Nel 1925 Martin Heidegger e Hannah Arendt si conoscono a Marburg, dove Heidegger all’epoca insegna. E’ il periodo di Sein und Zeit. Heidegger ha 36 anni, è sposato, due figli, Hannah Arendt ha 19 anni ed è la sua allieva.
Poco dopo il loro primo incontro, il 27.2.25, Heidegger scrive alla cara Hannah che il demone si è impossessato di lui e che mai prima nella sua vita, gli era successa una cosa simile. Seguono delle espressioni romantiche; come quasi tutti gli innamorati, anche il grande Heidegger diventa assai banale nel tentativo di cogliere i propri sentimenti nelle parole.
Ben presto è chiaro – almeno per lui – che la loro storia non può avere un futuro. Apparentemente il motivo è il suo matrimonio, ma leggendo tra le righe delle sue lettere a Hannah, è assai palese che in verità si tratta del suo lavoro – o della sua vocazione. Vuol dire: messo davanti alla scelta tra la realizzazione della sua opera o quella del suo amore, egli sceglie, senza esitare, l’opera.
In sua moglie sa di avere una fedele compagna che sostiene incondizionatamente il lavoro del marito, mentre Hannah è una giovane donna esigente in tutti sensi, una futura intellettuale, che il suo inconscio guarda con sospetto e timore.
Con un paradosso, si potrebbe dire che la loro relazione nasce e muore allo stesso tempo, rimanendo per tutta una vita soltanto un accenno, un sogno che non si realizzerà mai. A Heidegger questa idealizzazione della loro relazione va bene, a Hannah no.
Conseguentemente, già nel 1926 , compresa l’impossibilità di un qualsiasi futuro comune, prende le distanze. Ci si vede ancora, ci si scrive, ma ora tutto è all’insegna della rinuncia che Heidegger in seguito stilizza come il vero compimento dell’amore.
Gli anni ‘20 sono per la Arendt gli anni della sua formazione filosofica, per Heidegger il periodo in cui definisce le massime della sua filosofia.
L’ultima lettera di questo loro primo periodo risale all’inverno del 1932/33 ed è, a quanto pare, la risposta ad una lettera della Arendt non documentata, in cui Heidegger si difende contro l’accusa di essere antisemita, rassicurando la sua ex-amante del fatto che la loro relazione resti incontaminata da qualsiasi svolta politica(!) .
Heidegger è ormai ordinario di filosofia all’università di Freiburg, dove nell’aprile del ’33 terrà il famoso discorso inaugurale del suo rettorato che macchierà per sempre la sua integrità umana e filosofica.
Purtroppo di quest’epoca si sono conservate solo pochissime lettere di Hannah Arendt. I sentimenti – non filosofici e non razionali – della giovane donna che deve arrendersi all’idea che il suo primo grande amore è naufragato, rimangono nelle ombre, credo però che siano facilmente immaginabili. Probabilmente, come reazione al fallimento della sua relazione con Heidegger, sposa nel 1929 Günther Anders, l’allievo meno stimato di Heidegger ; il matrimonio sarà infelice e finirà nel 1937 con il divorzio, mentre la relazione tra Heidegger e Arendt in qualche modo continua.
Ci sarà un seconda e una terza stagione.
Nel 1950 la Arendt, ritornata dall’esilio negli Stati Uniti, cerca di nuovo il contatto con il suo ex-insegnante. Purtroppo anche la lettera con la quale si rivolge a lui si è persa, esiste solamente la risposta di lui. Una breve nota alquanto formale, in cui si rivolge a Hannah addirittura dandole del Lei ( !).
Nella sera del 7. 2. 1950 avviene a Freiburg il loro primo incontro dopo 25 anni.
Una vera e propria chicca nell’epistolario – in senso alquanto ambivalente ! – è la lettera di Heidegger del giorno seguente, nella quale egli pronuncia eloquentemente il suo mea culpa. E’ una lettera dai toni allegri e compiacenti. Per buoni motivi. Inaspettatamente è riuscito a conciliarsi con il suo passato e inoltre a conciliare le due donne più importanti della sua vita, cioè l’ebrea Hannah Arendt e sua moglie Elfriede, una fervente nazionalsocialista ed incorreggibile antisemita. A quanto pare, la relazione confidenziale fra di loro si ristabilì da subito. Ovviamente le dà di nuovo del tu, pronunciando verso la fine della sua lettera frasi oscure nel tipico stile heideggeriano : Le cose decisive succedono sempre all’improvviso. Fulmine, nella nostra lingua, vuol dire in verità : sguardo. Ma l’improvviso, nel bene e nel male, ha bisogno di un lungo tempo per concretizzarsi.
Cosa significa?
Probabilmente : dai, dimentichiamo il passato e incominciamo da capo. Sì, stai tranquilla, mi piaci ancora. A mia moglie, vedrai, ci penso io.
Nei successivi due anni, Heidegger e Arendt s’incontrano diverse volte, di solito a Freiburg, alle volte in presenza della moglie. Purtroppo anche di questo periodo, si sono conservate poche lettere della Arendt. In compenso parla di lui in modo assai chiaro alla sua amica, la scrittrice americana Mary McCarthy, confessandole – in sintesi – che i rapporti con Heidegger vanno bene, finché lei accetta il suo ruolo, tacendo del suo lavoro e recitando invece la parte della semi-analfabeta.
E’ proprio in questa loro seconda stagione, che Heidegger per Hannah
si inventa addirittura poeta. Poesia, fatta come le sue lettere, dei falsi sentimenti di un uomo decisamente non all’altezza dell’amore a lui offerto. La verità è che ha perso l’occasione della sua vita. Ma siccome non può ammetterlo, né davanti a se stesso, né davanti a lei, ha bisogno di parole oscure per mistificare ciò che, senza mezzi termini, è stato il fallimento della sua vita.
Arendt deve aver assaporato il cattivo gusto di questa commedia, tanto è vero che dal 1952 al 1967 i contatti fra di loro si fanno sporadici. Non si vedono più e solo negli ultimi anni della loro vita s’avvicinano un’ ultima volta.
Il loro autunno chiama Heidegger, a cui le parole non mancano mai, la loro ultima stagione e questa volta pare che la Arendt si rassegni a vedere le cose in questa luce.
Sa che ormai si tratta solo di un epilogo.
Il 12. 8.1975, Heidegger e Arendt s’incontrano per l’ultima volta a Freiburg. Quattro mesi dopo Arendt muore d’infarto a New York, Heidegger, 17 anni più vecchio di lei, la segue nel Maggio del 1976.
Immagino che sarà stato un pomeriggio come tanti altri trascorsi insieme. Heidegger avrà parlato del suo lavoro e Hannah l’avrà ascoltato. Probabilmente egli non avrà lasciato spazio per un parlante silenzio. Avranno bevuto il tè insieme, Heidegger e le due donne della sua vita, Elfriede e Hannah, in spaventosa armonia.
Ecco , quattro tristi – in tutti sensi! – poesie che Martin Heidegger scrisse per Hannah Arendt nella primavera del 1950:
Fünf Jahrfünfte
H. übers Meer
Ist denn diese
überwährte Form
im Geheimnis solcher Zeit
doch die Wiese
aller stillsten Sterne,
die den goldnen Herbst verleiht?
Cinque lustri
H. attraverso il mare
É forse questa
forma durata troppo
nel segreto di un siffatto tempo
il prato
di tutte le più silenti stelle
che l’autunno d’oro dona?
Märzanfang
für H.
Ihre Gebärde ist sein „entwerde“!
ins Wohnen aus ihr.
Sie blühen: die Zier
der Krone des Seyns:
Trunk dunkelsten Weins.
Inizio di marzo
per H.
Il loro gesto è il suo “diventa meno!”
nel vivere di lei.
Fioriscono : l’ornamento
della corona dell’essere:
sorsi di vino nero.
„Holzwege“
für H.
Laß hier den Namen
Dir und mir
zur einen Zier:
dass früher Samen
späte Reife
sie begreife,
der wir verkamen,
die erst kommt:
als Glut, die frommt.
“Holzwege” *
per H.
Lascia che il nome sia
un unico ornamento
per te e per me:
che il seme precoce
tarda maturazione
la comprenda,
che noi mancammo
che verrà ancora
come brace che giova.
* via senza uscita
Denken
Ein Gegenblick zum Blitz des Seyns
ist Denken;
denn, von ihm erschlagen,
schlägt es in die Fuge
eines Wortes: Blick und Blitz,
die – nie Besitz –
sich überschenken
aus dem Kruge
eines Weins
verborgener Reben.
Sie entstreben
einer Erde,
die dem Hirten Himmel werde.
Pensare
Un controsguardo al fulmine dell’essere
è pensare;
perché ucciso da esso,
colpisce nella fuga
di una parola: sguardo e fulmine,
che – mai posseduti –
traboccano
dalla brocca
di un vino
di viticci nascosti.
Fuggono
da una terra
che al pastore diventi cielo.
L’epistolario di Martin Heidegger e Hannah Arendt: Hannah Arendt/ Martin Heidegger: Briefe 1925-1975 und andere Zeugnisse. Hrsg. : Ursula Ludz, Frankfurt a. M. , 1998.
Traduzione italiana:
Hannah Arendt – Martin Heidegger. Lettere 1925-1975, Einaudi 2007.
(Traduzione delle poesie di Adelmina Albini e Stefanie Golisch)

Grazie per questa cavalcata nei rapporti tra i due grandi intellettuali. Dallo sviluppo mi pare che ne esca molto meglio lei. Del resto, c’è una sorta di contrappasso per cui i “grandi” uomini risultano spesso molto “piccoli”, nel privato.
Ciao
Ho sempre penato che un uomo (e una donna), se scrittori o filosofi, dovrebbero essere ricordati per le loro opere, tacendo sul resto. Questo penoso sipario mi conferma nell’opinione.
non sono d’accordo. una testimonianza come questa ci ricorda che anche il più profondo dei pensatori non è che un essere umano, soggetto come tutto ciò che è umano alla caduta e alla miseria. testimonianze come questa ci ricordano che per essere grandi non basta il pensiero, ma ci vuole la sofferenza e il coraggio della verità della vita.
quando c’è di mezzo la superbia dell’intelletto, l’AMORE viene mortificato
la superbia dell’intelletto penalizza e si può omettere l’uomo privato o non omotterlo. di certo comunque resta che se fosse stato anche un grande uomo sarebbe stato un pensatore ancora più grande di quello che è stato.
in verità ho voluto mostrare di più : come, quando il sentimento non è vero, quando non c’e concordanza fra il pensare – o poetare – e il fare, questa non-verità affligge anche il testo, in questo caso le poesie di Heidegger. Secondo il mio sentire la poesia, questa poesia non è buona poesia: perché tenta di giustifica una mancanza. Tenta di fare letteratura di un fallimento umano, morale. No, questa netta divisione fra opera e vita, in ultima conseguenza, non è possibile, credo.
Eh sì, come poeta valeva poco.
Grazie, Stefanie.
Mi hai tolto una curiosità (ricordo “La tecnica dello scrittore in tredici tesi”)
f.s
H., per sua grande fortuna, NON era né poteva essere o fare il poeta.
… ma è anche strano, no, che egli, in questo momento della sua vita, quando, a tutti costi, vuole riconquistare Hannah Arendt, ricorre proprio alla poesia come una ragazza innammora per la prima volta…( poesia qui inteso come lo spazio più stretto per la più grande ampiezza…)
Ripeto: non sono certo in grado di pronunciarmi sull’edificio filosofico di Martin Heidegger,ma credo che si debba sapere anche questo, perché ci confronta con l’eterna domanda sulla coerenza, di ciò che significa essere poeta/artista e di ciò che significa essere uomo ( o donna) nel pieno senso della parola…
H. ha dimostrato di sottovalutare la poesia, ha creduto nel falso concetto di innamoramento-poesia per vergare versicoli: storia vecchia come il mondo, falso asilo-ausilio per cattivi versi, moltissimi i caduti durante tutte le epoche
Grazie, Stefanie, per questa appassionante (è proprio il caso di dirlo) incursione nel privato di Heidegger e della Arendt. L’ho letta tutta d’un fiato. In questa circostanza Heidegger mi sembra, come dici tu, un uomo che tenta di “riparare”, un uomo che è fuggito e che vuole giustificare la sua vigliaccheria, scrivendo “poesie”. La sua meschinità gli taglia le gambe in questo senso, però. E credo abbia ragione anche Elena: non basta la grandezza dell’intelletto per rendere grande un uomo. O si separa l’opera dall’essere umano (cosa che mi riesce sempre difficilissima) oppure si prende atto che alcuni grandi pensatori, scrittori, artisti, non fossero (siano) poi così grandi come esseri umani… Comunque, come dice Marina, meglio così. Meglio *senza* le poesie di Heidegger.
a volte mi chiedo se in un artista possano coesistere l'”umanità” e un grande intelletto; mi vengono in mente molti casi in cui, in effetti, la dissociazione è stridente. poi, però, mi viene in mente anche la stessa Arendt, o Primo Levi, o Pasolini, il quale diceva che “la ragione è figlia della pietà”.
MA perché giudicare l’uomo H.? dargli del “meschino”, “piccolo”, “vigliacco”, così, partendo da dalle lettere incomplete e da poesie sparse mi pare azzardato. (Tra l’altro, pare di capire che manchino le lettere dell’amata. E se l’amore che avanzava la donna a H. fosse stato di tipo dittatoriale ed esclusivistico, per esempio? Abbiamo prove certe sul suo animo?)
E anche se fosse? Non capisco. Poiché H. non ebbe saputo amare una donna, scrivendo poi brutte poesie, allora lo definiamo “privo di umanità”. E noi tutti siamo “umani”? Anzi di più, siamo poeti?
La vita non è sempre come appare da fuori, da una lettera o da una confessione. La vita, l’umano, è complessità. A volte, per esempio, ci si giustifica in malo modo, dicendo A e B, mentre dentro si pensa C. Si fa per mille motivi a noi oscuri. L’errore, le debolezze, la paura è dell’uomo, è Umanità, mentre lo scrittore, il filosofo, biologicamente è privo di senso, è un’Idea.
E poi, perché è sempre la superbia dell’intelletto a penalizzare l’Amore? Codesta concezione mi sa di romanticheria spicciola.
E poi. Perché giustiziare con la mannaia i versi di H.(brutti, vero, ma non mi scandalizzerei per questo), forse “privati” (li ha voluti pubblicare?), mentre molti uomini di oggi ingolfano le librerie con versicoli ugualmente adolescenziali, incomprensibili e, in più, a getto continuo?
f.s.
…al di là delle vedute diverse , credo che si possa dire che il tema o il conflitto – quello fra verità dell’arte e verità della vita, rimane una ferita aperta nella storia dello spirito umano…. ed è giusto parlarne…
… mi viene in questo contesto in mente uno studio sociologico sul comportamente della gente in Germania durante il nazionalsocialismo. l’autore, da bravo sociologo, avrebbe voluto fornire un profilo del ” buon” e del ” cattivo” tedesco. Perché una persona si oppose, offrendo , anche rischiando la propria vita, aiuto e un’altra no? A quanto pare, la ricerca, che analizza caso per caso, non portò ad un risultato preciso. Non sono, così sembra, né le circostanze di vita, né l’appartenenza ad una classe sociale o una religione e nemmeno la cultura o l’intelligenza di una persona decisivo per il suo comportamento reale. Più delle volte il comportamento giusto, leale, vero, autentico, onesto o lo si sente, o no! La domanda rimane aperta e questo è da una parte sicuramente inquietante ( ma giustamente dobbiamo essere irrequieti al massimo!!) e dall’altra parte anche un grande sollievo: non siamo i cani di Pawlov! E’ così ci saranno anche dei pensatori – ” grandi uomini” – la cui vita fu degna delle loro parole. Un Heidegger, purtroppo, non lo fu sempre.
a franceso : ti do ragione , non si tratta , non si può mai trattare di condannare una persona in pieno. E’ solo per fare vedere le sfumature del umano… Quanto a Benjamin per esempio:
mentre lui stava disperato a Marseille, i suoi “amici” Horkheimer e Adorno erano già sani e salvo in America, lamentandosi nelle loro lettere che i sarti americani non erano bravi come quelle svizzere… non so, non sono mai riuscita a mandre giù queste cose…Ho avuto, all’inizio degli anni novanta ancora l’occasione di conoscere di persona Leo Löwental, un meno famoso membro della “Frankfurter Schule” che alla domanda perchè si era fatto così poco per salvare la vita di Benjamin , rispose assai noiato, ma cosa avremo potuto fare… Basta , tutto qui.
Adorno rimane sempre Adorno, e Heidegger Heidegger, ma è giusto che si rifletta anche sulla loro ” dark side” …
un saluto,
sg
Drammaturgicamente parlando (l’ approccio che a me interessa di più in una vicenda come questa) il momento più emozionante è la riflessione che Heidegger potrebbe aver fatto su se stesso (chi lo sa se l’ha fatta veramente: ma è bello farlo pensare): se avessi dato retta al cuore, tutto, tutto sarebbe stato diverso. Con Hannah accanto avrei pronunciato lo stesso discorso dell’aprile del 33? Senza la presenza di Elfriede, e anzi al fianco di Hannah sarei stato un uomo, un filosofo migliore?
Dalle risposte a queste domande Heidegger scappa rifugiandosi nel sentimentalismo, non attualizzando il sentimento, e farlo vero, ma riponendolo in un cassetto inondato del profumo dolciastro della lavanda.
Ezio
Ezio: sottoscrivo tutto. Tutto! Un briciolo di coraggio in più e forse le cose sarebbero andate diversamente. Il “se” è sempre spaventoso (perché implica l’ignoto), ma anche pregno di nuove e migliori possibilità, di cambiamenti.
mah. barattare un amore per una grande opera?
heidegger non fendeva l’aria. lui no.
saluti,
rs
Un bel post, Stefanie, sempre ricco di pensiero e di spunti di riflessione.
Si può aggiungere qualche altra nota leggendo, ad esempio, qui http://georgiamada.splinder.com/
oppure cercando, nello stesso blog, una serie di post molto belli, e pieni di riferimenti, sui rapporti Arendt/Heidegger.
Saluti.
fm
Le donne posseggono qualcosa che gli uomini non hanno: la capacità di dare la vita e questa è una forza.
Non importa se siano o no madri, lo sono in potenza e tanto basta, perché poter portare con sé la vita significa possedere una spinta creatrice che va al di là del contingente.
E la creazione sottosta a ogni forma artistica come ad ogni opera d’arte e di pensiero.
Gli uomini spesso si fermano davanti a tanto perché non sono forti abbastanza, pensano di non esserlo. O l’arte, o la vita.
Le donne, quelle vere, sono più coraggiose, non hanno paura di morire perché sanno di poter sempre rinascere.
Hanna era coraggiosissima e grandiosa. Heidegger ha perso un’occasione, l’unica, di fare la propria vita come si fa un’opera d’arte. E’ rimasto ancorato alla terra e probabilmente è morto con questo grande rimpianto.
Non speravo di ritrovare qualcosa di così vicino ai miei studi tra i post di un blog: e non parlo solo dell’argomento, ma del modo in cui viene affrontato. Grazie
CJ
mah. sempre con la vulgata della donna che è più forte perchè dà-la-vita ecc.
non so, forse l’uomo è forte perchè non la dà.
saluti,
rs
Ruggero, questo forse inverso mi piace molto!
Ruggerosolmi, la mia è un’opinione. A me sembra che le donne sotto certi aspetti alla fine siano più forti e la storia fra H. e A. lo conferma. Il tutto è opinabilissimo, ovvio.
Se poi “l’uomo è forte perché non la dà” è una boutade beh, allora è un’altra roba, è una battuta simpatica :-). Ma anche in questo caso penso che la forza autentica ce l’abbia chi può dare(senza togliere nulla ai maschi che hanno altri meriti, per fortuna, si spera).
La vita è impura, l’opera illusione di purezza.
Sacrificare un amore per un’opera?
Sein und Zeit lo meritava.
il pensiero “artistico” spesso sacrifica la stessa vita, è vero.//
H. preferì la filosofia ad un novello amore? l’eternità illusa dell’oltrecorpo in questa terra è una tentazione infinita. ma, purtroppo, stiamo e siamo ancora qui a parlarne, povera filosofia! miserrima poesia! non a lode né a gloria né di H. né di Dante.
purezza non è nemmeno nell’opera in quanto umana. nulla di umano è perfettamente puro. mai.
qui, infatti, si dice l’illusione della purezza
sacrificare la vita per un’illusione?
vivere con consapevolezza tendendo a sapendo che non si raggiungerà nè purezza nè perfezione è altro dall’illudersi. nel primo caso nasce l’opera nel secondo un surrogato
nessuna opera d’arte ha mai migliorato il mondo.
nessun traguardo ha vinto la gara.
punti di vista
punti di vista
ha un senso riflettere su queste scelte decisive, che spesso non decidono niente. aiuta a mettere a fuoco la propria incompletezza. perché in noi ci sono Martin e Hannah, che si contendono la scena ogni momento. senza dimenticare che la debolezza può rovesciarsi in forza, e viceversa. personalmente ritengo, con tutta la psicologia umanistica, che la salute mentale stia nell’integrità dell’esperienza. ma ciò non toglie che intuizioni e sistemi possano nascere e prosperare nella frammentarietà o nella nevrosi, come la storia insegna.
Un grande filosofo – qui per l’evidenza e il paradigma della contraddizione – impantanato nell’uomo. Per ciò che vi si legge, con la sua inferiorità emozionale, affettiva per nulla nuova, ahinoi…
Grazie, Stefanie
Giovanni
non volevo dirlo, ma dopo aver letto tutti i vostri commenti stanmani , lo dico lo stesso: niente di nuovo sotto la luce del sole!c’e la solita divisione fra donne e uomini: la donne che insiste sulla coerenza, quel minmo di coerenza e coraggio, l’uomo ( generalizzo un po’, sorry… ) che non genera vita – come giustamente ricorda luciana – che accetta lo scisma. si, va ben, sembra banale, ma perché si arriva sempre e ovunque a questo punto?
perché valter binaghi dice che per “Sein und Zeit” valeva la pena sacrificare l’amore? Chi ha mai stabilito che si trattava di una scelta di questo tipo?? Perchè dovrebbe essere impossibile di vivere una vita pienanamente creativa e allo stesso tempo avere il coraggio di vivere un amore vero e non soltanto storielle, o un matrimonio di convenienza come quello di heidegger ? Che alternativa è ???
In germania , in questi giorno, si parla molto del filosfo ebreo-tedesco andré gorz (vissuto in francia) che alcuni giorni fa si è tolto la vita insieme alla moglie ( da lui molto amata!) dopo un matrimonio di 58 anni. La moglie, Dorine, soffriva di un male incurabile. Lui non poteva più vederla soffrire e senza di lei, non voleva più vivere.
Si, che bello e che sollievo di aprendere attraverso questa copia che questa finta alternativa , di cui stiamo parlando, è semplicemente assurda! Si dovrebbe invece parlare di coraggio e di coerenza e di dignità!
in fondo la domanda che a me in tutto questo interessa di più : come si può dopo un fallimento umano come quello di heidegger, guardari nello specchio? non parlo degli altri, del giudizio altrui, ma di quando si è soli con sé stessi…
io piuttosto mi chiederei chi di noi, guardandosi allo specchio quando è solo con se stesso, riesce a sentirsi perfettamente coerente con le sue scelte, con i suoi desideri, con il proprio cammino quotidiano reale e quello sognato e desiderato.
tutto vero quello che dici stephanie, e sarebbe bello non dover guardare in faccia niente e nessuno e vivere l’amore quando s’incontra l’amore. non sempre ci si riesce, non sempre è possibile. a volte è il peso di altre responsabilità, a volte paura, altre volte chissà cosa, il fatto è che siamo sempre in ritardo quando si tratta dell’incontro che potrebbe cambiarci la vita.
ammiro davvero chiunque riesca a sentirsi pienamente riuscito dal punto di vista umano, chiunque non abbia mai lasciato dietro di sè una scia di rimpianto e di dolore. quello che so è che dobbiamo sempre scegliere e nella scelta qualcuno rimane fuori.
ma, il fascino della parola è più forte di qualsiasi altro tipo di fascino, e lo ammetto a malincuore
perché valter binaghi dice che per “Sein und Zeit” valeva la pena sacrificare l’amore?
perchè quel libro ha cambiato la filosofia del XX secolo, anzichè una vita soltanto.
Direte: non si poteva avere entrambe le cose?
Mai visto un uomo che sia appagato e anche veramente creativo.
L’infelicità è il segreto della creatività umana.
bene. questa è la netta antitesi. per me sarà sempre mille volte più importante la singola vita. difido di tutti coloro che dicono che amano “l’umanità” o che vogliono fare qualche cosa per essa o che addirittura vogliono cambiare il corso del mondo o la storia della filosofia mondiale!
( ma qui non si può più discutere; si tratta semplicemente di un modo opposto di essere o stare nel mondo.)
grazie a tutti! per me questo dibattito è stato molto interessante!
stefanie g.
Scusa Stefanie se mi permetto di aggiungere un ultima cosa dopo che, mi pare, il thread sia chiuso.
A proposito di infelicità=creatività,
mi pare un semplicistico.
C’è una lista lunga così di scrittori artisti appagati che hanno prodotto eccome. Non c’è una regola.
Si sollevano infiniti temi da quello del rapporto vita-scrittura, o scelte etiche/corenza aritstica etc…
E’ ovvio non ci siano quasi mai dotazioni coerenti, ma uomini pensatori e artisti fragili (anche donne, molto meno)menzogneri, eccetera.
Però istruisce ancora chiarire questa delicata fascia del privato/politico quando ricostruisce la persona-scrittore per intero, se la biografia è parte costitutiva del tutto;
sappiamo che rinunziò, scomunicò scantonò una relazione profonda con Hannah. E che questo avrebbe, se invece accolto riabilitato quella parte di “universalità” delle sue straordinaria invenzioni di pensiero?
Non sapremo mai, però lo avrebbe, relativizzandolo, A DUE, coem pensiero e scambio, ampliato di certo. C’est la vie.
Pochissime coppie furono sodalizio e creazione felici, lo sappiamo .(Si pensi alla sofferta e impossibile Sartre-De Beauvoir)
Grazie però Stéfanie del prezioso contributo, ora leggerò quella di Marina.
MPia Q.
p.s. a matteo : appunto, volevo proprio dire questo! non esiste quest’alternativa!
una volta un poeta poi reputato grande mi disse:”Non potremo/mmo mai vivere insieme: finirei col rovistare i tuoi cassetti in cerca degli ultimi versi.” sul momento rimasi stralunata, poi un po’ capii, ma, in data odierna, ne sono ancora addolorata.
questioni che vanno e vengono.
è più importante l’amore che finisce o l’opera che resta?
pari.
saluti,
rs
io ho letto tutto il carteggio..e posso garantire che tutti e due Hannah e Martin usano la parola amore per descrivere il loro legame..forse ciascuno di noi ha una propria idea di cosa questa parola significhi..ma se tra loro e per loro erano in grado di usarla..loro ne conoscevano il senso. Poi ciscuno può ironizzare o criticare le forme di questo legame..rimane, tuttavia, che malgrado le complesse vicende storiche e personali, queste due eccezionali persone sono rimasti unite in uno scambio sentimentale e intellettuale profondo e generoso. Anche questo è amore.
Non mi sento in grado di dare un giudizio adeguato sull’operato dell’uomo Heidegger…perché é di quello che si sta parlando, no? Io credo che per parlarne occorrerebbe avere vissuto delle esperienze almeno simili alle sue ma ciò é impossibile perché il modo di pensare e di sentire del nostro, filosofo, non é certo il nostro. Perciò continuiamo a parlarci addosso sulla base dei nostri pre-giudizi e della nostra notevole tendenza alla trasgressione che é sempre viva e forte nel nostro tempo. E, su questa base, io proprio non ci sto.
Personalmente ritengo che la Arendt abbia ricevuto le idee migliori della sua produzione intellettuale da Anders, così come ritiene anche Galimberti. “In quel frammento che divide pensiero ed azione sta il vero demonio” pronunzia un detto Zen. Ergo quando pensiero ed azione non combaciano, la filosofia diviene un’arbitrario congetturare, scimmiottando scenari che si è incapaci di creare nella prassi. Un attivista nazista ed una mediocre studentessa inebriata dalla possibilità di godere del riverbero d’altrui fama non suscitano molto di positivo in me. Tuttavia se qualcuno potrebbe addirittura salvare Heidegger, appellandosi alla Divisione Joy, di certo non si può fare altrettanto con la meretrice Arendt. Sicuamente riceverò miriadi di critiche per questo mio intervento. Mi divertirò molto…
Questo lo chiamo gossip, ciò che l’autore di questo articolo scrive non è filosofia
e non riguarda la filosofia.
Quando NON ci si presta al tentativo di comprensione verso un pensiero così radicale
e profondo come quello di Martin Heidegger, si finisce inesorabilemente per cadere in
“chiacchiere”.
Mi auguro che un giorno, possa entrare in (un nuovo ed essenziale) dubbio leggendo nuovamente queste parole:
Pensare
Un controsguardo al fulmine dell’essere
è pensare;
perché ucciso da esso,
colpisce nella fuga
di una parola: sguardo e fulmine,
che – mai posseduti –
traboccano
dalla brocca
di un vino
di viticci nascosti.
Fuggono
da una terra
che al pastore diventi cielo.