
“Cosa hai fatto tutti questi anni? Sono andato a dormire presto la sera”. In C’era una volta in America di Sergio Leone, Robert De Niro cita la Recherche di Marcel Proust. È il sigillo che il regista italiano vuole dare al suo omaggio personale ed epico alla memoria. Il cinema, tuttavia, si è occupato più della memoria come funzione che come sentimento. Da questo punto di vista, Memento (2000) di Christofer Nolan è una pietra miliare. Il protagonista usa il proprio corpo come block-notes per ricordarsi nomi, vie, date fondamentali. Ne L’uomo senza sonno del 2004 diretto da Brad Anders, di cui abbiamo già scritto in relazione al tema del corpo, uno strabiliante Christian Bale non sa di aver perso la memoria e dentro questo vuoto sta tutto il senso del film.
In molti altri film centrale è il nesso con la malattia. In Poetry (2010) del sud-coreano di Lee Chang-dong, la protagonista subisce delle amnesie per effetto di un incipiente Alzheimer. Anche le dimenticanze di Liam Neeson in Memory (2023) di Martin Campbell sono patologiche. Atom Egoyan in Remember, invece, parte dalla malattia per una coraggiosa riflessione sugli effetti distorsivi della memoria, capaci di giungere a ribaltare colpe e responsabilità. Ecco che due film molto singolari si azzardano a metterne in dubbio la rilevanza nella nostra stessa vita. Nel delicatissimo Memory (2023) di Michel Franco una inattesa storia d’amore tra una persona affetta da demenza precoce e la sua badante sperimenta con molta naturalezza che a volte perdere la memoria può aiutarci a guardare il mondo con occhi nuovi. In Memoria (2021) del thailandese Apichatpong Weerasethakul, il personaggio chiave della storia afferma che sta cercando di vivere qui e ora senza muoversi mai, senza fare esperienze, perché così non si alimentano i ricordi che ci fanno vivere male.
Nel 1927 mentre trafugava oggetti nel cimitero ebraico di Torino venne arrestato un barbone privo di memoria, divenuto famoso come lo smemorato di Collegno, dal luogo del manicomio dove venne ricoverato. Successivamente venne rivendicato da due famiglie, i Brunelli e i Canella, persino con un seguito processuale. Questo legame tra memoria e identità introduce un tema molto pirandelliano, ma si offre anche a rivolti di comicità. Memorabile è Totò, appunto, nello Smemorato di Collegno, a fianco di due grandi spalle del tempo, Nino Taranto e Macario, diretti da Sergio Corbucci. Chi non ha mai fantasticato di smarrire la propria identità e magari poi ritrovarsene una nuova fatta di ricchezze e fortuna. La memoria a questo serve, a farci tornare alla nostra casa di sempre. A volte, purtroppo.

Leggo e rileggo: mi piace!