Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
L’alchimia della parola e la ricerca dal profondo. Aldo Roda, Alchimie dello studiolo di Francesco I de’ Medici, Firenze, Gazebo, 2007, pp. 96.
E’ dal 1998 che l’architetto Aldo Roda scrive poesie con piglio e determinazione, con la forza di chi vuole costruirsi un linguaggio nuovo per esprimere un universo interiore che lo porta a cercare gli snodi segreti delle vicende umane e il colore segreto delle parole utilizzabili per dirle e per descriverle. Questa sua ultima prova in versi (ma corredata da foto e da una mappa accurata del luogo ove l’azione si svolge) rappresenta un tentativo di cercare le ragioni ultime di un’opera d’arte e di leggerla con l’ausilio di strumenti letterari e psicoanalitici capaci di chiarirne la verità possibile.
Lo studiolo di Francesco I de’ Medici fu realizzato sotto la direzione di Giorgio Vasari e su ispirazione del dotto benedettino Vincenzo Maria Borghini. I 34 pannelli dipinti che lo componevano, il soffitto affrescato e le 8 statuette di bronzo presenti nella sala avevano il compito di illustrare il rapporto tra Arte e Natura (come è dimostrato dalla presenza di un riquadro contenente l’immagine di Prometeo che riceve dalla Natura una pietra preziosa).
Accanto ad esso si susseguivano le rappresentazioni dei quattro elementi che compongono tradizionalmente la forma della Natura e dei quattro temperamenti fondamentali della medicina galenica e le tavole che coprivano le porte degli armadi all’interno dei quali erano contenute le “cose rare et pretiose” raccolte per l’occasione rimandavano alla capacità delle arti umane ivi rappresentate di approfondire o utilizzare adeguatamente le ”degnità” degli elementi naturali stessi.
Roda descrive queste tavole a partire dalla loro dimensione profonda, intuibile soltanto a partire dalla loro possibile risonanza inconscia (l’accostamento da parte junghiana alla questione è qui più che patente) e compie così un viaggio a ritroso attraverso la struttura primordiale dell’esistenza umana – tra gli elementi rappresentati sulle tavole che compongono la sequenza artistica presente nello studiolo di Francesco de’ Medici e la soggettività dispiegata dell’uomo contemporaneo si crea così un cortocircuito che produce il clic della poesia come evocazione e incanto della materia.
«Primordiali volti / in profondità d’oceano. / Coperto da reti d’immagini / l’uomo è cera / e stampo di metallo. // Anfitrite oscurandosi / recinge il mare / in forma di conchiglia» (p. 37).
Collegando in questo modo il passato arcaico rappresentato dalla mitologia con la dimensione delle sue manifestazioni più coinvolgenti nel presente, Roda propone un modello di scrittura in cui le nervature culturali più preziose riacquistano il sapore della naturalità della ricerca poetica.

Complimenti, bel sito. Tornerò a leggervi con più calma. Buona giornata
Forse non è conveniente ma Le rispomdo con una mia poesia, chiedendoLe un commento, qualora lo gradisca.
Sono andata via disgustata da un sito Neteditor che pur di andare avanti prendeva qualsiasi cosa, un bravo poeta come Antonio Brescia sta soffrendo come me per incomprensione di gente ignorante.
Essendo un ‘Astrologa seria mi occupo dei 4 elementi in visione alchemica e anche astrofisica.
Grazie per il suo blog molto interessante era quel piglio intellettuale che avrei voluto trovare su quel sito di pseudo edizioni
CANTO TERZO DEL PERDUTO AMOR DI ORFEO ED EURIDICE
Non veran novero di lingue e canti
che tu non sapessi prospettar
agli oti per incanti,
silenti amanti
coprivan l’altura
dal tuo logos nella
mitica avventura.
Rupesti arbusti
solevano inchinarsi
al tuo passar
tra i loro fraschi.
Misteri e averi
t’accompagnavano
mentre i corpi cantavano,
muovendosi canonici
sui prati armonici.
Null’altro che preghiera
per la tua sposa
spenta in miniera,
un sodalizio finito
lungo un precipizio
vi colse nell’imprevisto
rompendo il fausto inizio.
Piangesti e dolcemente
intonasti una litania
ridondante nel nome di Euridice
tua amante e araba fenice,
resuscitata dall’Ade nero
oscuro come una pernice,
ma dal buio dell’eternità
si ruppe un patto di fedeltà
e nel bagliore della luce
anche l’immortale felicità.
Nella bramosia della sinfonia
dell’epica impresa
nella sua eroica contesa,
volgesti uno sguardo verso
l’oscurità
nel vederne la luce sulla soglia
dell’eternità,
perdendone da lì
Euridice e il suo seguir.
Strappattati dalla mano
che vi conduceva lontano.
Seppur tu fosti un maestro esperto
cantore e compositore
oratore e uditore
nulla potesti proferir
nel silente amore
nel suo imperituro
eterno fiorir
Nel cantar la mia terza composizione al canto del perduto amor di Orfeo, innalzo il suo nome agli illustri poeti, Virgilio e Ovidio. Possano le vostre epiche parole glorificarne il nome nel limbo della verità.Umile poetessa Meryluise