Poetas. Racconto a puntate di un viaggio poetico – III

di Alessandro Seri

La Sala Grande Dos Actos me la ricordo di un rosso mattone ampia più d’una navata e decorata da terrazzini rivolti verso l’interno, e mentre ci si siede un po’ alla volta i cinque poeti si avvicinano al gran tavolo e alle sedie loro destinate come se fossero indifferenti all’accadere ma siamo coscienti tutti che c’è clima elettrico e pulsante ed i miei occhi carezzano i passi di Cristina che portano zig zag verso la sua lettura.

Il pubblico si quieta poco a poco e dopo breve introduzione parte la lettura con un inizio a poco movimento: Chò do Guri, poetessa proveniente dall’Angola, con testi semplici, per alcuni fin troppo, legge la sua parte lentamente. Penso tra me e non mi do risposta se questa semplicità sia stata scelta sulla scia dei maestri africani. Dopo di lei legge con più brio e molta più attenzione il poeta esule cubano Pedro Marqués de Armas, che si rivelerà coi giorni anche esperto di letteratura italiana in special modo conoscitore di Calvino e Pasolini, nonché ospite per un anno della Regione Toscana in quel di Grosseto. Al lato estremo sinistro del massiccio tavolo di noce c’è Arjen Duinker, l’olandese che a dispetto delle sue camice dai colori anni ottanta vanta un curriculum di undici libri di poesia pubblicati e premi letterari e interventi critici, ed ora legge con una voce profonda che si sparge piena per tutta la sala. Sta curvo su se stesso e il suo metro e novanta diventa spirale sulla sedia antica e la sua poesia sembra provenire tutta intera dal suo corpo, e a dire il vero mi conquista il suono. Adesso però mi sporgo io più del dovuto e accendo tutti i sensi insieme perché Cristina (Babino) parla con un inglese netto e distinto ad introdurre le sue poesie che ad una ad una ascolto nuove eppure le ho già lette tutte, molte appena nate, altre le sento mie che tremo ed altre ancora sembrano più belle come le straniere solo perché lette altrove. Mi accorgo che la sala è silenziosa attenta e come me altri si sporgono. Cristina continua che sembra un treno, o meglio un fiume lento e inesorabile che scava dentro ogni persona ma forse per essere obiettivi sono le sue parole testa di ponte, avanguardia sonora, per me privilegiato in questo, ormai sono vizio e panacea. E quando lei finisce non c’è bisogno che dica grazie per far partire l’applauso meritato. Dopo Cristina con un colpo di scena Maxim Amelin, russo dall’apparenza quieta farfuglia due o tre cose sul microfono e si alza in piedi quasi scavalcando il tavolo; ora è di fronte alla platea in attesa. Comincia a memoria una performance divertente e lucida, incomprensibile per lingua ma – e la poesia in questo è arma – godibile nei suoni e nelle mosse, con un finale a fuochi d’artificio per un testo sulle doti falliche di un quadro Raffaello in bella mostra ai Musei Vaticani. Stavolta sì è ovazione ma comprensibile nei modi, e ci si alza soddisfatti perché convinti di aver vissuto ancora momenti forti, picchi di ascolto si direbbe oggi o forse meglio sarebbe abisso di bellezza. Usciamo piano e vocianti e dato che i nostri dell’ambasciata ci devono lasciare, ci salutiamo scambiandoci biglietti e buone intenzioni ma tra un saluto e l’altro arrivano poeti e pubblico a fare complimenti alla Babino e insieme ai complimenti qualche libro da firmare e ancora apprezzamenti e brava e tutto ciò che merita chi fa del bello una coscienza. Ora scendiamo verso la città bassa per una cena sulle rive del Mondego, andiamo piano anche in discesa perché si stempera l’accaduto e per godere finalmente a pieno delle finestre aperte di Coimbra, di quei portoni chiusi coi lucchetti, di librerie vecchie di secoli con proprietari centenari, e intanto si colora vicino all’acqua una sera pastello che coi minuti sfuma in un blu scuro denso. Quando arriviamo al punto dell’incontro per la cena molti sono già pronti all’arrembaggio e poi ci spiegano che è usanza mangiare in piedi, utilizzare il tavolo a buffet e girare intorno alle pietanze con vino rosso e pesce e salse. I cibi colorati portoghesi fanno da sfondo, a volte da protagonista, tra chiacchiere diffuse a me tocca parlare con Liliana decisa studentessa e anche maestra, ha un viso bello, interessante e sembra caparbia e dura. Ma forse solo sembra. Al termine della mangiata in un minuto istante camerieri e giovani studenti trasformano la stanza in sala di ascolto e tutti ci sediamo col fiume a sinistra mentre stasera a leggere saranno in quattro e come sempre per iniziare c’è bisogno che cali un po’ il brusio. Arriva da Capo Verde il primo poeta della sera, si chiama Jose Luis Tavares e legge bene, mi piace la poesia di Jose Luis, è bella e i suoni del suo incedere appaiono potenti. Dopo di lui tocca alla poetessa canadese ma di origini libanesi Nadine Ltaif che sembra sobria per un po’ ma poi coi tempi proprio non ci sta e legge e legge e legge tanto che ricomincia il brusio in sala e tanta gente esce a prendere aria e partono i commenti su questo eccesso e lei sembra non accorgersi di nulla, ma alla fine quando metà del pubblico si assenta lei rinsavisce e termina prendendosi l’applauso di circostanza e nulla più, lasciando il posto alla giovanissima portoghese Sandra Guerreiro, l’unica tra i quaranta che partecipa attivamente al laboratorio di scrittura dell’università di Coimbra e si comprende bene subito che il suo è uno stile performativo, con accenti americaneggianti sul filone beat, in fondo però riaccende la platea, e i suoi compagni del laboratorio si scaldano e per ogni testo ci sono urletti da stadio o meglio da concerto, in parte anche meritati; questa lettura termina con grandi applausi che inevitabilmente fanno sorridere di timidezza l’anche lui giovane e dinoccolato seppur deciso Jonathan Morley, inglese tra i giovani poeti più quotati. Morley è ironico e spigliato nel leggere, certo non riceve le urla d’approvazione precedenti, ma nemmeno svuota la sala, che al contrario si riempie attenta e ascolta sorridendo alle parole argute dell’inglese. L’ennesimo applauso sancisce la fine della giornata poetica e mentre un gruppo di poeti facinorosi (soprattutto portoghesi e brasiliani) prolunga la nottata tra vino e versi e accenni di seduzione, noi più morigerati saliamo su un autobus della municipalizzata al quale è stato negato il meritato riposo del garage per scarrozzare il ritorno dei poetas. L’affascinante mezzo ferma prima all’Hotel Astoria, dove dalle finestre colorate arancio della hall mi sembra di scorgere intenti a giocare a carte Humphrey Bogart e Steve McQueen; alcuni poeti scendono ma poi si riparte subito ed io non mi capacito se stavo sognando o cosa finché mi sveglio in cima alla collina del Mehia Hotel. Ora da noi la hall è più moderna e l’unico che gioca a carte è un giovanotto intento nel solitario del portatile. In camera ritrovo la guida del Portogallo che ho comprato a Fiumicino e leggo le pagine di Coimbra e di Figueira da Foz dove domani sarà il mio turno di lettura, e se ci penso mi diverte come le notti prima delle partite quando pronosticavo i goal e i falli degli stopper.

(continua)

Foto 1: Manifesto dell’evento – Foto 2 di Alessandro Seri : Foto 3 di Cristina Babino: Rio Mondego

4 pensieri su “Poetas. Racconto a puntate di un viaggio poetico – III

  1. Alessandro

    sinceramente non lo so, spero di riuscire a raccontare e scrivere tutto in breve tempo e comunque mi auguro di non annoiarvi eccessivamente. vi ringrazio di cuore, tutti

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  2. fabry2007

    mi immagino Cristina che sorride nella sua dimensione riservata e silenziosa, mentre i ricordi diventano onde che portano a riva ogni genere di conchiglie e di molluschi, gusci, ossi di seppia, cavallucci marini e cavalline storne, upupe , rose aulentissime e passeri più meno solitari.

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