Da Malarazza di Emilio Nigro (QED Edizioni, 2024)

Se i personaggi edificanti sono tutti uguali, gli esclusi sono uno diverso dall’altro. Questa constatazione rende intensa e attrattiva la raccolta di racconti Malarazza di Emilio Nigro per Qed, 2024. Lo sguardo dello scugnizzo, l’afonia della follia, i cocci che svelano l’anima, lo scandalo del figlio del sagrestano, le catene inspiegabili dell’amore, e l’amore (ancora più) inspiegabile pe le sue catene, la fiaba finale e fantasmagorica di burattini senza fili.

(Pasquale Vitagliano)

 

Dal racconto Mangiafuoco e Morsitinto.

 

Il teatro di Morsitinto

 

Ricco e ritornato assennato, il pittore desiderava riscattarsi dalle umiliazioni subite supinamente. Ri­muginava a lungo, considerato l’ozio dell’agiatezza, dimensione assolutamente novella di una vita selvag­gia e raminga quando, raramente, libera, e il rancore a scorrere nel suo corpo come nutrimento, gli suggeriva piani futuri. Decise di comprare il teatro. Non c’era nessuna legge che lo vietava. I verdi, del resto, avevano stilato una costituzione garante della sussistenza pri­maria e della convivenza civile reciproca. Non esiste­vano, per esempio, misure di sicurezza o costrizione, nemmeno preventive; non erano previsti reati contro la persona o il patrimonio, né vigevano regolamenti per cui limitare le libertà personali. La comunità ri­conosceva la propria indole, e l’eguaglianza indubbia determinata da origini comuni e attitudini e cultura tramandate da sempre. Si regolavano esclusivamente, e sufficientemente, per quello che concerneva il civi­co. Per cui niente vietava a Morsitinto di comprare il teatro. Certo, come con l’idea di tinteggiarsi la casa di giallo, anche questa decisione suscitò chiacchiericcio. Ma di curiosità ingenua, di intontita ignoranza, mai di dubbiosa e ragionevole perplessità. I verdi erano un popolo pacifico. Non conoscevano la malizia. Noncu­ranti dell’eventuale potenza dell’azione di Morsitin­to, tollerarono senza troppo fare. Non prevedevano minimamente che avrebbero avuto accesso tramite pagamento di dieci oboli (la moneta dell’isola), che equivaleva alla somma spesa di viveri sufficienti ad approvvigionarsi per un mese. Non prevedevano che non avrebbero potuto prendere parola liberamente né adoperare lo spazio di scena a piacimento come era d’usanza: veniva concesso da Morsitinto, e non preve­devano questo avrebbe adottato selezioni restrittive e diniego. Per farla breve, i cittadini non si incontraro­no più a teatro per comunicare tra loro e riconoscere (e determinare) il loro destino nella parola comune e nelle scene, fruivano del teatro da spettatori, da con­sumatori. Degli spettacoli di Morsitinto, unico attore in scena a scimmiottare, o dipingere in estemporanea, o a ingarbugliarsi in filosofie e discorsi politici nel truffaldino intento di ammaliare le platee. Il Morsi co­nosceva il potere persuasivo del teatro, la capacità di smuovere coscienze, la fascinazione ammaliante. E lo riteneva un mezzo per conquistare l’intera comunità, per diventarne padrone. La frustrazione da vittima, lo trasformava in virtuale carnefice.

Ma le folle non lo seguivano. I verdi sono pacifici e di bontà ingenua, ma non fessi. Spiegare le ragio­ni dell’insuccesso sarebbe poco rispettoso dell’intelli­genza del saggio popolo.

Al nostro genio incompreso gli venne la brillante trovata, allora, di variare programmazione, di pro­porre qualcosa a cui non avrebbero potuto mancare. Ridurre il compenso d’entrata, omaggiare di tanto in tanto e proporre un teatro popolare. Cominciò con il destinare inviti ad personam alle genti ritenute d’au­torità. Non ebbe presa, a largo consenso, questo ten­tativo, in una società che non conosceva distinzioni classiste. Tuttavia, i più fanatici, accettarono di buon grado. Ecco che i verdi cominciarono ad avere a che fare con le distinzioni.

Per le proposte artistiche, ci volevano degli attori. Da solo, che teatro avrebbe continuato a fare? Un teatro di ombre. Di soliloqui. I nuovi spettatori, riavuti a fatica, necessitavano di educazione. Sarebbero diventati am­maestrati tramite la persuasione dell’atto creativo, sa­rebbero cresciuti, sarebbe diventata una maggioranza, una maggioranza attiva alle pretese dello zotico.

Corrotti, i nuovi aristocratici risentirono del passa­to in cui non ebbero riconosciuto il loro lignaggio. Sul palco, si rappresentavano scene di potere, epopee di dinastie imperiali, occupazioni di territori altrui per eroismo bellico, si rappresentava il diritto derivato dalla forza. E quanta potenza di suggestione dall’arte, dall’arte vivida. Quelle costruzioni fisiche, plastiche, incidevano profondamente sulle coscienze degli spet­tatori, in un gioco ingannevole di specchi e di mani­polazione. Ed era un teatro d’artisti. Morsitinto riuscì a far ap­prodare sull’isola i burattini di Mangiafuoco! E quelli, ebbri della nuova libertà conquistata, in visibilio per la ritrovata socialità, si esibivano in performance stra­bilianti, corroborate dalla forza espressiva sviluppata dalla energica forza fisica e mentale ricostituita. E gli spettatori aumentarono, i fanatici fecero proselitismo, portarono al loro credo nuovi adepti.

Per qualche giorno gli spettacoli, ormai quotidiani, si interruppero. Fu quando mancò il pittore, sparito dall’oggi al domani senza che nessuno avesse avu­to notizia. Per recarsi al teatro nero di Mangiafuoco. Che non lo riconobbe. E anzi lo fece accomodare nel suo serraglio a fine spettacolo. Imparruccato di ros­so rame, profumato al fiore di magnolia, travestito in abiti lussuriosi, il marrano era riuscito ad avvelenarlo mescolando con destrezza da prestigiatore del trita­to di mandragora nella coppa di vino del capocomi­co. Fu più difficile convincere i burattini a seguirlo. Il terrore di successive punizioni, cementava l’azione, il pensiero di questa. Dovette ingannarli, Morsitinto, fa­cendogli credere d’essere stato incaricato dal padrone, con il quale aveva pattuito un accordo di scrittura per un numero consistente di repliche.

Nel villaggio verde, gli attori portarono subbuglio. Riacquistata memoria esistenziale, si liberarono in sfrenate concessioni dei loro corpi tenuti in cattività. E oltre alle diseguaglianze, in paese si crearono gelosie, dissapori, tradimenti.

Morsitinto e i suoi artisti infettavano di cellule can­cerogene un corpo sano, fino al loro approdo.

Per spirito d’emulazione, i nuovi aristocratici di­vennero man mano in maggioranza. Le ragioni per cui anche gli spiriti più integerrimi si corruppero, ri­siedono nella vulnerabilità dell’essere umano… Ma non gli bastò costituire un gruppo di autore­voli spettatori. L’innesco politico avviato dalle scene germinò nelle loro menti l’avido desiderio di potere. Si costituirono in municipio, cambiarono le leggi, su­bordinarono i concittadini declassati, modificarono l’assetto paritario del prima di allora ridente comune.

Ai malcapitati compaesani era proibito di fuggire. Furono resi schiavi, della peggiore condizione. Agli ordini dei nuovi padroni.

Era maggio inoltrato quando da un’altura dell’iso­la, il pittore, a passeggio godendosi l’incredibile suc­cesso, gonfio e dissennato di boriosa gloria, scorse una imbarcazione dirigersi verso l’Isola. Le ciliegie gonfie, non raccolte, cadevano a terra rumorose. Reclamava­no presenza. Il tonfo come un rimprovero. Un sinistro borbottio. Nessuno ci fece caso.

Il pittore eccitato diffuse notizia dell’avvistamento. Venivano a omaggiarli, nuovi ospiti s’apprestavano a raggiungere il teatro, le gesta magnifica di quell’arte maliziosa avevano cavalcato il vento e giunte, in voce, alle città limitrofe. Sognava, il pittore, sognava…

Radunò una folta delegazione di fedeli, organizzò in breve una accoglienza sontuosa, mise in piedi una performance leggera con i suoi attori, d’improvvisa­zione. Si piazzarono in men che non si dica sulla co­sta. In attesa. Il traghetto corto faceva presagire una delegazione nutrita. Da chissà dove. Morsitinto, quasi con i piedi nel lago, la mano sulla fronte a coprire il sole e mirare lontano, calcolare la distanza, il tempo di arrivo. Fremeva. I burattini senza fili in braghe corte e collana di fiori, avevano pensato a un circo acrobatico, per l’occasione. E svelto si era preparato un tavolo di cibi e vini, e un mucchio di nuovi aristocratici in dop­pio petto, rampanti broker di affari da niente.

A venti metri dagli ormeggi, la grossa canna albero del motore smise di sbuffare. Fu Morsitinto stesso ad annodare la gomena. Non fece in tempo a rimettersi in piedi che volto uno sguardo curioso ai passegge­ri, imbiancò in simultanea. Storpio, come colpito da emiparesi, smagrito dallo stomaco abnorme che lo di­stanziava dal dirimpettaio di almeno un metro, privo della folta capigliatura corvina, Mangiafuoco sbavava all’idea di mettere piede sull’isola. E in faccia a Morsi­tinto, schiacciandogli i connotati da non riaverne con­torni netti, piegare le ossa del petto sotto la pressa del­le sue mani, fino a spezzarle, incaprettarlo e gettarlo ai pescecani da vivo. E così andò. Non ebbe il tempo di scappare. Lo tentarono i burattini, certo, ma furono raggiunti dalla ciurma di gialli assoldati dal capitano capocomico, un migliaio, raccattati tra i rifiuti. Non furono risparmiati. Appesi al filo. Ancora al ruolo di spettatori, destinati i villani, in doppio petto, freschi di salto sociale, vanagloriosi. Una parte per destino, ma passiva, senza possibilità di selezione. Subire gli accadimenti senza coscienza. Assistettero alla ferocia della vendetta quasi a fruire di un nuovo spettacolo. Finché non arrivò per loro, senza scampo, la giustizia.

E di una spietata giustizia ne patirono i cittadini in­nocenti, rimasti impotenti all’incontrovertibile mutare degli assetti, della realtà. Gli assalitori s’insinuarono in ogni casa. Fu una carneficina. Non doveva restare nessun possibile narratore.

Il villaggio verde si estinse. Si riprese il teatro dei gialli. E attorno, continuava la vita di sempre, ignara, malandrina, di sotterfugio.

 

Emilio Nigro è nato a Cosenza nel 1981. Narratore e poeta. Autore e critico di teatro. Nel 2013 ha ricevuto il Premio Nazionale Nico Garrone 2011 – ai critici più sensibili al teatro che muta di Sienza.  Siena. Nel 2024 ha vinto il Premio Giulio Angioni sezione poesia per il libro Edipo in Fuga (Les Flaneurs, Bari, 2022). Nello stesso anno è stato ospite dell’Ambasciata d’Italia in Montenegro, invitato alla 54^ edizione del Festival di poesia Internazionale di Bijelo Polje. Poesie di Edipo in fuga sono state tradotte in serbo/croato e inserite nella raccolta del Festival. Dallo stesso libro sono state tradotte anche in arabo sul quotidiano internazionale Alaraby Aljadeed – uno dei giornali più grandi nel mondo arabo. E un inedito è stato tradotto in spagnolo in un’antologia per l’Ecuador.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *