Di ritorno dal grande specialista l’uomo si lasciò cadere al tavolo affranto. Il luminare gli aveva confermato che i suoi polmoni erano in uno stato pressoché terminale, e che solo un trattamento ancora in sperimentazione lasciava almeno un barlume di speranza. Ma per essere inseriti in quel programma, non sostenuto dal servizio pubblico, occorreva accollarsi costi diretti e indiretti notevolissimi. Aveva lui la cifra necessaria al tentativo di salvarsi la vita? No, maledizione, non l’aveva né l’avrebbe avuta mai. L’uomo fissava con odio ahilui tardivo il pesante portacenere di cristallo che aveva davanti, ancora colmo di mozziconi; poi a un tratto, in un raptus incontenibile, lo afferrò e lo scagliò giù dalla finestra semiaperta.
Subito dopo si sentì un grido, un tonfo, un accorrere e un vociare di gente. L’uomo si alzò e affacciandosi vide un nugolo di persone, alcune affaccendate intorno a un corpo insanguinato, altre a viso in su, che lo guardavano.
L’uomo scese le scale con tutta la velocità che il suo grave stato gli permetteva; e fu in strada proprio in tempo per vedere l’arrivo di un’ambulanza e di un’auto della polizia. Dalla prima scesero sanitari che si precipitarono sul ferito, dalla seconda agenti che si diressero verso di lui, che la folla indicava come responsabile dell’accaduto, e ai quali agenti si consegnò senza resistere.
Venne portato via, rinchiuso e interrogato più volte alla presenza dell’avvocato d’ufficio, non potendo né volendo permettersene uno scelto da lui. Più volte le stesso domande, cui diede più volte, con pazienza e umiltà, le stesse risposte. Del resto, non aveva che il vero da esprimere, oltre a un quasi vergognoso accenno alla disperazione per aver trascinato un altro essere umano nella propria rovina.
Infine fu condotto davanti al magistrato responsabile dell’inchiesta, il quale gli fece ripetere ancora una volta il suo racconto. Al termine l’uomo di legge, che lo aveva ascoltato attentamente e senza interromperlo, scandì le seguenti, inattese parole: “Senta, signor Bi, lei ha certo sbagliato e sia chiaro che certo pagherà, in proporzione alla colpa e al male fatto… D’altra parte, una volta tanto il caso è chiaro… E si dà il caso che la vittima del suo gesto, prima di morire, abbia di fronte a testimoni qualificati reso piena e formale confessione, ed abbia validamente espresso le proprie ultime volontà. Quell’uomo ha confessato che stava andando a compiere un crimine, dopo il quale si sarebbe suicidato; e che perciò, chiunque fosse e per qualsiasi motivo avesse compiuto quel gesto, benediceva l’uomo che aveva salvato l’anima a lui, e la vita alle tante persone che egli stava per uccidere. Né ha voluto limitarsi a questo: non avendo eredi e disponendo di una notevole fortuna, ha espresso la volontà che tale fortuna finisse al suo… salvatore. Proprio così l’ha chiamata. Ebbene, signor Bi, come ho detto lei non la passerà liscia, ci saranno un mucchio di grattacapi da affrontare e di formalità da rispettare. Lei, se come le auguro sarà ancora fra noi, a suo tempo e nelle forme dovute subirà un processo e si assoggetterà alla sentenza. Ma nel frattempo è libero di uscire di qui, e di andare a curarsi. Mi pare che ne abbia un grande bisogno, e credo che ora sia in grado di farlo.”

la motivazione, una buona motivazione per superare un ostacolo, non dovrebbe venire dall’esterno ma dall’interno….lui l’ha provocata ma poteva finire molto peggio di così, quindi….meglio non ostacolare il destino con sfrontatezze e colpi di testa, il caso è sempre in agguato, comunque.
una cosa importante emerge da questo tuo, Roberto:
i gesti violenti dettati da impulso non portano a nulla di buono.
Buona giornata
Cara Carla,
non vedo sfrontatezza in questo poveretto; e forse è anche per questo che è diventato strumento di opposizione a un male maggiore.
In realtà di queste cose noi ne sappiamo ben poco; io mi sono limitato a scrivere una storia che premeva per essere espressa e divulgata.
E se l’ho fatto, pur nutrendo un certo imbarazzo circa la sua morale, è per bilanciare altre storie di segno opposto, che del pari mi assalgono reclamando “i loro diritti”, e alle quali non sempre so dire di no.
Grazie e un saluto,
Roberto
Ciao Roberto. È vero che la vita si fa via via più imprevedibile avvicinandosi in limine mortis. Basterebbe capire che, in realtà, imprevedibile lo è sempre.
Sempre in forma.
Caro Roberto,
parole sante.
Grazie e ciao,
Roberto
D’accordo con Roberto sull’imprevedibilità.
Sempre un piacere leggerti. Un saluto.
Bell’apologo, Roberto. Al di là del bene e del male, le nostre azioni sono onde che coprono, respingono, deviano, fanno emergere o favoriscono altre onde-azioni; e si perde l’origine, spesso, e tutte le cause responsabili e interagenti degli eventi.
Giovanni
Cari Nadia e Giovanni,
la speranza, che può sembrare anche scandalosa, è proprio che qualcosa intervenga a riscattare il forse inevitabile male, in modo che risulti (ab origine!) “un po’ meno male”.
Grazie e un saluto,
Roberto
*non aveva che il vero da esprimere*
e grazie Roberto: la verità non è mai soggettiva [etica/giudizio morale/opinione personale -sì, lo sono]. E quanto Caso – in un caso come questo? E quello che credo io non conta, conta il vero – espresso.
Cara Chiara,
hai messo il dito su un punto dolente. Esprimere “il vero” è cosa ben ardua; esprimere “la propria verità” sarebbe più ardua ancora, se gli appiattimenti giornalistici non ne avessero fatto uno dei vessilli del relativismo/comodismo. E allora l’imbarazzante *non aveva che il vero da esprimere* diventa l’unica formula almeno decente.
Grazie e un abbraccio,
Roberto
SAD BUT TRUE
canta Hetfield e cantate la stessa nota, Roberto,
*triste ma vero*, il triste vero – e in quell’*unica formula almeno decente* – tutta la dignità. La più onesta possibile/compatibile con le relative/comode [e relativamente comode] verità. E quanto vero e quanto triste: ché il più delle volte no! non c’è *il lieto fine*.
Grazie a te per il tuo dire diretto, grazie
Nell’abbraccio
Cara Chiara,
che vuoi, il mio dire mi sembra più accelerato che diretto; e lo
spero vero, ma non lo credo così triste.
In fondo anche imparare a distinguere le sfumature del grigio (ce ne sono di bellissime) è un buon imparare.
Ah, e mi sembra di sentirla, quella vocina (che non è la tua): “Basta sapersi accontentare!”. Vero anche questo, ma c’è poco da farci su dell’ironia: è un’arte da non sottovalutare, forse la più importante di tutte.
Riabbraccio,
Roberto
Caro Roberto,
è sempre un piacere leggerti. quanta verità in poche righe e sempre un saper cogliere la vita in tutta la sua essenza e fatalità.
Come dire: non tutto il male viene per nuocere e mai disperare. la verità trionfa sempre e non può che essere premiata in questa vita o in un’altra.
un abbraccio
Cara Stella Maria,
certo, in estrema sintesi le cose potrebbero anche essere espresse come fai tu; magari con qualche perplessità sui premi che la difesa della verità può ricevere in questo mondo.
In realtà a me sembrano più sfumate e soprattutto più problematiche. Solo quando si è compiuto interamente il viaggio nel buio qualche volta, quando ormai è in pratica insperabile, capita di veder baluginare una fievole luce: che non muta ciò che è stato, ma può collocarlo in una prospettiva diversa, dargli un differente senso.
E’ però possibilissimo che io sbagli, sovrapponendo i tormenti della mia visione a quelli naturali dell’esistenza, che già non sono pochi.
Grazie e un caro saluto,
Roberto
Caro Roberto,
la mia era un po’ una provocazione, quel che dici tu invece è ciò che penso.
Mi chiedo qual salvezza ci sia in chi riesce a curarsi, e paga poi il suo gesto secondo la legge degli uomini. Ma potrà mai sopravvivere pensando che il suo gesto dettato da un momento di disperazione, ha portato la morte di un uomo? ha ucciso un uomo, io non ci riuscirei e per me sarebbe stato meglio morire di un terribile male. Certo però è una conclusione facile ex-post.
un abbraccio
Cara Stella Maria,
non so come sia andata a finire quella storia. Il morto (l’ucciso) aveva le sue buone ragioni per pensarla in quel modo, e il giudice per prenderne atto. Se il responsabile di quella morte (forse chiamarlo omicida è troppo) sia riuscito a turarsi il naso, come molti di noi fanno ogni giorno, e ad andare avanti col vento in poppa, non te lo so proprio dire. Ma se l’ha fatto, glielo possiamo rimproverare più di tanto? Il punto mi pare che sia questo.
Quanto a ciò che mi ha spinto a scrivere questa storia, leggiti, se non lo hai già fatto, il commento # 2.
Un abbraccio a te,
Roberto
si l’ho letto e anche tutti gli altri e ti ringrazio ancora per la tua fine sensibilità nel cogliere il senso delle cose e della vita.
un altro grande abbraccio
Stella
Cara Stella Maria,
ancora una cosa, e precisamente un altro punto di vista, l’altro corno del dilemma. Il disperato che ha compiuto quel gesto inconsulto da cui gli è giunta del tutto inaspettatamente una possibilità di salvezza, una salvezza da cui magari dipende la salvezza di suoi figli innocenti, che diritto ha di rifiutarla? Può davvero rifiutarla solo perché guardata bene è terribile? Ma chi ci dice, cara Stella Maria, che la salvezza sia meno terribile della perdizione?
Non credere, ti prego, che sia cavilloso per il piacere di esserlo: il fatto è che quando ci si mette a riflettere le cose invece di semplificarsi si complicano, e non ci si ferma più.
Per questo davanti all’evenienza concreta certi nodi non si sciolgono, o si lasciano così come sono o si tagliano.
Un altro abbraccio,
Roberto
Caro Roberto,
hai ragione, semplicemente però volevo dire che io, per come sono fatta, non riuscirei a vivere con il pensiero di aver ucciso un uomo. Tutto qui.
Naturalmente lo dico ora ma chissà se trovandomi nella sua situazione penserei la stessa cosa e sarei schiacciata da questo peso, forse verrebbe fuori tutto il mio istinto di sopravvivenza e la possibilità di vivere anocra con chi mi vuol bene.
ri-ri-abbraccio
Seguo da lontano questa discussione, che mi pare cogliere l’essenza dei mille dilemmi morali in cui ci dibattiamo a ogni passo e che talvolta sollevano la nostra attenzione.
Non so come, mi è venuto in mente un romanzo di Patricia Highsmith, Ripley’s Game, in cui un uomo, un onesto artigiano padre di famiglia, scopre di essere malato terminale e si dispera di non poter assicurare un futuro dignitoso alla sua famiglia. La sua cartella clinica viene per caso letta da un killer professionistico, che gli propone di uccidere qualcuno (un “cattivo”, beninteso) per denaro prima di morire. Il malato, che mai prima avrebbe concepito un simile crimine, alla fine pensa che sua moglie potrà finalmente comprarsi il divano in pelle per il salotto.
Wim Wenders, quando ancora lavorava bene, ne ha fatto un film con Bruno Ganz e Dennis Hopper, L’amico americano, rifatto nel 2002 da Liliana Cavani con John Malkovich.
Leggo la provocazione in forma d’apologo e non posso fare a meno di collegarla con un incontro ‘casuale’ (davvero casuale?) fatto proprio lo stesso giorno della sua pubblicazione. Gli occhi chiari e belli di una donna un po’ più grande di me che ho aspettato, uscendo da un edificio, tenendole la porta aperta, straripano da un volto segnato. Lei si avvia sul vialetto di uscita, poi si ferma e mi aspetta. Deve raccontare a me, perfetta sconosciuta, la sua giornata terribile. Deve farlo, il racconto è costellato di “mi scusi, signora, per averla disturbata!”. Deve farlo, non mi sento disturbata, turbata sì. Malata oncologica, ha dovuto abbandonare le sue cose in una stanzetta prima di sottoporsi a una scintigrafia. Al ritorno, non ha trovato più nulla. La rabbia, non tanto per i pochi euro e i documenti INPS, quanto piuttosto per i referti medici che accompagnano la sua odissea di ‘ultima’, si unisce alla vaga speranza che qualcuno la contatti. Ecco, mentre le balbettavo parole di speranza, avrei voluto raccontarle questa provocazione, Roberto.
Caro Roberto,
non ho letto il libro né visto il film. Qui si tratta ovviamente di una cosa diversa.
Cara Anna Maria,
se penso a come nascono questi miei scritti mi sento indegno della patente di consolatore (se capisco bene quello che vuoi dire).
D’altra parte, non capiamo nulla del mondo, come potremmo capire più di tanto di noi stessi?
A entrambi grazie e un saluto,
Roberto