[At 1,1-11; Ef 4,1-13; Mc 16,15-20]
«Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» [Atti degli Apostoli]
«A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto: “Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini” ». [Lettera agli Efesini]
«Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro» [Vangelo di Marco]
Noi amiamo il luogo che abitiamo, amiamo il tempo che viviamo. Questo luogo e questo tempo sono l’occasione di relazioni, di prossimità, di vicinanza, che ci restituiscono, in qualche modo, il senso di ciò che siamo, ci fanno vivi, qui ed ora. Definiscono una appartenenza.
È bello tutto ciò ed ha significato. Solo che questo luogo e questo tempo sono anche il nostro limite, il nostro confine invalicabile.
Non abitiamo che “questo” spazio, non viviamo che “questo” tempo; ma questo spazio non è tutto lo spazio, questo tempo non è tutto il tempo.
Abbiamo un limite ed un confine oltre ai quali ci è difficile dire “Io”.
La Festa dell’Ascensione di Gesù ci propone un “non-luogo”, ci prospetta un “non-tempo”.
Non riusciamo ad immaginarli se non come proiezione di “questo” luogo e di “questo” tempo, ma ci rendiamo subito conto di quanto questa proiezione sia falsa ed insufficiente. Non è un prolungamento del qui o uno stiracchiamento dell’ ”ora”. Il non-tempo e il non-luogo sono territori esplorabili solo dal desiderio, che riesce a spingerci nell’inesplorabile.
Oltre lo spazio e oltre il tempo c’è il situarsi dell’alterità. Quanto l’altro è altro, tanto il suo luogo non è “questo” luogo, il suo tempo non è “questo” tempo. Altro modo di concepire il tempo e lo spazio appartiene alla realtà dell’amore. Altra prossimità di luogo e di tempo. Non-qui non vuol dire da nessuna parte. Non-ora non vuol dire mai. Sono altri modi di nominare l’essere-presso. Non-qui è anche qui. Non-ora è anche dopo e anche prima. Abitare il non-tempo è essere presenti nel cuore di “questo” tempo. Abitare il non-luogo è essere più prossimi a noi di noi stessi.
Il giorno dell’Ascensione compie la Pasqua ed apre alla Pentecoste.
Si compie il mistero di una appartenenza che non sia possesso e non sia violenza.
Non è forse così ogni atto d’amore che sa restituire all’altro ciò che è, senza pretese di assimilazioni o di false fusioni? Chi ama non sa tirarsi indietro perché l’altro esprima ciò che è?
Si apre una concretezza che non riposi nel ricordo, ma diventi ardore di desiderio che vive dove non viviamo, che ci porta dove non sappiamo andare, che ci abita fecondando i deserti delle nostre esistenze.
Non è così concreto l’amore da dare spessore e senso alla nostra esperienza? Non ha, l’amore, il profumo di una ulteriorità che inebria e attrae?
Il non-tempo della Resurrezione si radicalizza, assumendo in sé questo nostro tempo.
Il non-luogo dell’Ascensione attrae tutta la creazione. Così, questo tempo e questo spazio che abitiamo diventano Storia, la nostra storia, che, nel momento in cui si scopre non bastante a se stessa, viene fecondata per partorire, oltre se stessa, una novità di creazione, una umanità nuova, che dalla frattura della lontananza, trova la radicalizzazione della prossimità.
Questa assenza è la rottura che partorisce la fraternità, è lo squarcio nel tempo e nello spazio, che ci permette, tutti, in questo tempo e in questo luogo, di chiamarci fratelli.


Che bella questa meditazione! Grazie. Un bel dono al termine del giorno dell’Ascensione.
Grazie