Alfredo Giuliani, Autunno del Novecento, Feltrinelli, Milano, 1984, p. 248.
In questa raccolta di saggi critici scritti tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, il novissimo Alfredo Giuliani, “poeta, docente universitario, critico letterario del quotidiano “la Repubblica”, passa in rassegna – con puntuali sortite nel nucleo più profondo dell’ “ispirazione” e della poetica dei singoli – grandi e piccoli, massimi e minimi esponenti di questa italiana e letteraria fine di secolo suggestivamente definita dall’Autore “autunno del Novecento”. Né dimentica, Giuliani, che lo scarso o ricco raccolto è sempre preparato, in qualche modo, dalle stagioni precedenti: ecco perché Saba, Svevo, Cardarelli, il futurismo, sono qui presenti a ricordarci e a parlarci di quella che del Novecento è stata la primavera o, al massimo, l’estate.
Uno dei primi saggi – Sventure del gusto moderno (1977) – ci dà subito il “tono” del lavoro di Giuliani; il quale spesso ci conquista con la sua sincerità da neoavanguardista per nulla pentito, che si stupisce, e si contraria, per l’etichetta di ex – novissimo somministrata a qualche suo collega in questioni di poetica: “la nostra è l’epoca del kitsch, dello stereotipo moltiplicato, del già accaduto che si ripete. Epoca che non sa darsi un nome e foggia le proprie autodefinizioni col neo- e col post-“. Chi può negarlo? La mancanza di creatività è il primo sintomo della sclerosi: e qui si crea poco o niente, sembra dire l’Autore. Dall’autunno alla primavera: Svevo, la sapienza della creatività, del “genio”: e “come potrebbe non essere sapiente un romanzo il cui protagonista non è un personaggio, ma la sua coscienza?”. È uno di quei casi in cui voltarsi indietro è lecito, per imparare che non tutto è stato detto e che il nuovo è sempre dentro di noi.
Il vecchio e il nuovo, del resto, s’incontrano, si tendono la mano. Per capire, per vedere “sotto”. Per Giuliani, ad esempio, Saba va riletto in altro modo, per scoprire, magari, che sotto il “sublime” e l'”onestà” c’è il “piccolo borghese decadente che cercava il paradisiaco nelle cose e negli esseri a portata di mano” o addirittura il poeta che ha “semplicemente orientato sul mistero povero il tono lussuoso del Vate” D’Annunzio. Giuliani, dunque, ha nella borsa i ferri del mestiere e per questo può dire, senza troppo parere, che “il poeta sa di non poter conoscere l’essenza della poesia (nel che consiste la sua modesta superiorità su coloro che credono di saperlo)”. L’essenza della poesia come l’essenza della musica. Non cerchiamo, noi uomini, di ingabbiare anche questa, di imbrigliarla nel ritmo, di addomesticarla, “come si mette il morso a un cavallo selvatico; come si mette il busto a una donna grassa”? “Ma l’essenza della musica ci sfugge », annota Giuliani in un saggio su Savinio, genio della falsa frivolezza.
La poesia, la musica: e la narrativa? Giuliani analizza Manganelli: per lui “le parole sono furbe. Scelgono chi scrive, scelgono il lettore… Crediamo di trafficare con le parole, di fatto sono loro a giocare con noi”. Ma l’essenza, in questo modo, ci sfugge sempre più, e scrittori e lettori in tale – condizione – davvero non sono che “dementi”. Non manca, del resto, chi di fatto dà ragione a Manganelli. È Gesualdo Bufalino, che nel primo capitolo di un suo romanzo s’affida ludicamente e seriamente (è “un gioco serio”) a cinquanta parole gratificanti per “timbro, colore, carica espressiva”: per costruire, con esse, intrecci che risultino «plausibili ».
Quest’assenza dell’umano, questo vuoto interiore approda soddisfatto alle spiagge gelide e grottesche della narrativa moraviana, dove “dalla umana disillusione universale si salva appena la glutea vivacità delle natiche, l’istinto surreale di una parte anatomica”. Ma allora è Moravia stesso a chiedersi, come il protagonista di 1934, se è possibile vivere nella disperazione senza desiderare contemporaneamente la morte. E il problema di «stabilizzare la disperazione, renderla normale e insomma inoffensiva” è forse stato un suo problema esistenziale. Tale vuoto, a volte, può essere pesante. Ecco perché Giuliani, a questo punto, ricorda come “in un mondo come il nostro… la realtà della letteratura… dovrebbe portare se non altro la leggerezza”. Ma non finisce qui. Sfogliando il Trattato sull’origine dei romanzi (1670) di Pierre-Daniel Huet, il Nostro ne riporta – con giusta soddisfazione – l’osservazione che “il romanzo può essere interamente falso, nell’insieme e nei particolari, e tuttavia svolgere una funzione di piacevole insegnamento sulle verità della vita ». Logico, naturale. Ma non sono poche le logiche e naturali verità frequentemente ignorate a discapito della letteratura e della vita. Ed è proprio congiungendo queste due realtà, così spesso contrapposte, che Giuliani introduce un chiarimento sulle ragioni stilistiche di “quella che fu poi chiamata la neoavanguardia”: un “disordine regolato” che corrisponde perfettamente alla “dissociazione mentale e di valori” della nostra epoca. Il libro si conclude con una serie notevole di saggi su poesia e teoria, l’ultimo dei quali esordisce con un pensiero semplice e meraviglioso del monaco giapponese Kenko, del 1330: per lui, nella poesia antica, si trova “quell’intensità di tono che va al di là delle parole ».
Alfredo Giuliani, in questa sua novissima raccolta, ci ha descritto una stagione, l’autunno, sottilmente e ambiguamente malinconica. Ma si sa che ogni stagione ha un qualche fascino suo particolare: se non altro, questa perplessa fine di millennio non può negarsi l’attesa per la vicina primavera del Duemila.
[da “Letteratura Italiana Contemporane”, Anno V, n.13, settembre-dicembre 1984]

