
di Pasquale Vitagliano
Dissolvenze e sussurri (la Valle del Tempo, 2025), l’ultima opera di Antonio Spagnuolo è in bilico tra le rivelazioni visive e le emersioni dell’inconscio. Come rivela già l’incipit, con le parole di Carlo Di Lieto, “l’inconscio diventa il luogo di elezione di questa costellazione psichica, una sorta di baricentro intorno al quale ruotano immagini dissonanti”. Le poesie di questa raccolta, dunque, assumono la loquacità delle macchie d’inchiostro (come quelle di Rorschach) per tracciare l’universo sentimentale e filosofico dell’autore. Fantasticare paesaggi e bronzi,/ tuffarsi verso fiamme che destano memorie,/ trasformare i sussurri in un prodigio/ che sconvolge le cose comuni/ e fonde in lampeggi cento idee./ Nel vigoroso confronto del vortice/ si fende l’alba e irrompe la luce.

La poesia, tuttavia, ha un’energia magmatica che straripa oltre i perimetri psicanalitici. Possiede una ricchezza visiva e sintattica che con la sua ramificazione rizomica rompe la struttura lineare della consapevolezza. La sguardo, progressivamente, prevale sul pensiero. I versi riflettono la ricchezza policromatica del desiderio, alleggerendosi dei volumi statici dell’interiorità psicologica. Queste poesie di Spagnuolo assumono l’eloquenza descrittiva degli antichi ekphrasis alessandrini. Non è un caso che alcune di esse hanno introdotto o accompagnato mostre pittoriche. L’artificiale penetra immediato/ quando sceglie un’apparente bruma/ o diurni raggi roventi, che ardono al chiarore/ del pennello bizzarro.
Grazie a questa espressività la poesia di Spagnuolo si colloca fuori dal tempo e dallo spazio, in una dimensione tutta personale, di cui, però si coglie lo stato di grazia. E questa è l’impressione stilistica che ci trasmette, fuori da ogni canone, eppure, contestualmente, orizzonte leggero che ognuno vorrebbe toccare. Nel tramonto ogni sera si riscrive/ la poesia dell’ultima ora –/ una bellezza che non implora,/ ma si spegne, fiera, nel fuoco.
