di Veleria Di Felice
La stella che brilla nel mare di Marco Colletti (Progetto Cultura 2025) è una raccolta di 25 poesie, tutte allineate sulla stessa orbita metaletteraria e attraversate da una viva tensione verso il mistero esistenziale. La parola non si limita all’osservazione profonda, ma è una sonda mobile che, esplorando, costruisce itinerari di pensiero e paesaggi emotivi. Il confine impalpabile che separa ciò che conosciamo da ciò che possiamo soltanto cogliere con l’intuizione è lo stesso che separa il bianco della pagina dal tratto poetico: una reciprocità di pieni e vuoti, di luce e buio, nella quale l’ispirazione rinomina l’esistente da altre prospettive e ne dischiude significati inattesi. Se la scienza rende più comprensibile la realtà disvelandone i meccanismi, la poesia ne coglie le risonanze più sottili e si spinge nell’ipotesi dell’altrove, diventando uno spazio liminale sospeso tra il dato e ciò che va oltre l’evidenza, tra la materia e ciò che la oltrepassa.

“Nel roveto delle domande senza luce”, l’io poetico si interroga sul rapporto tra l’uomo e l’Universo, tra la conoscenza scientifica e il bisogno di attribuire un senso alle cose, proiettando il proprio discernimento nella dimensione astronomica, solo apparentemente lontanissima dall’esperienza quotidiana. Tutto ciò che abita l’orizzonte cosmico, dalle stelle ai buchi neri, dalle comete alle meteore, diventa la prefigurazione dell’universo intimo umano: un pianeta errante può diventare metafora della solitudine, una supernova immagine della morte, un’eclissi la rappresentazione improvvisa del buio interiore. È proprio questo continuo passaggio dal macrocosmo al microcosmo a costituire una delle cifre più interessanti della raccolta. Il cielo di Marco Colletti non è un luogo remoto, separato dall’uomo: osservare il cielo – fino a contemplarne l’oscura natura destinata a sopravviverci – significa guardare dentro noi stessi, cercare la nostra origine e confrontarsi con la nostra finitudine.
La scienza – presente in questa raccolta con il riferimento a Galileo Galilei, a Keplero e a varie scoperte astronomiche – entra così nella poesia non come semplice repertorio di termini specialistici, né come ornamento intellettuale, ma come ulteriore possibilità di accesso allo stupore e alla bellezza. Supernove, DNA mitocondriale, Eliopausa, vulcanismo planetario e corpi celesti erranti vengono trasformati in occasioni liriche in cui la meraviglia fa da contraltare all’angoscia della non conoscenza o della inintelligibilità dell’universo. Anche sul piano stilistico, troviamo una contaminazione di registri e un intreccio di prospettive che intensificano la densità metaforica dei suoi versi. Il lessico scientifico convive con quello lirico senza che l’autore avverta la necessità di separarli: afelio, perigeo, plasma e altri termini sono parole che coabitano accanto a cuore, amore, dolore, ricordo, anima, Dio. Il tutto a significare non una contrapposizione ma una compenetrazione dei linguaggi che annuncia l’integrità di uno sguardo tendente – se non alla massima comprensione – alla più forte intuizione.
Accanto alla scienza che razionalizza l’esistente, Marco Colletti recupera il mito che, invece, lo espande. Ed ecco che Venere, con la sua “maschera di luce” continua a conservare il nome della dea dell’amore, i pianeti portano i nomi di divinità, le costellazioni custodiscono storie ormai svuotate del loro originario significato religioso. In Lo zoo delle costellazioni, il poeta sembra suggerire che l’uomo, pur avendo sostituito gli dèi con formule ed evidenze scientifiche, non abbia affatto smesso di cercare un significato recondito nell’immensità che lo circonda: “concederemo almeno per sempre / quello di farci cullare ancora tra sogno / e sete di sapere. Di poterli osservare / la notte, nello zoo celeste delle mute / costellazioni, nel recinto di quel buio / che ci avvolge perenne, mentre noi invano / speriamo di vivere, ancorati nella luce.”
Il motivo della luce assume un valore centrale: le stelle sono torri semantiche che – accogliendo i desideri e i discernimenti dell’uomo – costituiscono guide nell’orientamento. Proprio come i fari che brillano nel mare, un mare traslato che richiama la distesa della memoria, del tempo e dell’inconscio: “Quel mio vuoto / dentro, che vedo attraversarmi, / al lume del passato, agli scogli / del ricordo infrangersi e poi svanire / come la folata di un’ala di farfalla.” Il mare, insieme alla distesa siderale, ritorna spesso come luogo della perdita e della rigenerazione. Le meduse, le sirene, le onde sono creature ed elementi mutevoli e fragili, destinati alla dissolvenza della materia. Tuttavia, se il mare rappresenta ciò che è in transito e sfuggente, la parola tenta di trattenerne almeno una traccia: “Come la Luna che ci inchioda / gli occhi nell’argento dei suoi crateri, mentre / le acque mutano le loro forme nel velluto alato / della notte, senza mai poterle fermare con un bacio, nell’istante.” Di questa grammatica dell’esistenza l’amore e il dolore costituiscono gli antipodi, vale a dire le estremità di un vuoto che non è mai nullificazione ma enigma irrisolvibile. Questo spazio concavo si traduce in attesa e la ricerca poetica diventa specchio e sonda speleologica fin dentro la vita delle rocce, “le anziane maschere / del magma sotterraneo, loro che sono / il grande letto della Terra, su cui dormono / tutte le zolle e tutte le onde”.
Nei panni di un viator, l’io poetico abita la soglia sospesa tra movimento e assenza di direzione, chiamato a misurarsi con uno spazio smisurato nel quale l’identità si sostanzia frammentariamente attraverso piccole folgorazioni, fugaci prese di coscienza, microscopici big bang di senso del percorso di ricerca. L’occhio del poeta vaga senza centro, senza appartenenza, libero da forze gravitazionali senza una fonte di luce che lo riconosca e senza la cogenza della meta dell’approdo: “Non abbiamo né giorno né notte, / perché ci fu negata una stella intorno / a cui ruotare. Nel viaggio ciechi, ma / più grandi di ogni meteora, sfidiamo / il buio tra le galassie, senza meta / né attrazione. E senza incontrarci mai.”
In conclusione, questa piccola ma densa raccolta è un tentativo di spostare il pensiero al di là della materia dell’esistente, verso l’ipotesi di ciò che resta, vale a dire di quei residui, quelle tracce o quelle forme a noi ancora sconosciute che potrebbero sopravvivere alla nostra presenza. È uno sguardo anti-antropocentrico che apre uno spazio di meraviglia e alimenta un desiderio di bellezza, come se attraverso la poesia fosse ancora possibile avvicinarsi a quel fuoco primordiale della materia che attraversa le cose e che rende immutabili persino i cieli. Come suggerisce la poesia “Non nascere o non morire”, è davvero la morte la condizione più terribile? Oppure lo è il non essere mai venuti all’esistenza? “Ma non fa forse più paura / non nascere che morire? Forse tutti / i non nati sono i veri morti”. La domanda rovescia una delle nostre convinzioni più radicate: la morte, da evento ultimo e definitivo, viene posta a confronto con la possibilità ancora più radicale del non essere mai esistiti. E allora l’immagine del “millenario esercito di anime” dei non nati “che preme ai cancelli dell’Esistenza” rappresenta l’esperienza dell’essere che – con tutti i suoi rischi e le sue paure – sfida la “gloria della Morte” pur di avere un solo respiro.
Ed è forse proprio nel respiro che la raccolta trova una delle sue immagini chiave: non una promessa di eternità, ma la possibilità di un istante vissuto, non una risposta definitiva, ma il pensiero di uno spazio in cui l’uomo può immaginare l’oltre sé stesso.
