Il matrimonio di mia cugina
E io che mi pensavo. Io che sì, d’accordo, m’ero comprata l’abitino glam glam (che poi tanto si può sempre riciclare per il tango) e le scarpine di raso nero, ma la borsilla no (in vernacolo sarebbe la buzzitta, che s’accoppia di solito alla cappottina, ma qui entriamo diritti nella leggenda), avevo quella di mia mamma, una bustina nera con una minuscola tartarughina di smalto. Dentro, c’è ancora il menù d’una cena sociale di sette anni fa: continuo a portarmelo dietro, come tutto il passato trasparente, il bagaglio vasto e immateriale, pesantissimo e invisibile che ci segue ovunque.
Dritta sui miei tacchi di nove centimetri, fresca di messimpiega, stringendo la bustina dei ricordi, ho trattenuto per un attimo il respiro, sulla soglia dell’albergone imbandierato specializzato in matrimoni. Alla calabrese, si capisce.
Il matrimonio calabrese è una cerimonia complicata e durevole. Comincia di solito un paio d’anni prima, quando i due decidono il passo, e tocca informare le rispettive famiglie. Seguono una media di una novantina tra cene, pranzi domenicali e/o susseguenti pomeriggi con pasticcini nel salotto buono, visite al paesello e doverosi omaggi alle parenti anziane – di solito prozie remote, comari di basilico e cugine collaterali. Quando tutti sanno, e hanno manifestato il loro benestare, si può procedere con l’organizzazione.
Zia Maria, di solito, fa da furiere, assessore all’annona e ministro degli esteri. Presidia scelta di bomboniere, disposizione di posti in sala e rapporti con il clero. Ieri sera gli ultimi due invitati scomodi sono stati adeguatamente posizionati – nella mappa da risiko dei tavoli da otto – all’ultimo minuto utile, giusto alla fine degli antipasti. “Zia, ce l’hai fatta anche stavolta” le abbiamo detto noi cugine anziane, che sappiamo tutto delle campagne di russia che ha sostenuto da sola, dritta sui suoi tacchi quadrati, sulla sua ossatura minerale e sulle sue invincibili convinzioni.
I vicini di casa C. sono stati smistati – con un doppio avvitamento e un carpiato – al tavolo delle comari di sotto (Franca di sopra e Pina di sotto sono i confini umani della comunità, e qualche volta toccherà scriverne) senza colpo ferire.
La zia s’era già distinta nella formazione del tavolo delle scorie tossiche, il tavolo degli indesiderabili che nessuno vuole vicino: mia cognata la scorpionessa, il cugino con l’alito di capra morta, il compare di Bagaladi aromatizzato alla naftalina, il nipote complessato. Al termine di lunghe e complesse trattative – che il medio oriente sarebbe un gioco da ragazzi, in confronto – la zia li ha sistemati tutti. Tenendo nel giusto conto età, aspetto, censo, grado di parentela, generosità nel regalo e propensione al malocchio. Che tanto poi si sa che nessuno sta seduto più di cinque minuti, e tutti vanno al tavolo di tutti (tranne il nipote complessato, il compare antitarme e il marito della nipote che vuol parlare di Voltaire con chiunque gli stia vicino sennò mette il muso).
Io ho mangiato di tutto: gamberetti, fonduta, kebab, zuppa, sushi e molta molta maionese. Era un matrimonio calabro-global, e la farcia era, giustamente, planetaria. Sushi corretto al pescespada, fonduta col pecorino di latitanza, kebab al pesce azzurro. Gnocco fritto con pecorino e miele d’aspromonte. Astici. Ricotta fritta. Anelli di calamaro. Frittelle di fiori di zucca. Torta fredda di salmone. Filetti di salmone. Tartine di salmone. Salmone.
Non fraintendete. La nostra ossessione per l’abbondanza è antica e rituale. Tiene lontani i malispiriti, l’insicurezza, il malocchio. E poi, ci sono intere culture basate sull’ossessione per il vuoto, e onestamente non c’è partita.
Commare Abbondanza era seduta in prima fila (dove militavano, nell’ordine, una donna cannone, un sergente Garcia, una primavera esplosa, un allevamento di coleotteri), muoveva la bacchetta magica a caso e faceva spuntare cascate di strass nei luoghi più impensabili: l’abito lungo di zia Enza nubile, la mia cintura, i sandali palafitticoli di una piacente invitata, dove erano montati bersagli per freccette luminosi. Interi corpetti erano incrostati di pietre dure, fossili, conchiglie, stalattiti e stalagmiti. C’erano scarpe a forma di biga di Ben Hur, volants leopardati, borsette di scarabeo stercorario. Molto beige, molto oro. Grande esposizione di piedi. Qualche tatuaggio. Nessun piercing (evvabè, dateci tempo).
E camerieri concentratissimi in guanti bianchi che servivano patè di zucchine e pomodorini, risottino allo zafferano e frutti di mare. E cestelli di ghiaccio, un gran numero di cestelli di ghiaccio: era un “Live Earth” matrimoniale, dove c’era di tutto, dalle Alpi all’Antartide.
L’orchestrina parimenti suonava ogni cosa, da “Besame mucho” a Capossela. Global-calabri pure loro.
La sposa era mia cugina bella in seconda (la bella titolare vive al Nord, ma ancora si ricordano le sue leggendarie visite estive), quella che somiglia a Nicole Kidman ma più alta. Solo lei poteva portare quell’abito a scollatura totale e gonna interminabile. E i tacchi bassi.
Gli sposi volavano di tavolo in tavolo, mentre avveniva di tutto: io e il mio compagno – protagonisti, al momento, di “Quattro funerali e un matrimonio” – scattavamo istantanee della serie “la sai betoven?” al pianoforte a coda, facevamo marameo da lontano a mia cognata e dissertavamo sui Dico col parroco (che la zia ha piazzato al nostro tavolo, con misteriosi intendimenti pedagogici)(io insistevo: “padre, noi viviamo nel peccato, e siamo felici”, lui trasaliva e versava più ghiaccio nel bicchiere). Mia cognata s’è cambiata pure d’abito, tra il primo e il secondo tempo: per lei è sempre Sanremo. Poi, in compenso, una volta assestasi tra i pannelli di lamè, ha dato prova della sua consueta fame da brontosauro. Intanto i bambini cadevano addormentati nel mezzo del salone, zia Enza era piegata dal peso del monumentale crocifisso di strass che portava al collo (“Zia, hai paura dei vampiri?” le ho chiesto, e lei: “Certo che no, se ne vedo uno lo mordo io”. I vampiri sono avvisati) e nessuno dava confidenza al dentice a terrazze servito con coreografia flambè.
Diciamo che eravamo già tutti proiettati verso il buffet di dolci.
Commare Abbondanza dà il meglio di sé, sui dolci. Dobbiamo scongiurare, dopotutto, lo spettro d’una ventina di secoli in cui il pane col miele era il massimo, e tutti i dolci poveri che ci siamo dovuti inventare in tutto quel tempo: le ‘nsudde spaccadenti, il torrone di cemento armato, le ‘nnacatole fritte nello sciroppo, le collure di pasqua farcite di uova, le colombelle cogli occhi di mandorla e i sogni di zucchero.
Niente di tutto ciò, ieri.
Trenta metri di buffet, con torte paradiso, babà alla frutta, sacher-global profumata di zagara, tiramisù, un intero lago di cigni tutto di panna, bignè e profiterol: guardando quella crema azzurra che fingeva le onde, quei cigni indomiti e cotonati, devo ammettere che mi sono commossa. Ho pensato a tutto ciò che di cotonato e laccato e artificialmente colorato c’è in noi, al magnifico kitsch che glassa le nostre vite, e che pure non cancella quest’assurda fiducia, o speranza da cigni di panna che vanno verso l’argine di cioccolato, ad ali aperte e fari spenti nella notte.
E poi c’era lei. Sì, lei. La mia torta preferita.
Ora voi direte “aaagh”, ma vi giuro che è buonissima. La torta panna e peperoncino. Che infatti non è una torta, è una metafora. La metafora si taglia a fette, e dentro sembra una cosa innocua: due strati di pandispagna, due di panna spessa e bianca, con impercettibili pezzettini rossi. Quando la mangi senti solo la panna, e continui per qualche secondo a chiederti dove hai sbagliato, o cosa voleva dire, o come puoi farti fregare sempre e credere a qualunque cosa, anche a panna e peperoncino. Poi ti fermi con la forchettina a mezz’aria, perché è allora, quando hai perso la speranza, che arriva il peperoncino. Nella bocca tutta dolce, tutta risaputa, si sparge e si solleva un solleticore, una polvere di stelle, un brillìo di fuochi artificiali che non è esattamente un sapore. Il piccante non è un sapore, sappiatelo: è una sensazione tattile. Un inganno dei sensi, come ogni volta che mastichiamo una metafora. Inseguiamo un sapore, un simulacro, un’immagine, e invece è un’altra cosa, come un suono, come una pioggia sottile.
Come un matrimonio calabro in una notte di luglio.

La signora delle brioche! Roba buona, pasticceria di prima scelta.
Mi ci sono felicemente immersa, davvero come in una torta a più strati:-)
Buono davvero. Divertente, coinvolgente. Buona scrittura, grande capacità di rappresentazione (avevo già letto da qualche parte questa Mallamo…)
c’è un mondo che conosco, amo, ricordo – quello di una strana “regione”, quella dello Stretto (of Messina) – che non è più Sicilia e non è ancora Calabria, o forse è intrinsecamente, irriducibilmente, entrambe le realtà
“Inseguiamo un sapore, un simulacro, un’immagine, e invece è un’altra cosa, come un suono, come una pioggia sottile”.
cerco sempre qualcosa del genere in un testo. quando lo trovo, sono contento, qualunque sia il menu.
Ah la MetaFarcia!
Signora di tutte le mie brioches
🙂
Madame Briosch, una delizia per palati letterari.