Berlin, 22 XI 50
Caro Signor Wellershoff,
ho ricevuto la Sua lettera e il Suo saggio che ho subito analizzato con molta attenzione. Il suo lavoro è eccellente, superlativo. E’ raro che un autore vivente possa vedersi così indagato, radiografato, vivisezionato – è una compensazione alla vecchiaia e al grigiore.
La ringrazio molto dell’impegno che si è dato e che mi ha dedicato. Le dico subito che, quando ero giovane io, la scienza letteraria non era fornita di metodi di critica stilistica altrettanto sublimi, né di un tale istinto adatto a scandagliare gli sfondi psicosomatici della lingua. La mia ammirazione al Suo professore!
Riguardo al Suo metodo critico-storico ci tengo a rilevare quanto spontaneamente questa singolare lingua si sia sviluppata in me. Ovviamente si avevano in mente dei modelli, ovviamente si era mossi da aspirazioni interiori, ovviamente si erano annotate cose e frasi che in varie circostanze avevano interessato e stimolato, ma in tal modo il flusso della scrittura era totalmente condizionato. Si percepiva che la parola successiva doveva avere tot sillabe, doveva essere caricata di luce, di declino oppure di tristezza. Non dimentichiamo neppure il fascino e la salvezza che provengono da parole spezzate, da radici di sillabe appena accennate, da risonanze, un misto di contenuto e dittonghi. In breve, è fondamentale avere un quadro interiore della frase in formazione, intorno alla quale si continua per istinto a modellare finché questa suona come la si vorrebbe, liberata finalmente dal peso, dalla costrizione, dal corpo estraneo che la opprimevano. E’ un procedimento di carattere spiccatamente catarrale, un processo di eliminazione, un passaggio attraverso attacchi di panico e oppressioni, un processo fallico che ha lo scopo di eliminare le tensioni e rendere uniforme un ripieno creativo.
Ai tempi di Edmée tenevo in alta considerazione la “parola del sud”, le parole e i temi legati al sud mi procuravano un senso di resurrezione, aprivano le mie chiusure – così io potevo fluire, dilagare, andare oltre, sino all’azzurro, al sereno. Azzurro – un tema estremamente importante nelle mie evoluzioni ed elevazioni – un nuovo significato di azzurro: “un sacrilego azzurro” (in “Caffé inglese”) – “azzurro sfingeo di neve e mare” (in “Una volta”) – ciò rappresentava l’andare oltre la rigidità e i vincoli, fuoriuscire e svanire. Mi ricordo molto bene i decenni nei quali ho rappresentato il mio sapere “vissuto” nell’ “epilogo e io lirico”, da Lei citati.
Espressioni quali: “come fuoriusciva” oppure: “ c’era qualcosa da aggiungere” oppure “ l’aveva creato” oppure ancora “ora voleva amarla” ecc. sono in primis espedienti tecnici per portare avanti l’ispirazione, poi però si deve pur sempre ricordare che Edmée non è realtà, ma un manufatto che l’autore rivede continuamente alla luce della sua creatività, della sua capacità di creare una realtà interiore, rigogliosa, carica di profondità, dal momento che egli non ha più una realtà esteriore – e privo di questa, vuoto, inumano, perduto e disperso sulla terra senza alcun punto di riferimento, dovrebbe condurre stentatamente la sua vita animale. In ciò sta il suo atteggiamento fondamentale, la sua sostanza: nell’essere abile, creativo nel preservare e rimpiazzare quello che nel mondo esterno è tragicamente e per sempre andato perduto. Cioè una elevazione attraverso la parola, una consacrazione della parola, un fenomeno di guarigione e redenzione con l’aiuto della parola poetica – questo è Rönne.
Lei cita e definisce gli stili: lo stile insistente, lo stile conciso, lo stile musicale, lo stile intimo – tutti eccellenti punti di vista, ma non dimentichi lo stile espressivo, lo stile attraverso il quale si giunge alla fascinazione e all’impronta espressiva, per il quale i contenuti rappresentano solo l’ eccitazione di un’esercitazione artistica (cfr. il mio saggio su Nietzsche). La prego di considerare la lingua narrativa e poetica della seconda metà del XIX secolo. Essa ha qualcosa di retto, di onesto, di probo (in senso antico), non è assolutamente priva di fascino, ma descrive stati d’animo, rapporti, circostanze, trasmette esperienze e conoscenze, non è la lingua il movente in sé, non è se stessa. Ed ecco arriva Nietzsche e ha inizio la lingua, che non vuole (e non può) fare altro che abbagliare di luce fosforescente, luciferina, rapire, stordire. Essa celebra se stessa, trascina completamente l’umano dentro il suo organismo stretto, ma al tempo stesso potente, diviene monologica, anzi monomane. Uno stile tragico, ibrido e definitivo – sullo sfondo vi è l’uomo triploide, quello allevato, con 66 cromosomi, il gigante, e Le fa a pezzetti la vecchia lingua neozoica mediante le cellule grigie. E’ in atto una mutazione.
Di più. La prego di considerare anche la lingua convenzionale, la lingua quotidiana, e quanto questa si sia completamente svuotata di sostanza e di consistenza antropologica. Ha forse ancora una qualche importanza? Ha forse la lingua ancora un carattere dialogico in senso metafisico? Mi pare che sia solo uno scarto, un consunto vaniloquio. E’ tutto un parlare a vuoto.
Il compito della lingua e della parola si è spostato. E’ divenuta “Rotwelsch” [antico linguaggio gergale usato dai girovaghi, n.d.t.]. Slang, argot, gergo ammiccano con le parole, si può anche dire che la lingua sia puramente politica, e non tocchi assolutamente più alcuna profondità umana. La gioventù non può parlare con la vecchiaia, nella prima la pulsione, nella seconda l’esperienza e quando il corpo non urge più arriva la morale. Il religioso non può più parlare con l’uomo di mondo, chi non è stato toccato dal dono della fede pensa in modo superficiale e lineare. La madre non può parlare con la figlia, poiché la figlia nasconde i propri piaceri e la vergogna. L’artista non può parlare con il politico, il secondo vive nel presente, il primo fuori dal tempo. Sono solo chiacchiere, un miserabile prostrarsi di smanie e dissimulazioni, un chiacchiericcio da salotto, nel profondo vive inquieto il resto di cui siamo fatti, che però non vediamo. Viviamo poche ore di incontri con noi stessi – ma chi riesce ad incontrare se stesso? Solo pochi e poi da soli – Rönne incontrò se stesso –
Una risposta lunga – Lei dirà – e probabilmente troppo distante dal tema specifico. Ma sarei felice, se fossi riuscito a farle presente che non si tratta solo di stile e lingua, ma di questioni sostanziali. La parola è l’incontro della creazione con se stessa e il suo movimento su se stessa. In principio era il verbo e lo sarà alla fine – ciò che di esso rimane – è il treno attraverso il deserto, un inferno siberiano, che non ha una Beresina alla fine. E’ la entelechia del neozoico, di cui si occupano, non si riesce mai a vedere le cose nella loro autentica durezza e realtà. Lavorano alla roccia, al solitario. Porti avanti i suoi pensieri, li sviluppi , ora viva la Sua vita vicino al Reno e in futuro, chissà, presso l’Ohio o la Lena – queste cose restano, mentre gi imperi passano, o, per concludere con Balzac: “una parola pesa più di una vittoria.”
I miei ossequi al Suo capo e professore, anche se non lo conosco.
Ancora ringraziandola La salutoSuo Gottfried Benn
Non scrivo bene a macchina, mi vorrà scusare. Domani mattina Le manderò il nuovo volume “Frühe Prosa und Reden”.
Traduzione di Adelmina Albini
La lettera è contenuta in: Gottfried Benn: Briefe, Wiesbaden, 1957.
Gottfried Benn che nacque il 2.5.1886 scrisse questa lettera sul poetare al giovane germanista Dieter Wellershoff, il futuro editore delle sue opere, nonché egli stesso scrittore di numerosi romanzi.

Ammaliata da un tale scritto, non posso che ringraziare sgolisch che l’ha postato.
il medico Benn conosceva bene la creatura umana e la seppe trasfigurare in arte di parola; in più il padre parroco protestante avrà pure date alcune relatività esistenziali al figlio. certe incomunicabilità un po’ categoriche sono disperanti, ma tanto è alla sintesi illuminata che si può la vicinanza e, soprattutto, l’ammirazione.
grazie a Stefanie Golisch
Marina [Pizzi
Complimenti a Stefanie Golisch per averci proposto questa interessante lettera e un doveroso omaggio al grande Benn!
Un caro saluto
SPERO CHE LA LEGGANO TUTTI QUESTA LETTERA.
Ottima postata. Grazie.
Questa lettera conserva un fascino d’altri tempi.
Trovo di grande intensità questo inciso:
Viviamo poche ore di incontri con noi stessi – ma chi riesce ad incontrare se stesso? Solo pochi e poi da soli –
In italiano c’è “Lettere a Oelze”, Adelphi. Oelze era un grande amico di Benn.
Lo consiglio vivamente.