di Stefanie Golisch
Il potere è una costante della convivenza umana, che nella sua forma originaria si pone come questione di sopravvivenza. È la valutazione a cui giunge lo scrittore e premio Nobel per la letteratura Elias Canetti, nella sua opera principale Massa e potere del 1960. Nel contesto delle sue ricerche storiche-culturali, la quintessenza del potere si colloca nel preciso istante in cui la vita trionfa sulla morte. La sua pressoché illimitata adattabilità a delle circostanze più diverse, lo predestina, tuttavia, a giocare un ruolo determinante in tutte le nostre relazioni.
In realtà, chiunque oggi faccia ricerche sul tema del potere in rete, difficilmente viene confrontato con delle domande esistenziali. Piuttosto appaiono siti legati al mondo imprenditoriale, in particolar modo del business coaching. Il potere, in questi contesti, si chiama leadership ed è connotato positivamente, essendo il suo esercizio finalizzato a ottimizzare la gestione aziendale.
Tra questi due poli – la prova della sua crudeltà sociale e l’affermazione della sua convenienza – le manifestazioni del potere emergono in infinite costellazioni evidenti e meno evidenti. I suoi effetti più significativi si manifestano, tuttavia, sempre laddove i suoi meccanismi rimangono nascosti. In altre parole: ovunque.
In questo senso, si può definire il potere come una qualità invisibile delle relazioni umane, descrivibile non al livello fenomenologico, ma solo attraverso gli effetti che genera. In qualsiasi contesto ci si incontra, il potere è sempre in gioco. Dal primo secondo. Chiunque può verificarlo nelle proprie esperienze quotidiane, ovviamente, a condizione che sia disposto a farlo. Del resto, gli conviene tenere per sé le sue osservazioni perché rivelarle equivarrebbe a infrangere un tabù che potrebbe mettere a dura prova la rispettiva relazione. Infatti, il prerequisito affinché questa possa durare è che il rapporto di forza che la determina rimanga inespressa. È in questo dilemma di insincerità che viviamo.
A differenza di epoche passate, in cui il potere generalmente era considerato un privilegio indiscusso delle classi dominanti, il potere oggi, a meno che non venga reinterpretato in senso affermativo come responsabilità per un’impresa o per il bene comune, è spesso connotato negativamente. Molti penseranno, probabilmente, all’abuso di potere nella chiesa e nelle istituzioni sociali, così come alla violenza contro donne e bambini, cioè a quelle varianti di un rapporto di potere che si basano sulla disuguaglianza oggettiva e che costituiscono un rapporto di dipendenza.
In linea di massima vale che, ovunque si manifesti, il potere non può mai essere distribuito equamente, essendo l’essenza del potere la lotta per il dominio. In altre parole, una volta risolta la questione, esso scompare, ma solo per resuscitare immediatamente in sempre nuove costellazioni. Perché il potere è furbo. Non è facile cacciarlo dalla nostra vita.
“Non c’è comunanza tra gli uomini. Ci sono solo quelli che esercitano il potere e quelli che lo subiscono”, scrive lo scrittore Kurt Tucholsky con melanconico cinismo. Ma non dovrebbe essere possibile almeno riconoscere i meccanismi di potere e sottomissione che determinano le nostre relazioni? Se è vero che il potere si articola in modo più efficace laddove questo rimane sconosciuto, allora questa cognizione sarebbe il primo passo necessario verso la rottura di quel circolo vizioso tra esercizio e concessione del potere. Solo quando riusciamo a esautorare il potere, indipendentemente dal fatto che esso agisca attivamente o passivamente in noi, sarà possibile superare i nostri condizionamenti e incontrarci come persone libere – perché in una relazione, né chi esercita il potere, né chi si sottomette ad esso potrà mai essere libero.
Con ogni probabilità, il tipico uomo di potere sarà stato sottomesso egli stesso durante l’infanzia e quindi modellerà le sue relazioni successive secondo questo stesso modello al fine di nutrire continuamente la sua autostima. La persona, invece, che si sottomette alla volontà di un altro, per ragioni in fondo paragonabili, avrà interiorizzato la degradazione a oggetto e si sarà assestata nel ruolo della vittima. L’interazione dinamica tra narcisismo e potere è modellata in parti uguali dalla brama di potere del più forte e dal bisogno di sottomissione del più debole. Il fatto che né l’uno né l’altro siano consapevoli dei meccanismi fatali dei propri modelli comportamentali è il presupposto per l’efficacia dell’esercizio del potere.
È probabile che questi due prototipi si incontreranno durante la vita in sempre nuove costellazioni: nelle amicizie, nelle relazioni amorose e sul lavoro. L’uno compenserà il suo complesso di inferiorità assumendo il ruolo del forte, l’altro stabilirà la sua autostima identificandosi con colui che lo spinge a fare cose che non farebbe mai volontariamente – una fatalità che il sociologo Max Weber riassume nella sintetica formula: “Potere significa ogni possibilità di affermare la propria volontà all’interno di una relazione sociale, anche contro le resistenze, non importa in che cosa consistano.”
L’esperienza vissuta dimostra che, una volta che i “partner giusti” si sono trovati, è quasi impossibile rompere i meccanismi di un tale modello di relazione, soprattutto se “funziona” per entrambe le parti.
Esercitare il potere in modo efficace, a meno che non si tratti di un rapporto oggettivo di dipendenza, richiede dunque il tacito accordo di tutti coloro che ne sono coinvolti, e quindi l’unico modo per superare i ciechi meccanismi del dominio è il dissenso categorico: Io non ti do il diritto di dominare me e neppure intendo dominare te.
Un tale processo di trasformazione o guarigione può iniziare solo nelle nostre relazioni personali. Questo cambiamento, per quanto improbabile possa sembrare al momento attuale, è l’unico modello per esautorare, in un prossimo passo, il potere politico.
Da sempre, le strutture di dominio determinano la nostra vita al livello sociale e politico. Fu solo con l’Illuminismo e la Rivoluzione francese, che tradusse le sue proclamazioni in azione politica, che la questione della sua legittimità fu sollevata apertamente. Le scienze sociali che si sono costituite nella seconda metà dell’Ottocento forniscono delle analisi fondamentali sul funzionamento del potere e del governo istituzionalizzato che fino ad oggi non hanno perso la loro validità.
Con la digitalizzazione, che negli ultimi decenni ha cambiato radicalmente il nostro modo di percepire e di vivere la realtà, la questione del limite del potere si pone in modo sempre più urgente. Processi tecnologici altamente sviluppati rendono possibile il controllo dei flussi d’informazione al livello globale, permettendo alle élite autoproclamate di manipolare le menti delle persone in modo sempre più raffinato.
Nel fare ciò, questi governanti globali – non diversamente da amici o familiari manipolatori – confidano nell’occultamento. Al fine di fare il miglior uso possibile del loro potere, indipendentemente dal rispettivo contenuto, la strategia vincente consiste nel far credere ai destinatari di essere complici e cioè di determinare le proprie scelte, non importa che si tratti di un’elezione presidenziale o dell’acquisto un paio di jeans di marca.
In generale si può dire: più raffinate sono le tecniche di manipolazione, più difficile è posizionarsi contro il consenso schiacciante delle masse. Per chi non ha la sana abitudine di riflettere sul proprio comportamento, può risultare addirittura più facile compensare la sua impotenza con la sottomissione volontaria.
Sono le stesse costellazioni che si verificano nelle nostre relazioni personali che ritroviamo a livello sociale e politico, cioè il bisogno psicopatologico di entrambe le parti di riprodurre un modello comportamentale collaudato che trova una momentanea pacificazione in un patto silenzioso.
Va da sé che un tale pseudo-bilanciamento di interessi patologicamente intrecciati non risolve il problema. Più uno s’identifica con la propria sottomissione, meno sperimenterà se stesso come soggetto e più violenza l’altro userà per continuare a controllarlo. Da questa dinamica deriva il fatto che il potere, per sua natura, tende a crescere. Infatti, il bisogno infantile di essere amato e ammirato costringerà la parte più forte di non soddisfare soltanto i propri bisogni, ma anche quelli delle sue vittime: un vortice dal quale è pressappoco impossibile uscire.
I conflitti relazionali irrisolti che sono alla base di ogni rapporto di potere individuale e collettivo sono il motivo perché esso è incapace di limitarsi. Infatti, la storia insegna che dopo una fase di consolidamento, il potere tende a staccarsi progressivamente dai suoi contenuti per mettere se stesso al loro posto. Il culto della personalità, comune a tutti i sistemi totalitari, è l’esempio più palese per questa degenerazione. Il vuoto di significato che ne deriva è l’indicatore infallibile del declino di imperi, di dittature e forse dei sistemi democratici di tipo occidentale come li conosciamo.
Una via d’uscita da questo circolo vizioso è possibile soltanto a condizione che ognuno di noi si renda consapevole del proprio ruolo in essa. Non gioco più. È questa semplice frase – e tutte le conseguenze che ne derivano – che potrebbe segnare l’inizio di un nuovo capitolo della storia.


Bello e profondo il pezzo che hai scritto cara Stefania, ha tutta l’autorevolezza e la profonda
riflessione da autentica poeta che va oltre la filosofia, la sociologia ed altre scienze
Cara Stefanie, la tua analisi del potere in tutte le sue implicazioni apre enormi interrogativi sia personali, sia sociali e politici. Mai come in questo momento storico in cui le democrazie sembrano fortemente indebolite e messe in discussione è necessario chiedersi perché il potere risulti così attrattivo, nonostante i tanti esempi storici ci dicano il contrario. Sembrerebbe quasi che sempre più individui scelgano di assoggettarsi al potere rinunciando all’unica via di salvezza in loro potere (pardon per il gioco di parole) e cioè la capacità critica, per sentirsi, per quanto sudditi, facenti comunque parte del potere stesso. Il potere infatti, sia esso esercitato nei rapporti personali, sia in quelli sociali e politici, non tollera la critica. Grazie per le tue stimolanti riflessioni, sempre lucide e profonde