Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La comunità imperfetta

(Anselm Kiefer)

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».[Mt 28,16-20]

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In Galilea, lì dove tutto era cominciato.

In Galilea, come era stato detto alle donne, davanti al sepolcro vuoto; come le donne erano state inviate a dire ai discepoli.

Non è un ritorno, è una andata. Non è un rientro nella normalità di un quotidiano vissuto e sperimentato, dopo lo straordinario di un’esperienza forte e coinvolgente. Un altro quotidiano, reso vivo da nuova compagnia: “Sono con voi tutti i giorni”.

Matteo non parla di Ascensione, non la racconta, non vi allude. Porta la comunità direttamente in un vissuto post-pasquale, in tutta la realtà che la comunità viveva.

È una comunità imperfetta, fatta da gente dubbiosa sul da farsi e dubbiosa su cosa pensare. Undici è numero di imperfezione e di mancanza. Non ha la pienezza del 12 e manca di uno per arrivarvi. Una comunità monca, fatta da gente consapevole della propria imperfezione.

Una comunità di discepoli, di gente, cioè, che deve imparare e sa di dover imparare. Una comunità a cui non è detto di fare proseliti per crescere di numero, ma di “fare discepoli”. Discepoli che fanno altri discepoli. Non c’è che un maestro. Tutti gli altri sono discepoli.

Per sua natura, il discepolo non insegna, impara. Non cessa questa condizione di discepolo, anzi permane come costitutiva anche nell’azione verso chi non è ancora discepolo. Compito del discepolo non è imparare e trasmettere ciò che si è imparato. Compito del discepolo è restare discepolo e associare altri in questo discepolato. Non si trasmette ciò che si sa. Si trasmette la propria condizione di chi deve imparare. Una comunità di discepoli è una comunità di gente che vuole camminare nella consapevolezza di non essere ancora arrivata.

Essere immersi nel profondo, battezzati, in una realtà fatta di relazione. Non è difficile pensare che la “formula” battesimale usata da Matteo possa essere stata desunta da un uso liturgico delle prime comunità siriache, da cui Matteo stesso proveniva, però resta l’associazione dell’immagine dell’immersione in acqua e “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Doppia immersione, reale e figurata, per indicare la stessa realtà: il discepolo ha come ambito vitale il suo permanere in questa relazione originaria che non lo costituisce maestro, ma lo mantiene nella sua realtà di discepolo, che sta imparando, in cui la dimensione relazionale è costitutiva. Non si impara semplicemente studiando, si impara facendo e facendosi domande, vivendo, cioè proprio quella dimensione relazionale che è Padre, Figlio e Spirito. Ognuno rimanda all’altro nella definizione di sé. Solo e soltanto nella relazione, questa realtà è possibile. Non si accede alla verità per vie ascensionali che esulino dalla relazione.

Come nelle opere di Kiefer, la stratificazione di materiali produce il risultato, così la vita del discepolo acquista spessore non da ascetismi solitari, titanici tentativi di allontanamento della materia, ma da stratificazioni di natura, da interrogare e da curare, di piombo e di oro. Differenze identitarie che trovano la loro verità solo nella relazione fra loro, in cui scoprire la originaria natura. Disegnati su fondo d’oro, lo sguardo cerca una Galilea in cui incontrarci, in cui fondare il nostro essere discepoli, con ciò che siamo e ciò che siamo chiamati ad essere.

È questo il fondo d’oro che ci sostiene e sostiene ogni nostra ricerca. È questa la nostra Galilea in cui il risorto dà appuntamento.

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