Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

(G. De Chirico)

«In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiàni, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”.
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli risposero: “Di Cesare”.
Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.»

[Mt 22,15-21]

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“Se vuoi sapere chi sei…guarda all’immagine che Dio aveva nel crearti” (Evagrio Pontico IV sec.).

L’immagine è un progetto, ma anche un sigillo.

Ha tutto il divenire del progetto; ha anche il sigillo che non chiude ma indica la provenienza e la direzione.

Qual è la mia immagine originaria?

Ho una storia, con tutta la sua concretezza, le sue costruzioni e le sue proiezioni, le sue immagini e i suoi simulacri. Come nelle piazze di De Chirico, le architetture sono ben distinguibili e situate nello spazio, ma sono orientate, sembrano condurre ad un oltre, che è altra cosa. La forma lineare, che ben si addice al nostro essere nel tempo e nella Storia, orienta verso una forma circolare. Lo splendore (e la solitudine) del bianco conduce allo slancio del colore. Costruzione senza ingressi, senza porte, come se potessimo solo restare sulla soglia. “Un giorno nei tuoi atri è come mille altrove; stare sulla soglia della tua casa è meglio che abitare nelle tende dei senza Dio ” (Salmo 84)

Sarebbe un grave errore confondere la situazione dell’oggi con il verso-dove; l’apparente chiarezza del presente con l’assenza di ombre e di simulacri. Anche contrapporre il qui ed ora al verso-dove costituirebbe una pericolosa mistificazione sia del presente che del futuro.

Così, anche il giudizio critico deve fare i conti con questa permanente duplicità. Associare Cesare e Dio è possibile solo in una logica di potere. Avremo sempre a che fare con Cesare (chiunque egli sia), ma non potremo mai porlo sullo stesso piano di Dio. Vale anche il contrario, però. Sia nell’un caso, che nell’altro, avremmo fatto di Dio un idolo. Contrapporre o associare Cesare e Dio si riconduce solo ad una operazione di potere. Sempre, il potere ha bisogno di stabilire le aree di influenza. Non sopporta, il potere, che un suddito abbia riferimenti altri che non Cesare.

Restituire a Cesare ciò che è suo obbliga a distinguere il mezzo dal fine. Ogni atteggiamento politico non potrà mai costituirsi come fine dell’essere umano, ma solo e sempre come strumento di gestione dell’esistente e di promozione dei processi di crescita sociale. Rimane uno scarto incolmabile tra la politica e la ricerca dell’immagine originaria di sé.

Cionondimeno, riconoscere la sfera di competenza di Cesare ci è necessario. Per limitarne il potere e costringerlo al bene comune, per fare del mio tributo una partecipazione vigile alla costruzione della città dell’uomo. In forza del tributo ho il diritto di dire la mia sulle funzioni che Cesare deve esercitare. La forza del diritto non diventi mai diritto della forza e, soprattutto, Cesare non entri nella mia coscienza. È qui che cerco e intuisco l’immagine originaria di me, per restarle fedele, non come ad un archetipo inarrivabile, ma come ad un divenire che passa anche attraverso la mia permanenza nella storia. È questa immagine che devo restituire a Dio, e, insieme ad essa, tutta la bellezza e la fatica di costruzione.

Attraverseremo questa piazza, fatta di ombre e di simulacri e, quando l’attraversamento sarà compiuto, non avremo fra le mani la moneta di Cesare, ma solo la libertà di aver costruito ciò che avevamo ricevuto in dono. Senza immagini, senza potere. Senza simulacri e senza ombre.

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