William Shakespeare
XXIX
When in disgrace with fortune and men’s eyes
I all alone beweep my outcast state,
And trouble deaf heaven with my bootless cries,
And look upon myself, and curse my fate,
Wishing me like to one more rich in hope,
Featur’d like him, like him with friends possess’d,
Desiring this man’s art, and that man’s scope,
With what I most enjoy contented least;
Yet in these thoughts my self almost despising,
Haply I think on thee,– and then my state,
Like to the lark at break of day arising
From sullen earth, sings hymns at heaven’s gate;
For thy sweet love remember’d such wealth brings
That then I scorn to change my state with kings.
Carlandrea, aka severino cimitero
XXIX
Quando in cagnesco con fortuna e fama
deploro a solo la magra vendemmia –
impreco invano a questa luna grama,
mi specchio e sprezzo con una bestemmia
sospirando la sorte di chi gode,
i molti amici, il lustro che l’onora,
invidiando a chi l’arte, a chi la lode,
più sguarnito di quel che più m’incuora.
Ma quando più il pensiero mi deplora
ecco che penso a te – la mia memoria,
lieta come l’allodola all’aurora,
dall’impuro all’empireo canta il Gloria.
L’amorosa memoria tanto vale,
che dei fasti d’un re ride e non cale.
Questo lacerto scespiriano fa parte di un’opera ignota d’autore sconosciuto. Parlo del traduttore, naturalmente.
Anni fa frequentava il newsgroup it.cultura.libri, sempre protetto da un anonimato impenetrabile. I suoi post – un concentrato di ironia sana e cultura ben radicata – li firmava con diversi nickname, come appunto carlandrea o severino cimitero. Ho ricevuto la sua versione dei sonetti di Shakespeare da maria strofa, che del medesimo newsgroup è stata per anni motore primo e leader carismatico.
Carlandrea è dunque un poeta che tiene dell’omerico, sia per una marcata inclinazione al classico, sia per l’alone di mistero che vela la sua biografia. Ed è un peccato, perché tanta grazia e tanta maestria (no, dico, notare il rispetto rigoroso della musicalità del verso e delle rime) meriterebbero ampia diffusione e miglior fama.
Nel mese passato ho trascritto sul mio blog diverse di queste perle, e almeno una ho voluto riproporla qui, a un pubblico allargato e competente. È un’azione un po’ corsara, perché non conoscendo l’autore non ho ovviamente il suo consenso a far circolare l’opera, ma celarla al mondo sarebbe egoismo e vigliaccheria.

Direi che il lacerto può essere letto tranquillamente in Inglese.
Una traduzione, e lo ribadisco anche qui, che dovrebbe guadagnare l’attenzione e la ribalta dei grandi editori. Complimenti di cuore da un’adoratrice dei “Sonetti” e, in generale, dell’opera del Bardo.
Leggete Shakespeare in Inglese. Sarebbe un buon inizio…
ottima traduzione, Luca, concordo con Gaja.
anche Maria Strofa, comunque, mi pare piuttosto misteriosa…
maria strofa misteriosa? ma se lo sanno tutti che è la reincarnazione di Don Chisciotte! 🙂
urca! e io che ero già in difficoltà a mettere insieme il nome Maria e quell’uomo coi baffi:-)
eh, quello è un altro dei suoi progenitori, il grande Feydeau, il re del vaudeville. Ha ascendenti nobili, la ragazza!
con te sto imparando un sacco di cose, Luca.
devo dire che la soluzione di questo mistero mi gratifica non poco:-)
Io concordo con Gaja, e a me queste traduzioni piacciono, e si trovano qui, con testo a fronte:
http://www.lapisbleu.it/shakespeare.htm
Buona lettura!