmi adesso nel fuoco,
privarmi di me stessa
per non tornar più in vita.

Scendo tra il vento che mormora,
una bocca di fuoco,
una volta che s’infiamma,
una colonna,
il passaggio d’altri,
una persona che non conosco,
me stesso?
E il fuoco ancora.
Il fondo sconnesso di questa strada.
Ma non ho paura che di fermarmi.

VI
Tutto mi sembra inutile
ai suoi occhi,
anche se stessa.
Mi sembra che si eviti
e ripeta un atteggiamento
che la salva da ogni mio sguardo.

In fondo è contenta
che non ci si veda.
Siamo uno di fianco all’altro:
dobbiamo restare distanti sempre,
perderci nelle frasi
che non significano,
attendere.

Così mi dico:
ha i capelli biondi
e io non li vedo,
ha gli occhi verdi
e sopra di quelli un velo,
ha un profilo che non posso toccare,
un sorriso che non seguo.
E’ presa dai ricordi.
Io non la vedo.

Non c’è una parola che la scuota,
non un’allusione alla mia vita.
E se le dico
“dobbiamo aiutarci”,
se le prendo un braccio e aggiungo
“ognuno si rifugia nel silenzio
ma cos’è il silenzio?”
sorride
come sempre mi sorride.
E il suo sorriso riempe
la stanza buia dove mi conduce
per non guardarci.

Se con la mano le sfioro il viso
e le chiedo di non andarsene ora
e la trattengo
– perché si deve partire?
perché oltre quella stanza
esiste il vuoto? –
sento come ogni mio sforzo
per lei sia un giuoco.

Ed io mi perdo in quella stanza.
Non riconosco la finestra e le tende.
La luce corre forse nella strada,
i fari delle macchine si succedono,
i rumori della primavera,
la gente che si diverte…
Perché non m’ascolta?
Io non ho tempo per spiegarmi.
Mi dirà che il tempo passa.
La sento addormentarsi.

VII
Nessuno sapeva
che mi ubriacavo tutte le sere,
che ero un ubriaco
che dormiva all’aperto
dove meglio credeva.

Dove dormo stasera?
Che debbo fare?
Perché ho scelto di non tornare?
Io sono in questo punto, inerme,
in cui non credendo a me stesso
non credo a nessuno.

Su una panchina, sulla terra,
in mezzo al prato del parco elegante
dove nel pomeriggio, in città,
ho accompagnato con lo sguardo
qualcuno.

E sento abbattersi
su di me la luna.
E al cielo stellato, orfano,
credo d’essere dilaniato…
Scorto da me stesso,
a me sufficiente,
tra poco, adesso,
gioire.

La terra tra i miei capelli
ridere, riavermi.
E come vermi nella zolla,
la confusione che s’avvera,
un mio arto morire,
l’altro sollevarsi,
ingigantire.
Mille occhi sparsi spiarmi
nell’oscurità nuova che s’apre,
e a me sorridere, spaventarmi.

Ora è un grumo di piacere
che scopro.
E da un muro che crolla
su un’altra parte della notte
isolata, dimenticata,
che m’appare,
gridare.

Diego Scarca, nato a Pinerolo (Torino) il 6 novembre 1959. Nel 1983 si è laureato in Lingue e letterature straniere moderne presso l’Università di Torino con punti 110/110 lode e dignità di stampa con una tesi su Il primitivismo in Francia negli anni della Rivoluzione e dell’Impero (relatore: Lionello Sozzi), dopo essere stato borsista del Governo francese a Parigi dall’ottobre 1982 al giugno 1983.

Libri:
L’albero della civiltà. Primitivismo e utopia in Francia tra Sette e Ottocento, Genève-Paris, Slatkine, 1990.
 
Agli antipodi dell’Occidente. Letteratura di viaggio e antropologia (1789-1815), Paris, Champion, 1995
Narrativa:
Scherzo parigino (romanzo), Torino, Edizioni Angolo Manzoni, 2006
 
Lettere a Mefistofele (romanzo), Torino, Edizioni Angolo Manzoni; pubblicazione prevista per la fine del 2007.
Poesia:
Architetture del vuoto, Torino, Edizioni Angolo Manzoni, 2007
dare.

2 pensieri su “Da: Le architetture del vuoto – di Diego Scarca

  1. Carla

    Meravigliosi questi versi:

    “Si spalanca su una corte
    l’assottigliato riverbero dei vetri”

    ciao Marino,
    buona serata.

    Rispondi
  2. marino

    Una gran bella voce, sono d’accordo Carla.
    Ringrazio Diego e Enzo Barnabà che ha gettato questo ponte.

    Rispondi

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