di Valter Binaghi

Milano, 5 maggio 1997
Liceo Scientifico legalmente riconosciuto “Bonifacio VIII”, ore 9.10
-….. Non vi pare una coincidenza straordinaria, ragazzi? –
La voce dell’anziano professore si levava nel silenzio della classe udendosi distintamente sin nell’ austero corridoio stuccato del vetusto edificio, e perfino sul pianerottolo presidiato da un usciere in livrea, statuaria sentinella per i rampolli della migliore borghesia milanese.
– Insomma, il fatto che la data di oggi, anniversario della morte di Napoleone, cada proprio nel giorno preciso in cui dovevo spiegare la politica espansionistica del Direttorio e l’inizio della Campagna d’Italia? – Il professor De Lellis, visibilmente commosso, slacciò il primo bottone della camicia e allentò il nodo della cravatta mentre sotto i suoi occhi Birindelli Fabrizia piegava accuratamente il bigliettino e passava alla compagna di destra.
– Certo, voi direte: tutto normale! Siamo alla fine della quarta, e i programmi di Storia ci portano giusto a questo punto: l’età napoleonica e poi il Congresso di Vienna, prima di chiudere il libro per le interrogazioni di fine d’anno….A parte il fatto che questa è l’ultima quarta con cui si potrà seguire questo percorso naturale e armonioso….La riforma dei programmi che il Ministro comunista ci ha imposto a tutti quanti – e qui il De Lellis digrignò i denti in un moto di stizza malcelato – costringerà dal prossimo anno a seguire ritmi e scansioni che fanno della Storia la pura e semplice anticamera della cronaca contemporanea.Così avranno campo libero per le loro manovre di indottrinamento politico…. –
Si asciugò il sudore con un fazzolettone bianco. Il messaggio aveva già attraversato la classe, giungendo al lato opposto da cui era partito. Conte Matteo e Di Livio Nicola avevano passato senza guardare, ma Tacchinardi Alessia apriva il biglietto e sbirciava con eleganza, prima di passare dietro, non riuscendo a trattenere una risatina.
– Comunque – riprese il professore – Bando alle miserie! – pestò una sonora manata sulla cattedra. – Oggi è il 5 maggio, e quello che ci tenevo a dirvi – qui volle dominare la classe con un’occhiata a campo lungo, vagamente fatale – è che le coincidenze non esistono! –
Peruzzi Leonardo, Del Piero Monica, il bigliettino stava per giungere a destinazione.
– Non esistono le coincidenze: imparatelo fin da adesso, voi che, educati con sapienza e fermezza tra le mura auguste di questo glorioso Istituto, prenderete fra poco il posto che vi compete, nella classe dirigente di questa società tormentata…. –
Il professor De Lellis si alzò in piedi e scese dalla predella. Continuava a parlare passando tra i banchi e gesticolando, come faceva spesso. La trasmissione del messaggio s’interruppe.
– Mi spiegherò meglio. Peruzzi –
Il soggetto, sorpreso nel bel mezzo di un ripasso disperato di Chimica per l’interrogazione della prossima ora, ebbe un soprassalto ma rispose prontamente: – Si? –
– Peruzzi, secondo lei, cosa condusse un oscuro ufficialetto a sostituire il comandante dell’artiglieria nell’assedio di Tolone, nel quale assedio ebbe modo di esibire le sue doti militari, che gli fruttarono la nomina a generale e da lì una fulgida, rapida ascesa fino al trono Imperiale? Che cosa ve lo condusse? – chiese il professore con la voce tremante d’emozione e il dito puntato al cielo.
– Il titolare era infortunato? –
– Il Destino!- tuonò agitando le mani davanti al volto l’esagitato De Lellis – Il Destino! La Storia non è altro che la cornice in cui si muovono uomini fatali, misteriosamente assegnati dalla Provvidenza a compiere i suoi occulti disegni…. Come non ricordare – si asciugò ancora la fronte col fazzoletto – come non ricordare qui i versi del grande poeta, Manzoni intendo, che a Napoleone dedicò l’inno più bello, il più celebre fra i molti dedicati al condottiero dal romanticismo, che ne fece il suo eroe? –
Portò la mano a visiera sulla fronte, come per richiamare da lontano i relitti dispersi dei suoi studi letterari, poi chiuse gli occhi e recitò:
– Ei si nomò: due secoli,
l’un contro l’altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe’silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor–
Nel silenzio della classe, il De Lellis rimase un attimo così, con gli occhi chiusi e il naso all’aria, come assaporando l’enfasi da lui stesso sparsa a piene mani sulla scena.
Intanto il messaggio era giunto finalmente in porto. Ferrara Cinzia, bella figliola dai grandi occhi neri, spiegò il biglietto e lesse:
Questa da te non me l’aspettavo! Ti ho vista, alla festa, che hai cercato di fartelo per due volte, brutta troia! Se ci provi un’altra volta ti sfregio.
F.
Senza scomporsi, nonostante un lieve rossore le avesse imporporato le guance, Cinzia aprì il suo zainetto Barbie, cercò la sua bustina Barbie, ne tolse la sua penna Barbie (rosa shocking, ma scriveva blu) e aggiunse di seguito:
Ma che ti credi, fanatica! Quello è talmente sballato che non si accorge nemmeno delle donne. Ammetto che ci ho provato, ma solo per curiosità. Comunque tienitelo il tuo capellone, per me è anche un po’ frocio. E vaffanculo, stronza.
C.
Liceo Scientifico Statale “Enrico Berlinguer”, ore 10.15
Si grattava il mento punteggiato da una barba di tre giorni, l’occhio fisso all’elenco del registro, senza decidersi a sparare il primo nome. I ragazzi dal posto affettavano la solita aria svogliata, chi tagliuzzando l’orlo del banco chi sfogliando distrattamente il libro di Storia, ma in realtà trattenevano il respiro. Era uno dei rari momenti che in classe non si sentiva volare una mosca: in compenso il corridoio rimbombava dei passi di una mandria transumante dall’aula al laboratorio di Fisica, mentre le bidelle si organizzavano per l’uscita mattutina della sorteggiata, mettendo a parte l’intero istituto delle loro preferenze letterarie a voce spiegata, su per la tromba delle scale:
– Concetti’ quando te ne vieni dalla posta me compri Novelladuemila? –
– Pure a me, Concettì, e anche Sorrisiecanzoni! –
Il professor Esposito, quarant’anni portati malissimo, passò la mano grattante dal mento ai capelli arruffati e una spolverata di forfora finì di deporsi sulle spalle fruste della giacca di velluto blu. Poi, finalmente, cominciò la litania delle interrogazioni di Storia:
– Rossi Sabrina –
La ragazza allungò il collo e sporse un visino sofferente:
– Mi giustifico, prof. Oggi ho le mie cose –
– Vabbè. Albertini Francesco –
Dall’ultimo banco si levò un cupo borbottio di bestemmie. Poi il ragazzone si alzò in tutta la sua mole, e si schiarì la voce: – Prof – cominciò – ieri abbiamo giocato a pallacanestro, qui a scuola, contro quelli del Liceo Parini. Abbiamo vinto, prof! – e sgranò un sorrisone smagliante, poi riprese subito l’aria più dimessa e accennò una smorfia agli angoli della bocca – … però, prof, non ho potuto studiare. Non è che mi può interrogare un’altra volta? – e sedette, sicuro del fatto suo: Esposito non avrebbe osato schierarsi apertamente contro il prof. di Educazione Fisica, nonchè allenatore della squadra di basket – cane non mangia cane.
L’insegnante emise un sospiro di rassegnazione – Maldini Gabriella –
Nessuna risposta.
– Maldini Gabriella –
Un pianto sommesso, in seconda fila. Maldini Gabriella, le braccia conserte sul banco, il viso nascosto tra le braccia, le spalle scosse dai singhiozzi. L’amica del cuore, seduta a fianco, fulminò con un’occhiataccia l’insegnante, e scosse la testa, con aria di disapprovazione:
– Prof, quel mostro di Panucci di VB l’ha piantata ieri. Non vede in che stato è? Tutto il pomeriggio a casa mia a piangere, e la sera al telefono. A piangere. Come faceva a studiare?-
– Allora vieni tu –
Scandalizzata: – Ma prof! Se le ho detto che abbiamo pianto tutto il giorno, insieme! –
Voltò di scatto la testa, biascicando oscenità alla finestra, poi puntò con decisione un nome sul registro e lo pronunciò a voce molto alta, in un tono che non ammetteva repliche:
– Cardone Nicola –
Una testa ricciuta, un facciotto simpatico punteggiato di lentiggini occhieggiò dalla terza fila, tentando una smorfia intristita ma con scarsa convinzione: – Motivi famigliari, prof. Ieri è morta mia zia che… –
– E’ già morta Lunedì scorso – tagliò corto il professore: – Alla cattedra! Muoviti! – e raddrizzandosi sulla schiena poggiò i gomiti sul tavolo e assunse un’aria concentrata, adatta alla ristabilita autorità.
Il ragazzo sedeva sullo sgabello dei condannati, appositamente sistemato a fianco della cattedra, e aspettava la terza domanda con la rassegnata dignità del ripetente, ormai adattato al ruolo di capro espiatorio delle contraddizioni scolastiche. Le prime due domande – Costituzione Civile del Clero e rivolta in Vandea – erano rimaste senza risposta. Per due volte sul suo viso era apparsa un’ombra di doloroso stupore, presto risoltosi in tranquilla estraneità a quella che doveva apparirgli una malvagia provocazione – non si trattava nemmeno della lezione del giorno, era roba spiegata una settimana prima, praticamente morta e sepolta!
– Vabbè. Visto che è il 5 maggio, prova un po’ a parlarmi dell’ascesa di Napoleone Bonaparte nella Francia del Direttorio…. –
Il facciotto rubicondo di Nicola s’illuminò. Cominciò a parlare a rotta di collo, pensando di riguadagnare le posizioni perdute in zona cesarini e citando praticamente a memoria la pagina del bigino che si era stampato in mente un’ora prima, in autobus:
– Napoleone nacque ad Ajaccio in corsica il 15 agosto 1769 da famiglia di origini toscane, piccola nobiltà. Uscì dalla scuola militare come sottotenente d’artiglieria nel 1785. Dopo una fase iniziale di simpatia per i circoli giacobini, si mise in evidenza nella Francia del Direttorio sposando l’influente Giuseppina Beauharnais e ottenendo nel 1796 il comando della campagna d’Italia. Nei vent’anni che seguirono il suo genio politico e militare gli permise di sconvolgere interamente la geografia e le istituzioni europeee, assumendo il ruolo di protagonista indiscusso del suo tempo…. –
A questo punto il professore diede una gran manata sulla cattedra, e proruppe in un – Ma no! – spazientito che meravigliò tutti quanti (figurarsi il povero Cardone!).
– Ma no! – disse ancora Esposito, scuotendo sconsolato la sua capigliatura sempre più arruffata: – dopo tanta fatica, rivoluzioni e sangue versato, siamo ancora qui con la Storia fatta dall’Eroe, dall’Uomo del destino, dal Protagonista del secolo! E piantiamola…. –
Uscì dalla cattedra scavalcando il sempre più tartassato Cardone, e cominciò a percorrere lo spazio fra i banchi avanti e indietro, sbracciando: – E’ dall’anno scorso che cerco di farvelo entrare in testa! Ci dobbiamo liberare da questa idea aristocratica e reazionaria, della storia come opera di pochi grandi geni… La Storia la fanno le masse… – Agitò il dito davanti al muso dell’incolpevole Albertini: – Attenzione, perchè il peronismo, la deriva plebiscitaria, l’uomo della Provvidenza sono sempre in agguato, e le dittature si nutrono proprio di ideologie di questo genere! Gli italiani non imparano mai…L’abbiamo scampata bella nel ‘94 ma non è detto! Non è detto!-
Riprese fiato. Ritornò alla cattedra e piantò gli occhi addosso al malcapitato:
– Una volta per tutte: imparatevi a memoria la poesia di Bertolt Brecht che vi ho dettato l’anno scorso! Quella è la chiave di volta per capire la Storia, il resto sono chiacchere o ideologie pericolose…. Ve la ricordate?
Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?.…. –
E continuò a recitare tutta intera la sua poesia preferita, con la classe ammutolita e la vittima designata a capo chino, che aspettava la fine del predicozzo per conoscere il suo destino.
Finalmente: – Cardone, vai a posto. Si vede che oggi non è giorno. Ti sento un’altra volta –
Era fatto così: un buon diavolo, tutto sommato, e poi i sermoni commuovevano più lui che gli uditori, alla fine ne usciva con la voce roca, la mente inorgoglita dai ricordi di gioventù – era stato un attivista di Lotta Continua, tra i pochi non venduti oggi al nemico di classe – e gli occhi un po’ lucidi.
Cardone scollò il chewingum parcheggiato sotto la cattedra e ritornò dondolando al suo banco, masticando allegramente sullo scampato pericolo.
“Libero Liceo Padano”, ore 10.45
Il bidello in camice verde comparve sull’uscio senza aver bussato, come ogni mattina, e il professore rimase a bocca aperta, lasciando a mezz’aria la sua accalorata prolusione.
– Latt o Yogurt? – Chiese stancamente il pensionato Calini, ora bidello di scuola padana, ma il professore lo fulminò dalla cattedra con un’occhiata velenosa, per via di quella concessione esterofila, inammissibile: – Latt o Cagià? – corresse immediatamente il Chiodini, docente di Lingua, Storia e Filosofia Padane nel Libero Liceo. Il Consiglio d’Amministrazione della scuola aveva deciso, per l’intero anno scolastico, di offrire agli alunni una merenda a base di latticini. Bisognava a tutti i costi difendere la produzione lombarda dalle limitazioni imposte dalla Comunità Europea e accettate passivamente dal sottogoverno di Roma. Insomma, si doveva sposare la protesta dei produttori e insieme addestrare il popolo all’autarchia, in vista della prossima guerra di liberazione.
Dodici mani si alzarono per il latte, dieci per lo yogurt, una sola rimase malinconicamente abbassata, quella di Bianchi Gianluigi detto Gino, sofferente di colite: dopo la prima settimana di patriottica adesione alla merenda comune con lunghe permanenze alla toilette e dolorose scariche di diarrea, gli era stata concessa -unico caso nell’intera sezione – l’esenzione totale. Da allora poteva celebrare l’intervallo con prosaici panini al salame che gli provocavano il disprezzo del professore e l’invidiosa occhiata famelica dei compagni.
Uscito il bidello, la lezione riprese tranquillamente il suo corso, e il Chodini continuò l’elenco delle malefatte di Napoleone, camminando tra i banchi.
– …insomma, l’è sta lü, ul disgrasiaa, a inventà l’idea de mett’insema la Padania e la Teronia, cun quel triculur che adess ma liga i man e ma svoia i saccogg …. – L’intellettuale padano dominò la classe con uno sguardo, notando con disappunto che l’indolenza di Bianchi Gianluigi era giunta allo stadio delle palpebre pendenti, della bocca semiaperta, insomma al preludio di un abbiocco scandaloso. Fece finta di niente e continuò: – E ladar! Ul püsè ladar da tücc! Quel ca l’ha purtaa via ul Bonaparte, quel che m’han rubaa i Frances al senn dumà lur! Andè a Parigi, andè al Louvre a vidè: metà de la robba ca ghe là l’en purtaa via da chi, e l’altra metà ga l’en ciulaa ai negar, insomma, ai Egisian, quei là…-
Ritornò alla cattedra, riprese fiato e buttò uno sguardo discreto al posto di Bianchi. Le braccia conserte sul banco, la testa poggiata sul gomito sinistro, dormiva. Si vedeva l’angolo della bocca piegato a un sorriso placido. Il professore sospirò. Il padre della talpa, consigliere leghista in Comune e fortunato imprenditore, era uno dei principali finanziatori della scuola, nonchè membro del Consiglio d’Amministrazione. Conveniva glissare.
Afferrò un libretto dalla cattedra, aprì il segno sulla pagina preparata in precedenza:
– Quand i Frances en fa’ fagott, perdu la guera, in Lumbardia ghe turnà indrè i Tudesch. Anca lur vignevan chi a mangià, bèv e ciulà, ma cun püsè bona creanza, almenu! Sintè chi cume l’ha scritt el nost poetta, el Carlin Porta, parland di Frances ch’i scapan:
E sì che tutt el mond sa che vee via
per lassà el post a di olter forastee
che per quant fussen pien de cortesia
voraran anca lor robba e danee.
Ma n’avii faa mò tant violter balloss
col ladrann e coppann gent sora gent,
col pelann tribolann, cagann adoss,
che infin n’avii redutt al punt puttanna
de podè nanca vess indiferent
sulla scerna del boja che ne scanna –
La campanella dell’intervallo elettrizzò improvvisamente l’aula, mettendo a sedere il professore e facendo scattare in piedi i ragazzi, subito accalcati alla porta verso il corridoio, bercianti.
Presto la classe rimase deserta: solo il dormiente, lievemente disturbato, levò il capo e si guardò intorno con aria miope e stranita. Il silenzio dovette rassicurarlo, perchè riaccomodò la testa sul guanciale delle braccia, spalancò la bocca in un lungo sbadiglio e ripiombò nel sonno, soffocando nel gomito un grugnito di piacere.

Lasciano ben sperare queste giovani leve che mandano a ramengo le ideologie dei maestri con pochi semplici gesti.
Ma quello in foto è Valter vestito da Napoleone?
davvero, ma l’è il valterùn quel là vestì da napuleùn?
senti, io vorrei iscrivere mio nipote al liceo padano. poi dammi l’indirizzo, etc.
ciao
Se vuoi ti do l’indirizzo di un liceo incistato in un piccolo paese di cinquemila abitanti da un onorevole di Forza Italia (che è anche il sindaco del paese). Tutto dipinto di azzurro.
ma mi sa che quel liceo lo conosco. e quel sindaco pure. il ‘liceo azzurro’. da aggiungere alla serie. 5 anni al prezzo di 3. Per un 88 paghi 7.000 euro, per un 96 ne paghi 8.400.
Non credo che arrivino a questo.
Però il sindaco ha messo le lucine azzurre catarifrangenti nei marciapiedi di tutto il paese(rifatti all’uopo).
I costi della politica.