di Francesco De Girolamo
Stefano D’Angelo, Collasso gravitazionale (Lithos Editrice, 2026)
Il libro di Stefano D’Angelo si presenta come un ambizioso ed esauriente bilancio di oltre trent’anni di lavoro, dal 1985 al 2026, rivisto e raccolto in un unico volume, operazione sempre più frequente nella nostra poesia.
L’idea di fondo sembra comunicarci che viviamo in un tempo in cui il mondo sembra aver perso il suo effettivo “centro”. Non perché questo sia stato distrutto o alterato, ma perché le parole con cui lo individuavamo si sono consumate. Il Poeta sembra lavorare proprio su questo: raccoglie voci diverse, toni contrastanti, alti e bassi, ricordi di letteratura, cinema, cronaca, e li lascia emergere insieme, come se fossero echi rimasti nell’aria.
La poesia che apre la raccolta e le dà il titolo lo dichiara piuttosto esplicitamente:
“Essere nel cuore d’un’esplosione / dritti tra le cicche dei giorni…” Qui non c’è una grande esplosione “eroica”, ma una stanza: la polvere, la cena già consumata, le bottiglie vuote, un quadrante d’orologio che ingrandisce la stanzetta, un porta ombrelli da buttare, dei giocattoli in bilico sul davanzale come sentinelle. In mezzo a questo, la mesta constatazione: non avevamo parole, solo una camicia a quadri. E poi quell’immagine finale che dà il titolo: questo sprofondare sulla poltrona mentre, su un palcoscenico posticcio, compaiono degli operai. Il collasso, quindi, non è un evento cosmico, lontano. È un cedimento domestico, quotidiano. È il crollo del senso dentro le presenze della casa.
Dopo la ricca, generosa, raccolta che caratterizza il libro, con spunti e soluzioni espressive sempre vivide, stilisticamente di una cifra personalissima e di un equilibrio strutturale davvero ammirevole, si arriva al fondamentale poemetto che chiude il libro, Fine dell’opera, che sembra riprendere lo spunto del “crollo” iniziale ma su scala più ampia e segnatamente teatrale.
Si delinea sempre più la visione della Storia che gira come un circo ambulante, che va avanti, ma senza di noi; l’immagine di un quartiere distrutto che resta in piedi da solo, nel vuoto. C’è un autore che bussa a un produttore con “la sceneggiatura del mondo” e si sente rispondere che non serve più.
Il protagonista che ritorna è Tersite, la figura del buffone, dell’ultimo. Gira per musei che conservano un sole spento, vede soldatini senza testa, partite a scacchi giocate con pedine monche, una senza braccia, una senza gambe. Sotto un “sole bluastro che non manda ombra” continuano a riapparire battaglie antiche, del 536, e guerre di oggi, ma senza ombra, senza peso, come in un film.
Compare anche Sherlock Holmes, chiuso nella sua casa piena di tappeti, che non riconosce più il suo ospite. Forse è il simbolo della ragione che non riesce più a risolvere il delitto.
Tutto il poemetto è costruito così: immagini di rovine, di bombe finite eppure ancora presenti, di stadi vuoti, di cene e brandy mentre fuori la landa è infinita.
L’apertura e la chiusura, così, si ricollegano. All’inizio il crollo è dentro una stanza; alla fine è fuori, in una distesa sconfinata. L’epilogo con le parole latine FINEM OPERIS non smentisce nulla, anzi porta a compimento questo percorso. Dice che la villa della Morte serena resta lì, che attende, e che quel fuoco che non muore è l’unico spazio rimasto. In fondo il libro non vuole asserire grandi verità sulla condizione umana, né spiegarne le cause che l’hanno determinata. Vuole solo mostrare, con ironia amara e con molta libertà inventiva, come si può ancora fare poesia quando sembra che non ci sia più una storia comune da raccontare.
In sintesi, questa tanto densa, composita e magistralmente compiuta raccolta, è un’opera profonda e radicale, consigliata vivamente a chi cerca una poesia modernamente epica e metafisica, che non offra facili consolazioni, ma affronti a viso aperto il vuoto del nostro tempo.

