Una specie di fine

Da quando sono tornato a casa dopo l’ospedale, a Barreiro, credo inevitabilmente, ho sentito dentro di me maturare una specie di fine.

Non spaventiamoci: si tratta di aver preso nelle mani una consapevolezza misteriosa. Ora sto proprio svelando questo mistero, che è fatto di accettazione dell’inevitabile e di una specie di paura, diciamo così, temperata, perlappunto dell’inevitabile. Chiamiamola con consapevole brutalità: la morte.

Paradossalmente, oggi mi sento vivo come quando ero ragazzo, e non avevo alcuna idea pratica della morte che non fosse quella turbolenta e alfine metaforica dei film e anche dei libri; anche di quei primi, non più per ragazzi, che cominciai presto a leggere.

La mia vita di ragazzo era basata sul gioco; del calcio, dei dadi (non nelle bische, ma nelle nostre case: in tre, massimo quattro ci giocavamo centinaia di milioni di lire “a botta” che facevamo finta fossero vere, in una recita nemmeno programmata).

Giochi innocui, seguiti da finte telecronache calcistiche e quiz grotteschi recitati davanti a un registratore a pile, seduti su un muretto.

Spedizioni nelle cantine dei nostri condomini spacciandoci- regolarmente mascherati- da mostri coi ragazzi più piccoli, ingenui e creduloni, che fuggivano a volte urlando, striduli, il loro terrore; che comunque non era del tutto reale, insomma un po’ ci “marciavano” bene.

Ora, a proposito di realtà, questa maledetta ma non sempre mi si aggrappa addosso, come una scimmia sulla schiena.

La guarigione completa, mi spiace comunicarlo ancora una volta, non è prossima a venire. Ma sarebbe un guaio grosso demordere.

I massaggi ho smesso di farmeli fare. Era una noia tremenda, e alla fine, venti euro oggi e venti euro domani, erano sempre soldi; e questi non cadono dall’albero.

Ogni sessione durava al massimo una dozzina di minuti. Non me ne intendo, ma io ci guadagnavo poco: in termini di benessere, dico, nonostante l’ indiscussa bravura di Vanda, non ne ho acquistato molto. Nelle ore immediatamente successive, forse…

Forse sono io che non collaboravo abbastanza, essendo sempre un po’ contratto, e ovviamente malavoglioso.

A me, per il muscolame, piace fare ginnastica a casa, senza la rottura di coglioni dell’ andare in palestra, mettendosi a stretto contatto con esaltati dal primo fino al quarto tipo. Le palestre sono luoghi di perdizione, un ingombro di forze e di sopraffazione.

Per non saper né leggere né scrivere, faccio i miei venti, venticinque minuti un giorno si e uno no, cammino una mezz’ora al giorno a buon passo – finalmente- e faccio due piani di scale.

Prima o poi, qui in Lusitania, dovrò rimettermi a lavorare, magari in una di quelle organizzazioni di lavoro interinali che cercano i madrelingua italiana.

Col portoghese io e mio fratello siamo attualmente ad un punto morto.

Certo, questo mese andiamo ad iscriverci a un corso molto buono di lusitano- e gratis – presso il comune della nostra simpatica città. E ci impegneremo di brutto, ne sono convinto.

I portoghesi non mi dispiacciono affatto; sono riservati, e mai e poi mai invadenti, ma in genere se hai bisogno ti aiutano, hanno un certo grado di umiltà, sono risparmiatori ma non avari. Sono oculati, ecco.

Gli expat italiani, invece, qui fanno gli italiani al quadrato. Molti gli inaffidabili.E gli infrequentabili. Però mi sono creato delle buone italiche amicizie, diciamo così, di frontiera.

Tornando al trapasso, credo che una convalescenza abbastanza impegnativa come la mia abbia dentro di se’ un senso – abbastanza drammatico -di finitezza. È comunque una triste suggestione “di rinculo”: quando si è stati al limite, nonostante, poi, un buon percorso di guarigione, ci si trova come al mare, tra le onde vigliacche, nel punto dove non si tocca più.

E io non so nuotare.

4 pensieri su “Una specie di fine”

  1. Ema

    Conosco molto bene quella “consapevolezza”.
    Il mio consiglio e’ di non lasciarle troppo spazio altrimenti si muore prima del tempo.
    Un abbraccio.

    Rispondi ↓
    1. franz krauspenhaar

      Hai ragione Ema. Sto sfoltendo quei cattivi pensieri, come tu suggerisci. Buona giornata!

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