Mi domandavo, l’altra sera, come e se una poetica potesse poggiare le proprie fondamenta su concetti come caos, anarchia, incoscienza e odio. E cercavo esempi in proposito.
Ho pensato a certi modelli di letteratura d’avanguardia, a poeti (artisti in genere) maledetti, alla cultura underground. Ho pensato a un certo tipo di teatro, a poeti più o meno etilisti o dediti all’assunzione (creativa, ça va sans dire) di sostanze allucinogene di varia natura…
Il punto è che – più ci penso – e più trovo invece una totale sintonia, empatica e razionale, con quanto dice Oscar Ekdhal, a proposito della sua più che ventennale attività di direttore del piccolo teatro di famiglia (cito dalla traduzione in inglese): “Or perhaps, we give the people who come here a chance to forget for a while, for a few short moments, the harsh world outside. Our theater is a little room of orderliness, routine, care and love.”
Nella versione italiana: ordine, disciplina, coscienza e amore.
Il teatro degli Ekdhal è un rifugio elusivo: è un mondo piccolo che mette al riparo, almeno per un po’, dalla durezza del mondo grande, ma che aiuta anche (forse soprattutto) “a rifletterlo e a capirlo meglio”.
E’ una concezione dell’arte puramente consolatoria e borghese?
Forse. Forse no.
Quale arte, nel nome di una impossibile riconciliazione con le dinamiche strutturali e sovrastrutturali della società che rappresenta, può permettersi di essere (oltre che manifestare) caos, anarchia, incoscienza e odio? Il mondo è caos, anarchia, incoscienza e odio, ma quale forma d’arte può essere così autolesionista da accettare nelle forme, nei contenuti ma anche nei propri presupposti, nel proprio giustificarsi, quindi nella propria poetica, una così radicale riduzione mimetica? Quale arte può porsi al di fuori di una regola, di un severo apprendistato, dalla fatica del fare?
A me pare che la dichiarazione di poetica di Oscar Ekdhal sia universale e condivisibile da chiunque metta mano a una penna, dita su una tastiera, si sporchi con il pennello. Con chiunque si esprima, urlando un disagio, coltivando la propria reazione folle al mondo grande. In ogni libro, in ogni quadro, in ogni verso disperato non può che esserci, dietro, che ordine, disciplina, coscienza e amore. A me questa sintesi suona necessaria, e profondamente consolatoria, sì, direi spiritualmente consolatoria.
La dedizione di una filodrammatica borghese alla tradizione culturale benigna e solo apparentemente rassicurante, non può essere visceralmente diversa dalle prove sperimentali di un poeta che si vuole maudit. E chi dovesse chiamarsi fuori penso corra il rischio di trasformare il proprio messaggio in un macigno lanciato da un cavalcavia dell’autostrada, non in uno strumento di comprensione.
(Per chi non lo ricordasse: Oscar Ekdhal è una creatura di Ingmar Bergman, che gli fa pronunciare questo straordinario discorso la notte di Natale, poco prima di morire, nel suo ultimo film per il cinema, Fanny e Alexander).

Concordo. Vorrei solo notare che in genere nei veri “maledetti” ci sono sempre grida d’amore enormi, l’amore del cane randagio, l’amore brado o quello che non si ha.
Io credo che sia possibile!
Anche se, sotto, deve esserci una salda morale di fondo.
Questo per dire che: senza la morale non si può essere veri “anarchici.
mi vengono in mente i primi album di De Andrè, vera poesia, una poesia anarchica, libera da ogni pregiudizio, ma con il privilegio di arrivare dritta al cuore.
Ancora una volta qui si tocca un problema immane. Io penso da un lato che da un certo romanticismo in poi (sotto ci sta Rousseau, ovviamente)molti si sono convinti che arte e poesia possano consistere nell’esibizione immediata, e in molti casi urlata, del sentimento (proprio o del gruppo di appartenenza). Dall’altro lato penso che questa esibizione sia sempre legata ad una condizione di risentimento, e che mentre il grande artista riesce a superare il risentimento stesso mediandolo nelle forme “trascendenti” che produce (Dostoevskij è sommo esempio, ma tutti i grandi artisti in ciò gli sono accomunati), l’artista medio-piccolo ne rimane inesorabilmente prigioniero. Questo si riflette anche nella contrapposizione tra arte “alta” e arte “bassa” o “popolare”. L’arte “alta” ha come initium l’epopea omerica, in cui il risentimento è superato clamorosamente nell’episodio dell’incontro tra Achille e Priamo, e arriva ai nostri giorni in filmografie come quella di Bergman, Kurosawa e moltissimi altri grandi, l’arte “bassa” al livello più puro la troviamo nel “gansta rap”.
io concordo in tutto e per tutto con te, Ezio. Disciplina, ordine, coscienza e amore. Come si può prescindere da questi fondamenti quando ci si accinge a creare, a emettere il proprio grido di dolore, di angoscia, di passione, di insoddisfazione? grazie per il tuo articolo, l’ho trovato molto “viscerale”, molto “sentito”. Mi ha coinvolto.
“da un certo romanticismo in poi (sotto ci sta Rousseau, ovviamente) molti si sono convinti che arte e poesia possano consistere nell’esibizione immediata, e in molti casi urlata, del sentimento”
Scusa, Fabio, per capire: penso ai primi scrittori riconducibili strettamente al Romanticismo che mi vengono in mente:
Alfieri Foscolo Leopardi Manzoni Porta Belli Chateaubriand De Vigny De Musset Hugo Wordsworth Coleridge Shelley Keats Kleist Hoelderlin Jean Paul Novalis Schiller Goethe Grillparzer Hoffmann Buchner Heine Bécquer Poe Hawthorne Puskin Lermontov Tjutcev Petofi…
Tutti questi rientrano in quella categoria?
… e innanzitutto grazie a Ezio per il bel post.
Io non ho detto che il romanticismo consista nell’esibizione urlata del sentimento (passione ecc.). Ho detto che “molti si sono convinti”. E che da Rousseau in poi molti abbiano pensato e pensino che l’arte, e in particolare la poesia, siano espressione immediata del sentimento (mettiamoci pure lo «Sturm und Drang»)mi pare difficilmente contestabile. I grandi romantici hanno tutti in sé un elemento “classico”, che è mediazione. Basta pensare a Schiller. E tuttavia Goethe pensava che il romanticismo fosse malattia. Ma qui bisognerebbe scrivere un saggio. Ce ne sono già troppi.
Quanto ai nomi che tu fai, la situazione non è semplice. Certo c’è chi dice, ad esempio, che Alfieri non sia per nuilla un romantico, ma a leggere la Vita, di urlato c’è parecchio. Sicuramente nel romanticismo affondano le radici tutti i movimenti e le spinte successivi dello spirito europeo, compresa ogni sorta di “maledettismo”.
Sempre per capire, Fabio, a chi ti riferisci in particolare quando parli di “maledettismo”?
A me ad esempio viene in mente un brano di Baudelaire, comunemente indicato come un padre del “maledettismo”. Te lo ricordi?
“Quegli infelici che non hanno né digiunato, né pregato, che hanno rifiutato la redenzione nel lavoro, chiedono alla nera magia d’innalzarli, di colpo, all’esistenza soprannaturale. La magia li inganna, accende per loro una falsa felicità, una falsa luce; mentre noi, poeti e filosofi, abbiamo rigenerato l’anima nostra col successivo lavoro e con la contemplazione; con l’esercizio assiduo della volontà e la permanente nobiltà della intenzione, abbiamo creato un giardino di vera bellezza. Fidenti nella parola che dice come la fede trasporta le montagne, abbiamo compiuto il solo miracolo di cui Dio ci ha concesso la licenza!”.
a proposito di citazioni…
Molta Follia è il Senno più divino -/per un Occhio che discerne -/molto Senno – la più pazza Follia.
Emily Dickinson, Poesie
Baudelaire è padre di tutto: decadentismo, simbolismo, e della poesia moderna in generale, soprattutto per quel che riguarda il problema del rapporto tra poesia e verità. Ma quando parlo di “maledettismo” (tra virgolette) non penso tanto a lui, piuttosto intendo un atteggiamento “antiborghese” che dall’Ottocento ad oggi porta molti artisti o presunti tali a ostentare vizi, passioni, ecc., con la convinzione di collocarsi così al di fuori di quello stesso sistema di mercato senza il quale sarebbero nulla.
Grazie del chiarimento, Fabio, mi fa piacere che anche per te Baudelaire, e quegli scrittori romantici che citavo prima, non siano accomunabili a cose deteriori. E’ vero poi che ognuno di essi ha tanti elementi di complessità e che nessuno di essi si può far rientrare in quello che comunemente si intende per romanticume.
Comunque mi pare che, nel momento in cui “creano”, i poeti, e più in generale gli artisti, abbiano quelle caratteristiche di disciplina, e quelle disposizioni, che in genere reputiamo necessarie alla creazione. Questo mi pare valga anche per i più irregolari degli artisti, per i quali mi pare si possa dire che, quando sono stati soltanto irregolari, senza tutto il resto, abbiano smesso di creare. Questo si può vedere in modo particolare nella vita di musicisti di jazz e rock, penso ad esempio a Elvis Presley negli ultimi anni di vita.
Insomma, se tuo bersaglio polemico sono l’esibizionismo narcisista, l’ostentazione gratuita e simili, su questo sono d’accordo.
In quanto allo spirito “antiborghese”, mi pare che esso s’incroci solo relativamente con quelle cose deteriori citate sopra, visto che tra i tanti antiborghesi si contano artisti che non hanno fatto dell’irregolarità la loro cifra esistenziale.
Mi scuso per l’errore nel carattere, avrei voluto mettere in corsivo “soltanto”, ma poi è risultato in corsivo anche il seguito.
Caro Giorgio, in realtà probabilmente siamo d’accordo su tutto, o quasi. Una conferma del fatto che la sinteticità dei post è ingannevole. Capita anche il contrario, di pensarsi d’accordo e non esserlo.
Io però non intendo essere polemico con nessuno, ma solo tentare di analizzare e comprendere, per quel che posso, la realtà. Il fatto che il mio “antiborghese” sia virgolettato significa in questo caso la sua natura menzognera. Poi certo sarebbe tutto da vedere cosa sia borghesia… anche qui un discorso infinito.
L’estetica di Schopenhauer (che peraltro non dispiacque affatto ai romantici e post-romantici) vedeva nell’arte una pausa momentanea, una parentesi di serenità rispetto al furore del desiderio.
Si riferiva però al fatto che l’oggetto dell’arte è l’idea, la forma pura dell’essere e non il fenomeno, cioè la sua esistenza nello spazio-tempo. Ergo.
L’idea del furore non è furibonda.
Questa non è una pipa (Magritte)
ecc.
A mio parere il riferimento a Baudelaire che avete fatto coglie il senso (anche al di là dlle intenzioni, poiché effettivamente non ci avevo pensato) del discorso.
Riflettendo sui vostri commenti ho pensato che la parola chiave delle quattro forse è proprio quella più difficile e più “scandalosa”: ordine.
E qui il legame con Baudelaire mi aiuta nella sua evidenza: “Là tout n’est qu’ordre et beauté, luxe, calme et volupté”: il verso, a me pare, più rivoluzionario della poesia ottocentesca, che sistematizza in modo altrettanto icastico, i pilastri antiborghesi – ma non per questo caotici – di una nuova poetica.
Ezio