
di Pasquale Vitagliano
L’ultima raccolta di Giovanni Nuscis, Il tepore che resta (Arcipelago Itaca, 2024) è la leggenda di un bevitore poeta, santo per devozione antica alla parola in versi, peccatore per ostinata e impenitente ricerca di una incarnazione nella vita pratica quotidiana. Sono nella parola che mi giunge/ e mi pervade col suo carico/ grandioso di mondo/ miracolosamente emerso/ da un umile suono. Dentro questa costante oscillazione tra reale e ideale, la sua poesia è profondamente civile, tanto nel senso di essere autenticamente pregna di un’aspirazione al cambiamento della realtà, quanto nel segno di un distintivo tratto di gentilezza e cura. Ecco che leggenda è sia racconto di questo impegno intellettuale, sia dicitura che spiega come trovare la poesia nella vita concreta. Se non fosse per gli sguardi inarresi/ le menti indocili, la fede/ che spinge a cercare tra macerie/ la piccola pepita del vero/ che ci illumina e commuove,/ cosa sarebbe la vita?

Divisa in cinque sezioni, questa opera matura del poeta Nuscis perlustra dolori intimi e fallimenti collettivi, rinascite emotive e riscoperte di luoghi di vita. Da anni conosco e apprezzo i suoi versi che si distinguono per precisione espressiva e forza raziocinante. Mediati dall’impegno militante degli ultimi anni hanno assunto uno spessore epico, senza che ne sia intaccata la naturale semplicità. La forza poetica è tranquilla. La loro vitalità non è disperata ma lucida e feconda. Ripeto spesso che l’anima nel mondo la troviamo in ciò che resta quando tutto è trascorso. Anche la poesia di Nuscis lo conferma. E ciò che resta è ciò che alla fine ci riscalda. Niente di tutto questo può rivivere/ ma gli umili pixel d’un vecchio schermo/ sono lì/ con la loro parvenza di reale./ Tu sei l’anfratto, la cavità/ dove il tepore resta/ di quel che è stato.
