
di Giulio Bruno
“The Old Oak” dell’87enne Ken Loach (“Stavolta vi do speranza, poi mi ritiro”). L’integrazione sociale problematica, la gratuità capricciosità del male, l’indifferente egoismo dell’uomo, la disillusione e la desolazione di una vita di fallimenti, da un lato; la fratellanza umana, il discreto affiorare di un fremito di speranza, dall’altro: molti sono i temi che Ken Loach tratta nel suo ultimo film, il piccolo capolavoro ‘The old oak’, con la sua delicata grazia, smisurata e al tempo stesso misurata, quasi sussurrata, mai compiaciuta.
T.J. (un essenziale Dave Turner), uomo fondamentalmente buono, impegnato nella gestione di un vecchio pub (the old oak, appunto), che con pacata rassegnazione subisce i gravi disagi della propria esistenza, e Yara (un’intensa Ebla Mari), una ragazza siriana fuggita con la madre e i fratelli nella contea inglese di Durham, sono i personaggi principali intorno ai quali ruota la vicenda narrata. T.J. offre sin dai primi fotogrammi, che coincidono con l’arrivo della ragazza siriana nella piccola cittadina in cui vive T.J., il proprio concreto e sincero sostegno a Yara, che è animata da una serena indomabilità di carattere e dal fiero sogno di una feconda fratellanza umana. T.J. già si è salvato una volta dal suicidio grazie all’improvviso comparire di una affettuosa cagnolina, Marra, che egli ha tenuto con sé sino a quando non è stata sbranata, per il puro balordo capriccio di un ragazzo del posto, dall’aggressivo cane di quest’ultimo. ‘Marra’ significa ‘amico salvifico e premuroso’, spiega T.J.. Annientare o salvare l’altro sono le due opzioni estreme che si presentano all’essere umano, risolte, di volta in volta, con superficiale indolenza, con indifferenza egoistica, con capricciosità immotivata (quest’ultimo è il caso dell’uomo del sottosuolo di Dostoevskij) – quando la scelta cade sull’annientare – con la gentilezza malinconica ma risoluta, con il sereno coraggio, con la fattiva e altruistica abnegazione – quando si sceglie di salvare. E, se è T.J., inizialmente, a ‘salvare’ Yara, con la sua pacata ed operosa premura, favorendo l’inserimento della ragazza e della sua gente, sono Yara e la storia tragica della famiglia della ragazza a salvare T.J. dal baratro nel quale lo stanno precipitando i suoi fallimenti. La speranza di un mondo affratellato emerge, nel finale, con quegli stessi tratti di delicatezza e discrezione – sino a lasciar pensare quasi ad una intima coessenzialità di speranza e delicatezza – che connotano il carattere del buon T.J.. E, come questi appare marchiato dai segni incancellabili delle proprie disgrazie, ma rischiarato dalla luce della propria bontà e dai potenti riflessi dell’utopia fortemente possibile di Yara, così quella, la speranza di una umanità solidale, mostra di poter attingere linfa soltanto dalla tragicità dell’esistenza: è da questa che, finalmente, sgorgano – forse per un misterioso e benevolo intervento del Caso – trasparenti e fecondi rivoli di una pur timida e contenuta partecipazione ai dolori degli altri esseri umani. Potrebbe allora dirsi che aiutare il prossimo ha un sicuro ritorno, una certezza, o una probabilità importante, di futuro compenso? No, non è questo il messaggio che intende dare il film: sarebbe piuttosto banale. Ma provarci, perché no? Davvero un eccellente film, direi.

La recensione del film ” The old oak” di Giulio Bruno è, non solo esaustiva , ma, soprattutto di una profondità che diventa sorgente di altre concatenate riflessioni che portano a pensieri altamente propositivi.
Grazie, Giuditta Viscardi.