Entro in biblioteca, ma l’interruttore non funziona e la stanza resta in penombra, con la sola luce che filtra dall’ingresso. Guardo verso la finestra, non c’è più. Nemmeno gli scaffali di libri ci son più, al loro posto ci sono appendiabiti su rotelle, strettamente affiancati, a riempire lo spazio; tutti stipati, lo vedo alla fiamma dell’accendino, di vecchi vestiti di ogni foggia e taglia. Al di sopra degli appendiabiti, lungo le pareti, scaffali con borse e valigie.
Mi faccio largo a fatica e metto a caso le mani nelle tasche degli indumenti. Nella maggior parte di quelle tasche non c’è che qualche briciola o filo. Ma in alcune, sempre alla fiamma dell’accendino, trovo vecchissimi biglietti di tram, di cinema, e in una degli appunti a matita, poche insignificanti parole scritte in una calligrafia che mi dà un tuffo al cuore. Eppure, guardando meglio, non saprei dire se appartenga a qualcuno da me conosciuto.
Mi apro a stento un passaggio fra quelle vecchie stoffe e, arrivato ad uno scaffale, in punta di piedi afferro la prima borsa che mi capita a tiro; rifaccio a ritroso il cammino e nell’ingresso illuminato ne esamino con calma il contenuto.
Ne vengono fuori monete (le vecchie 50 e 100 lire!); un mazzo di chiavi tenuto insieme da un portachiavi (“quel” portachiavi!); ed un paio di occhiali, sempre orrendo con quelle stanghette rosse e nere: gli occhiali di Emme!
Incapace di trattenermi corro al telefono e compongo il suo numero. L’apparecchio dà il segnale di libero. Aspetto per qualche squillo, poi per fortuna riattacco. Per fortuna . Che cosa stavo facendo?
Dopo qualche banale convenevole sarei entrato nel vivo, ma necessariamente di sbieco: “Sai è buffo, da un cassetto sono saltati fuori quei tuoi orrendi occhiali con le stanghette rosse e nere…” avrei detto; e con ogni probabilità lei avrebbe risposto stupita e un po’ seccata: “Scusa, di quali occhiali parli? Va bene che per te non ho mai avuto gusto, ma occhiali del genere non ne ho mai portati”, e a quel punto la conversazione sarebbe diventata sempre più imbarazzante.
Meglio, molto meglio cacciarsi gli occhiali in tasca e portarli all’ottico sotto casa, che aderisce al programma d’invio degli occhiali usati al Terzo Mondo. Sono orrendi, d’accordo, ma le lenti sembrano in ordine; serviranno a qualcuno per vedere, per orientarsi; certo meglio di quanto mi orienti io, da qualche tempo in qua.
E, forse, da prima ancora.

Le memorie possono essere mostruose bugie, ma non teniamo niente altro (eccetto alcuni personaggi governativi…).
Ciao Roberto, è sempre un piacere leggerti.
Caro Roberto,
certe memorie/bugie sono rifugi caldi e accoglienti, che possono però presentare d’un tratto dei conti molto salati.
Grazie e un caro saluto,
Roberto
“Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro…”
E si sfuma – nel ricordo, si sbava: la riga di Rimmel.
E dove prima era grafia [ biblioteca ] ora è gruccia [ e buio ]. E salta la corrente. Pure: nel dove/chi si confonde – la scintilla che serve.
a qualcuno per vedere, per orientarsi
Grazie Roberto
Un saluto disorientato, anche da me, Roberto.
Proprio così, Chiara.
(Accidenti, mi hai messo in difficoltà con De Gregori. Sai, i vecchioni come me si sono fermati ad “Abat-jour”. Quella vecchia vecchia. Prova a cercarla, magari ti piace.)
Ma no, Nadia.
Nel buio ci si orienta benissimo. A fare un po’ di luce (e molto fumo, è quello che disturba) è la cattiva coscienza, ma ci si abitua anche a lei.
Un caro saluto a entrambe,
Roberto