Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

IV dom. Pasqua B

[Gv. 10,11-18]

 

?Troppo spesso, la tradizione cristiana ha dato al “Buon Pastore” un senso pietistico. Quel “buon” è stato inteso come connotazione morale, nel senso di “colui che è buono, che non fa del male”. In realtà, il termine greco è “kalòs”, “bello”, che non indica una caratteristrica estetica ma, piuttosto, una efficienza. Il buon pastore, insomma, è colui che fa bene il suo mestiere di pastore.

Questa efficienza, nel vangelo di Giovanni, è espressa con una “appartenenza”. Il pastore è buono perché le pecore gli “appartengono”. Ogni appartenenza è identificata dal soddisfacimento di alcuni criteri che caratterizzano tale appartenenza. In questo passo di Giovanni, l’appartenenza è caratterizzata dalla “conoscenza” reciproca fra pecore e pastore.

« Conosco le mie pecore ed esse conoscono me».

Quando usiamo il termine “conoscere”, in genere indichiamo un rapporto fra un soggetto conoscente ed un oggetto conosciuto (o da conoscere). Si tratterebbe, quindi, di una posizione esterna, quasi contemplativa, in cui l’oggetto resta esterno al soggetto conoscente.

Qui non è così.

Questa conoscenza passa attraverso una « esperienza dell’oggetto nella sua relazione al soggetto [conoscente]» (C.H.Dodd cit. in Atelier Evangile).

È la relazione che determina la conoscenza, che non potrebbe sussistere senza un desiderio reciproco. È la relazione che determina lappartenenza; fuori della relazione nulla si può fare.

In questa relazione, il pastore esprime tutta la sua efficienza, rivelandosi come un “buon pastore”: mette in gioco tutta sua vita, per le pecore.

Il termine greco ancora una volta ci aiuta: la parola tradotta con “vita” non è “zoè” o “bìos”, che indicherebbero una vita intesa materialmente, ma “psichè” (che traduce l’ebraico “nefesh”), cioè una vita tutta intera, completamente, fino in fondo. Il pastore mette in gioco tutto di sé, fino all’estremo, in nome di quell’appartenersi reciproco che stabilisce la sua relazione con le pecore.

In Ezechiele (cap. 34) è IHWH stesso che si propone come unico pastore per Israele, come pastore efficiente e capace di condurre il gregge. « Io sono il buon pastore» detto da Gesù, introduce un terzo elemento nella relazione pastore-pecore: l’origine, il Padre.

Gesù assume, per sé le prerogative del buon pastore, perché conosce le pecore e le pecore conoscono lui «come il Padre conosce me e io conosco il Padre».

Questa conoscenza, che è esperienza relazionale, è totalmente radicata nell’assoluta alterità. Qui la conoscenza è vera, ma qui la conoscenza sfuma, restando l’altro assolutamente inconoscibile in senso pieno. Gesù non annulla tale alterità del Padre, ma si pone come termine medio fra l’origine e la relazione originata, fra Dio e l’uomo. In Gesù, questa relazione conoscitiva fra me e il Padre è possibile, la mia relazione con lui apre alla relazione con il Padre, che resta inconoscibile in senso pieno.

Come spiegare questa conoscenza senza annullare la totale alterità fra soggetto ed oggetto? Solo una relazione amorosa può darcene ragione.

Solo l’amore conosce, perché “Dio è amore” (1Gv, 4,7). Ogni atto d’amore, che  pone la vita in gioco, è espressione della conoscenza e della relazione con l’Amore che resta totalmente altro. In Gesù, che ha posto la sua vita in gioco totalmente, questa espressione è non solo massima, ma anche feconda, perché rende possibile ogni altra esperienza amorosa. A partire da questo mettersi in gioco, anche la mia vita può essere messa in gioco; ed ogni volta che questo accade “conosco” come anch’io “sono conosciuto”.

Fuori da una relazione d’amore non c’è conoscenza, perché ogni relazione che non sia amorosa è una relazione di possesso, che tende a fare dell’altro un oggetto da “possedere”, anche solo in termini di conoscenza. È l’amore che rende possibile la “conoscenza” dell’altro senza annullarne la totale alterità, senza alterare le differenze; perché solo l’amore sa cogliere l’altro per ciò che è, senza la pretesa di ridurlo a sé. L’amore si accontenta della relazione con l’altro, collocandone la conoscenza nello spazio vitale che lega e separa me dall’altro. Solo in questo “fra” è posta la profondità, l’altezza e la larghezza della relazione che lega me, in questo orizzonte finito, all’origine, che, nella sua infinita differenza e lontananza,  pure sa farsi così prossima, da essere più me di me stesso.

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