
Nota di Maria Grazia Palazzo
Quest’opera di Francesco Cagnetta, Insolvenze (La Vita Felice, 2024), avvocato molfettese, classe 1982, con precedenti pubblicazioni monografiche e in collettanee, anche per blog letterari, e pregevoli riconoscimenti, si annuncia, già dal titolo, un lavoro tagliente, di sicuro impatto emotivo, a tratti crudo, senza sconto, eppure profondamente umano. La poesia contemporanea in cui si iscrive la scrittura poetica di Insolvenze, libera dal fardello ideologico di eredità di accademie, è una scrittura nuda ma anche antica. Il mal di vivere che la attraversa rifugge da maschere e orpelli, nessuna rincorsa orgogliosa o narcisistica di traguardi sociali da esibire. Qui la poesia ha altra scaturigine, drammaticamente incombente, l’appartenenza generazionale di chi non lascerà segni visibili di sé, progenie, quella realtà che nella cultura magnogreca era tutto. Qui Francesco Cagnetta indaga le ombre, le apnee, la precarietà delle nostre vite, le domande senza risposta.
È su queste carni che hai cantato la mia assenza
Tu, Giove e tutti i soldati del firmamento,
la vostra sveglia al mattino
è indossare l’elmetto, scendere in guerra
senza sapere a chi portare il pane
per chi andare a morire.
(pag. 11)
***
Di questi doppi senza dinastia
resteranno scudo le mie ragioni
e resteremo sete finché figli saremo
confessioni inciampate
sulla linea del discorso
E ci accoppieremo come sigilli
misurando il confine del corpo
con le facce consumate
da un piacere geometrico
chiuso nel limite dell’io
e resteremo prigionieri
in un dialogo senza ritorno
con le mani tese dai finestrini
per raccogliere a mezz’aria
le nostre primogenite sfioriture
(pag. 13)
Si avverte il senso di una sconfitta, la tensione quasi mistica del vivere verso una liberazione che, tuttavia, non s’intravede. Il linguaggio evoca il punto nevralgico di un viaggio esistenziale per farsi quasi elegia post-moderna. Le immagini sono forti, – con le mani tese dai finestrini – le parole scelte come rintocchi secchi, piene di assonanze, allitterazioni – di questi doppi – quasi profezie – e ci accoppieremo come sigilli – ecc. È una poesia che scava e il modo che usa per entrare nella ferita è lo snudarsi senza orgoglio, il venire al mondo è la chiamata a prendere posto, ad abitare la propria vita, a perdurare quasi, come uno tra tanti soggetti senzienti, assoggettati ai bi-sogni e alle stagioni della sopravvivenza della specie.
Il mare mi chiede di abitare
in questa vasta penombra blu
e io ci abito, certo ci abito,
senza vedermi naufrago
né bocca per il sole che cade
piuttosto il gabbiano che afferra
la sua preda
e crede di aver assolto
il suo fare quotidiano
il perché un giorno dell’82
è uscito dal mondo.
(pag.16)
***
Appare subito con evidenza l’approccio alla scrittura come una lama che scava, seziona, per repertare – si direbbe in linguaggio forense – lo stato delle cose, dentro una apparente confortevole quotidianità, per niente rassicurante, di un permanente dissidio tra attese e risultanze, infine nella presa d’atto di una specie di iato, quasi fallimento quando ci si accinge a fare bilanci, in un continuo gioco allo specchio.
Una volta in una intervista degli anni ’80 Carmelo Bene risponde causticamente a Maurizio Costanzo “La vita è compromesso!”, quasi un frammento di un manifesto esistenzialista. Con toni minimali ma altrettanto perentori Francesco Cagnetta rende nota la sua personale poetica, fondata su qualcosa che non fiorisce o sfiorisce, per cui, forse, la vita è resa. Si tratta di prendere atto di una mancanza, che segna un vuoto di senso. Cos’è che fa la poesia se non smascherare l’illusione di un lieto fine, abitando un certo scetticismo su ragioni che non bastano però alla definitiva resa? La scrittura, tuttavia, resta un immarcescibile atto generativo.
Per quanto mi sforzi di immaginare il vuoto
che avrà la mia faccia sul punto di morte
per quanto mi stringa a ricordare le sembianze
di quando ero poco più che polvere
mai saprò quali ossa dureranno più delle altre
da quale parte il corpo inizierà a darsi alla terra.
(…)
Con questa certezza, rinuncio alle parole
al chiarore delle pagine
pur di trovarvi nella casa sicura che eravamo
e venire a suonare il campanello
con la solita faccia da scemo
con la stessa paura con cui
ho lasciato la mano
per fare il primo passo.
In quel preciso istante ho iniziato a morire
(pag. 23)
L’autore non ha esitazione nel riconoscere che nascere è anche cominciare a morire. Si consuma il sottile gioco tra l’età dell’infanzia, dell’adolescenza e quella adulta, quasi età dell’oro, del bronzo, del ferro, di memoria esiodea. Tutto il libro, d’altra parte è giocato in una partitura precisa:
Insolvenze – nessuna casa è un luogo sicuro – Dimostrazione del tempo perduto – Un passo per cadere (con una citazione letteraria di Franco Fortini ad indicare la dignità irrinunciabile del gesto dello scrivere) – Sala d’inseminazione- quasi a consuntivo della disamina poetica dell’esistenza di una generazione intera, non solo singolare).
Vita che vieni in cambio di vita
e sprofondi così all’improvviso
mai facemmo in tempo
a dissolvere le distanze
i letti e gli oggetti nel mobilio
a conciliare pane e pentole
a dare un pezzo a tutti.
Vita che di vita ti nutri
e cenere che di bianco ti vesti
io colgo l’istante e balzo
come un gatto dai pensili alti
ti vengo a svegliare.
Perché mai ci fu un giorno lontano da te
mai come ogni istante che mi avvicina
e mi allontana come l’elastico nelle mutande
le domande stese ad asciugare sono croci
in attesa di volare.
***
pag. 38)
Quando avrò saltato il fosso
vorrei trovare non solo le facce
stirate dei cari ma i tanti chi sono
che ho ucciso per essere uno
*** (pag. 41)
