A LA STAGION CHE ‘L MONDO FOGLIA E FIORA
A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tutti fin’amanti,
e vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;
la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun tragges’inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’abondan marrimenti e pianti.
Ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,
ed io di ciò non ho disìo né voglia,
e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.
(Compiuta Donzella, sec XIII)

Quanto mi affascina questo gioco di rima!
Sarà la vecchiezza, saranno le scarse letture (od ambedue insieme)o semplicemente l’incompetenza e/o l’aridità, ma qui ritrovo il “senso” della poesia: suoni che s’accavallano, noncuranza del contenuto (“banale” per definizione, in quanto referente dei soliti 3/4 sentimenti umani) e ritmici rimandi alla nostra personale (e “amata”) banalità.
Nel fondo, cos’altro abbiam da dire di serio oltre un “ti amo” o “non t’amo”? Cos’altro, lenita la fame e conquistato un poco di calore per il corpo, davvero ci fa diverse le notti, serene od inquiete, se non il bacio dato/mancato? Ci fu mai ogni diverso pensiero a generare “davvero” incubo/gioia?
Io leggo un “pudore” nella tanta/troppa poesia che confusamente leggo, uno sforzo di fare di “una certa forma” abito che non sveste, come sveste invece il suono delle rime proposte: il suono intriga, il suono si fa memoria, e sedimenta, il suono.
Ma è notte, eppoi son gusti eppoi è carenza, di tante cose carenza, no, di una sola, di lei, solo di lei. Non fateci caso.
“Ben venga maggio”, allora, e perdonate la giogioneria, e grazie.
Dèlicieux…
una scelta allo stesso tempo semplice e sofisticata di un testo agli albori della poesia italiana, dove tutto era ancora da sperimentare e da elaborare. lo stato nascente, che porta con sé un carisma quasi insuperabile.
ciao, Carlo.
fabrizio