Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Ricordo 5

Il Ricordo 5   Un pendolo a due facce

 

   È tortuoso, imprevedibile, il cammino che conduce al ricordo o che dal ricordo parte; l’essenza di questo umanissimo fenomeno, la capacità di rivivere, sia pure inevitabilmente distorti, gli accadimenti esteriori e interiori che ci hanno reso ciò che siamo, è tutta lì, nel percorso che conduce a noi o che da noi ritorna a loro: è questa “la più ripida tra tutte le strade”. Ed è la strada che sceglie di calpestare Kikì Dimulà, consacrata poetessa greca, la cui sensibilità novecentesca si riversa con ondivaga consapevolezza, con accorta grazia, nel Duemila. 

Il suo L’adolescenza dell’oblio è un inno sfrangiato al Ricordo, un inno fermo e sommesso, alimentato volta a volta dalle proprie pause, dalle proprie incertezze, dai propri sussulti: “Mio Dio cosa non ci aspetta ancora. // Sto qui e… sto”. Il passo della Dimulà affonda nel flusso inevitabile del tempo, un flusso accettato per intero ma non subito passivamente, farcito invece di colpi e contraccolpi: “Ho resistito quanto ho potuto a questo fiume / quando era in piena, che non mi travolgesse, / e per quanto possibile ho immaginato acqua / nei fiumi asciutti / lasciandomi trascinare. // No, non sono triste”. Non si accascia, la poetessa, non si compiace del proprio dolore né si chiude in una asettica, benché raffinata, torre d’avorio. Le ragioni del suo procedere, del suo andare avanti comunque, tra gli altri, con gli altri, ma anche in “ortodossa solitudine”, si traducono in un amore per la vita che il ricordo, variamente modulato nei modi, nei tempi, accompagna e legittima. 
Il ricordo che viene giù torrenziale in una giornata di pioggia, che sprizza dalla natura assumendo forme liquide: “Gocce per tutto. / Gocce di pioggia o lacrime. / Dagli occhi di un ricordo o dai miei. / Io o il ricordo, chi lo sa”. Il ricordo che gioca a nascondino, si cela negli anfratti, si manifesta all’improvviso e all’improvviso si nega, diviene altro, un qualcosa difficile da inquadrare: “Non proprio ricordo. Fisso / con filo di sguardi somiglianze, / si sono staccate pendono e cadranno. / Non proprio fisso. Giro servilmente / intorno a questi adulatori del tempo che / per brevità ho chiamato ricordo. / Non proprio ricordo”. E poi l’abbandono pieno, il fiume della memoria che dilaga coagulandosi attorno ad un sentimento, ad una sensazione fino ad impregnarla di sé, lasciando un marchio indelebile: “Il ricordo, / nome proprio della tristezza, / singolare, / soltanto singolare, / e indeclinabile. / Il ricordo, il ricordo, il ricordo”.
Ma proprio quando diviene ossessione, urgenza, il ricordo si rovescia nel suo opposto, in quell’oblio che fa capolino nel titolo del volume con un richiamo all’adolescenza. Ricordo e oblio, allora, si alternano come fossero i lati opposti di un pendolo, un pendolo che oscilla instancabilmente nella memoria, prima un lato poi l’altro, avanti-indietro, indietro-avanti lungo una strada ripida e rapida, padroneggiata dal tempo, offuscata dalla cenere. Con il tempo che pone domande, “Mi chiede il tempo / da dove voglio che passi / se so come procedere / avanzando o invecchiando”, e la poetessa che si appella alla cenere: “Grido alla cenere / che mi disarmi. / Chiamo la cenere / con il suo nome in codice: Tutto”. Il tempo, peraltro, tresca anche con la polvere, “ultimo corpo dell’incorporeo”; e in questo senso ordisce nel quotidiano spettacoli grotteschi, tra oggetti e gesti abituali che nell’accumulo finiscono per rivelare la loro sotterranea inutilità: “Scope scopette / aspiratori piumini battipanni / panni stracci clown / rumori e metodi acrobatici, / cadono come sferzate i movimenti / sulla polvere domestica”. Un teatrino ininterrotto, poiché “Ogni volta che il tempo incontra il tempo / nasce un nuovo accordo sulla polvere”.
Il patto principale, tuttavia, si consuma all’insegna del Ricordo. È un patto sottoscritto una volta sola e rinnovato automaticamente quando il ricordo – prepotente, innocente, incoerente – riaffiora, con fantasmatica nitidezza. È allora che, incalzati, “Memoria e presente devono nascondersi / dalla loro trasparenza”.

 

Kiki Dimulà, L’adolescenza dell’oblio, Crocetti 2000

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