Due o tre
(Giorgio De Chirico)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
“Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”. [Mt 18,15-20]
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Isidoro di Siviglia faceva derivare il termine “prudentia” da “porro videns” (vedere da lontano), così che S. Tommaso ha potuto affermare che la prudenza è la “recta ratio agibilium” (la ragione corretta delle cose da fare). Così, di fronte alle scelte della vita, siamo chiamati a decidere qual è il comportamento più adatto alla situazione che stiamo vivendo, considerando il “verso dove” delle nostre azioni e dell’intera esistenza.
Non si tratta di avere doppia o multipla morale. Neanche si tratta di non avere princìpi di riferimento nelle nostre azioni. Piuttosto il nostro agire sia improntato all’aderenza alla realtà dell’altro. Nella relazione umana, non ci viene chiesto di affermare un principio o una verità, che non tenga conto della concretezza dell’altro di cui e con cui stiamo trattando.
Le affermazioni di Gesù circa la “correzione fraterna” non sono un invito ad abdicare a regole o princìpi morali. Solo, ed è qui la differenza con qualunque legalismo, si distingue fra peccato e peccatore. Non è importante il male commesso, quanto colui che commette il male. Il male va riconosciuto, per quanto possibile, e condannato in quanto male, ma la concretezza situazionale di chi ha commesso il male deve indurmi sempre a giudizi di accoglienza, mai di condanna del peccatore. Anche quando siamo noi i diretti interessati dall’azione malevola degli altri. Mai l’immediatezza ha portato buoni risultati. Sempre l’attesa e la meditazione hanno permesso valutazioni e giudizi sereni. Potremmo dire, perciò, che la prudenza è la concretezza con cui si manifesta il criterio ultimo dei nostri giudizi. La prudenza, quindi, è la concretezza dell’amore. E’ il linguaggio della misericordia. E’la recta ratio agibilium, la retta ragione delle cose che sono da fare, quella che guarda lontano e intuisce l’orizzonte. E’ la virtù che rende capaci di dar ragione delle azioni da compiere.
La prudenza ci conduce nel cuore dell’agire come capacità di distinguere il fine medio dal fine ultimo.
Prudenza è capacità di adottare il linguaggio che l’altro possa comprendere, senza mai sovrapporsi, senza mai cadere nella tentazione di sovrainterpretare. Ogni altro agire è violento e può uccidere.
Non è pavida, la prudenza, essa è proprio il farsi carico della debolezza altrui e parlare al suo cuore, assumerne le ragioni, in una parola, amare.
In questo, ognuno è responsabile della costruzione dell’unità e della pace. Ognuno è soggetto di comunione. Qui è il luogo della visibilità del Risorto. “Dove due o tre…lì sono io”.
Questa bellezza di costruzione riposa anche sulla mia capacità di farmi carico della concretezza altrui, del peso altrui, dell’errore o del comportamento malevolo altrui. La riprovazione che non diventa correzione amorosa e prudente si fa pettegolezzo e condanna, emarginazione e pregiudizio.
Noi siamo il luogo, il tempo e lo spazio in cui Cristo è presenza non giudicante.
Ed è presenza che si fa memoria. È presenza che si fa speranza.
