«In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni annunciava la buona novella al popolo. » [Lc 3,10-18]
La domenica della gioia: « Rallegratevi sempre» dice s. Paolo ai Filippesi « ve lo ripeto ancora, rallegratevi», usando lo stesso verbo che, in greco, l’angelo usa nel saluto a Maria.
È una gioia che è frutto della fecondità della storia, che, a sua volta, dalla gioia è fecondata perché partorisca.
Stai contenta. Siate contenti.
Si può essere contenti? abbiamo il diritto di parlare di gioia mentre ogni giorno centinaia di persone muoiono? Mentre uomini e donne e bambini sono cancellati come fossero disegni venuti male. Come si può gioire? Come si può gioire se ogni giorno scoppiano nuovi focolai di guerra con tutto il carico di miseria e distruzione che si portano dietro? Oggi non è più semplicemente questo o quel popolo ad essere straziato: è l’essere umano che viene continuamente negato, nel momento in cui si nega ad un popolo la possibilità di esistere, per motivi etnici, culturali o religiosi. Ed anche dove non c’è guerra dichiarata, interessi di parte o individuali negano diritti e negano l’esistenza a milioni di persone che non hanno lavoro, casa, possibilità di essere curate. Sistemi economici che considerano l’altro solo nella misura in cui è utile alla produzione, lasciando famiglie affamate, proponendo modelli di vivibilità strumentali solo al mantenimento di uno status quo che asseconda l’interesse dei pochi, non curando affatto il bene comune. Una ingordigia irrefrenabile detta le leggi dello sfruttamento a tutto campo: la natura e gli animali, gli uomini e le donne che lavorano.
«Che faremo?».
È una domanda che va dritta al cuore del problema. Non si chiede a Giovanni: “Chi sei?”, ma “Che fare?”. È una domanda che ha uno spessore storico, operativo, fecondo. Di fronte alle accuse di Giovanni (“Razza di vipere”), la domanda è: «Che fare?».
È la “folla” che pone per prima la domanda. Una massa di gente senza distinzioni particolari. E, senza distinzioni particolari, Giovanni indica la via: «Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha». È la capacità di condivisione il primo segno di libertà e di salvezza? Forse, si può andare anche oltre: nella lettera ai Filippesi, Paolo invita all’affabilità (“La vostra affabilità sia nota a tutti”). “Affabile” vuol dire, propriamente, “disponibile al colloquio”. Dunque, Paolo chiede di essere affabili, di ridere con chi ride e piangere con chi piange. Di condividere l’umanità di tutti essendo accanto a tutti. Una umanità piena. Concreta e bella. In cui l’altro non è nemico e neanche inciampo. Si è disponibili al colloquio anche assumendo le fatiche, i dubbi e le domande dell’umanità, le attese, le disperazioni e le speranze e qui, nella concreta bellezza di questa storia, osare la Speranza contro ogni speranza. Speranza condivisa, come le tuniche.
Luca procede. E scende nei particolari. Agli esattori delle tasse per conto di Roma, i pubblicani, che ponevano la stessa domanda, dice che non devono vessare la gente chiedendo più di quanto sia stato fissato. E ai soldati che ugualmente chiedevano «Che fare?», risponde che devono accontentarsi delle paghe ricevute senza arraffare bottini ingiusti, togliendo a chi ha già poco anche il poco che ha.
Giovanni Battista pone tutto in una prospettiva che supera la contingenza dell’oggi. Non sia l’istinto di sopraffazione e di autoaffermazione a guidarvi: sta arrivando il tempo in cui le maschere cadranno e voi apparirete per quello che siete. Sta arrivando il tempo dello Spirito e del fuoco. Questo sarà il battesimo definitivo, attuato nella carne della storia, lì dove lo Spirito rende vivi e il fuoco corrobora, purifica e scalda. Spirito e fuoco sono i segni della novità in arrivo. Ed è una buona notizia.
La buona notizia è che questa storia, così com’è, è salvata. Questa nostra storia, proprio questa con le sue prepotenti manifestazioni di morte, con la sua umanità fallimentare, tesa solo al profitto, avara di relazioni, mascherata di solidarietà. Qui, nella nostra condizione attuale, ognuno è liberato da pesi inutili per vivere la libertà di Spirito e fuoco.
Non sono risolti i problemi che noi stessi abbiamo creato, le persone continuano a morire, ma in queste nostre mani, le stesse che potrebbero essere cariche di morte, è posta la novità che salva e libera.
«Che fare?» ognuno si interroghi e abbia coraggio.
Poi, la domanda si fa attesa. E la “folla” diventa “popolo”. L’indistinto si connota in una unità, un tutt’uno. È l’attesa che compie questa mutazione? È nell’attesa che la folla diventa popolo? E il popolo, nell’attesa, non chiede più all’esterno, ma “si interroga”. Sposta la domanda dentro di sé. “È questo l’oggetto del mio desiderio?”. “È verso questo punto che la mia attesa si volge?”.
Il Battista coglie la domanda, la legge e dà la sua risposta. La vostra attesa si compie in colui che vi battezzerà in “Spirito e fuoco”. Ogni compimento sarà nello smisurato ampliamento del desiderio. Che altro è lo Spirito se non l’anima che rende vivo il mio desiderio profondo? Che altro è il fuoco se non l’ardore che mi consuma e mi rinvigorisce la domanda?
«Che fare?».
Ecco la buona notizia: in questa domanda c’è già l’inizio delle risposte. In questa storia, così coperta di cenere, al fondo del suo cuore, c’è Spirito e fuoco, c’è vita, c’è desiderio.
Si può non essere contenti? Possono i nostri occhi restare ancora chiusi?
Abiti in noi il coraggio, il coraggio della speranza, il coraggio della gioia.

