L’unica debolezza in cui l’eremita era incorso quando aveva deciso di ritirarsi nel deserto era stata quella di condurre con sé la sua cagna prediletta.
I pochi, indispensabili oggetti d’uso che si era portato appresso (qualche utensile, qualche vestito) non erano stati per lui fonte di alcuna preoccupazione‚ di alcun attaccamento particolare. Di giorno in giorno li vedeva logorarsi, andare letteralmente in pezzi, in brandelli; e nondimeno rimaneva impassibile, anzi quello spettacolo gli procurava una contenuta gioia, perché tale consunzione era segno che il premio era vicino. Gli stessi sintomi di decadenza osservava nella propria persona, specchiandosi in uno stagno poco lontano dalla sua spelonca, quando andava ad attingervi qualche sorsata d’acqua amara; ed anche in questo caso durava fatica a contenersi, a non sorridere di soddisfazione, a non avere moti di compiacimento.
L’unico suo cruccio, si diceva, era rappresentato da quella cagna.
Dopo una lunga lotta interiore (lui, che aveva abbandonato senza battere
ciglio i genitori anziani ed infermi, la tenera sposa e i figli nati da poco!) aveva deciso di recarsela appresso perché‚ cacciando per sé i piccoli e non certo appetitosi animali del deserto, essa avrebbe potuto
provvedere il sostentamento anche per lui, quando le erbe e i frutti
raccolti fossero stati troppo scarsi; inoltre, col suo sesto senso per
il soprannaturale, avrebbe potuto avvertirlo della presenza del Maligno
che veniva a tentarlo, permettendogli di non farsi cogliere impreparato.
Motivazioni pretestuose, come ognuno vede: la sua decisione si era rivelata uno sbaglio, e che sbaglio!: rischiava di vanificarne il sacrificio e di trasformare la sua primizia di Paradiso nel vestibolo dell’Inferno.
Invero, l’affetto speciale che li aveva sempre legati, ora, in quell’esistenza dura e solitaria, si era andato rinsaldando, al punto da diventare esclusivo e da assumere venature che gettavano l’eremita in una cupa inquietudine. Ben presto, scrutando in fondo a se stesso, era giunto a pronunciare una sentenza quale forse neppure il giudice più severo avrebbe mai pensato di emettere. Così dapprima incoraggiò la cagna ad allontanarsi da lui: quando nelle notti di luna i lupi facevano udire i loro ululati spaventosi e struggenti la spingeva fino alla soglia della spelonca, e le faceva cenno di andarli a raggiungere per unirsi a loro. La cagna, però, per quanti tentativi il padrone facesse, non se ne dava per inteso: testardamente rinculava fino a ritrovarsi con il dorso a contatto con il corpo dell’eremita, e all’indirizzo di quei lupi – con i quali, era chiaro, non voleva aver nulla a che fare –
rizzava il pelo minacciosa e scopriva i formidabili canini.
Sebbene a malincuore, poiché sapeva che non era lei ma lui stesso a
meritare una punizione, l’eremita allora passò a maniere più forti: le
sottraeva il cibo e la batteva, dapprima in modo lieve (non l’aveva mai fatto) poi sempre più duramente: nella speranza che reagisse dandogli il
fatto suo, o che lo abbandonasse al suo destino di solitudine e di
espiazione. La cosa, con grande imbarazzo e vergogna dell’eremita, andò avanti per qualche giorno senza che la cagna compisse mai il minimo gesto di ribellione; poi, finalmente, dopo un’ultima scarica di botte più selvaggia e disperata del solito, la cagna infilò a precipizio
l’apertura della spelonca e fuggì, lasciando l’uomo solo con se stesso
nel silenzio del deserto, animato da suoni lontani e da presenze
striscianti.
Per qualche giorno l’eremita andò recuperando la calma, la
concentrazione e l’antico fervore; e ringraziava il Cielo di avergli concesso di risolvere la penosa situazione senza dover infliggere l’estremo torto a quella creatura, il cui fondo, lo sentiva, non era più diabolico di quanto, ahilui, non fosse il suo.
Egli prese dunque a condurre un’esistenza da vero eremita,
dividendosi fra le poche necessarie occupazioni materiali, le minime
attenzioni dovute alle cure personali ed il rapporto di devozione e
unione con Nostro Signore, cui giustamente dedicava la stragrande parte del suo tempo.
Ma questa era la strada che la volontà e l’orgoglio dell’eremita
avevano tracciato per lui, non quella che gli era destinata e sulla quale presto, malgrado ogni ripugnanza, avrebbe dovuto inoltrarsi.
Lode al Signore di tutte le strade, tanto varie e diverse quanto sono
molteplici le forme nelle quali il Dio Unico si mostra!
Dopo un paio di settimane di quella vita d’ascesi, infatti, le acque amare con cui l’eremita si dissetava lo fecero ammalare: all’inizio sembrava un malessere da poco, che l’uomo cercò di curare con erbe medicamentose e sottoponendosi a un regime di mortificazioni meno severo di quello che aveva intrapreso; ma ben presto non riuscì più neppure a trascinarsi all’esterno della spelonca per racimolare qualche grama foglia da masticare, e poi nemmeno a mettersi seduto per mormorare le lodi di Nostro Signore. Infine giacque col respiro affannoso, coperto di sudore ghiacciato, in un deliquio nel quale della sua vita trascorsa non emergeva nulla, se non – stranamente e peccaminosamente benché sotto
le spoglie del rimorso – il ricordo della cagna che appena qualche
giorno prima aveva scacciato, mandandola forse a morire sotto la sferza degli elementi o sotto i denti dei lupi.
Giacque a lungo in quel modo, finché gli parve che nella sua spelonca, preceduta da una luce, entrasse una donna. Era una donna giovane, apparentemente nuda sotto i folti capelli che la coprivano da capo a piedi. Dai suoi movimenti traspariva un’energia a stento contenibile: la si sarebbe detta uno spirito della terra, se nei suoi occhi non si fosse scorta una dolcezza che doveva giungere da ben più in alto. Senza una parola né un sorriso la donna si piegò sull’uomo, coi suoi capelli gli asciugò il corpo madido di sudore e gli frizionò le membra, incurante delle nudità che quei gesti potessero mettere in
mostra; poi prese dei piccoli bocconi di cibo che aveva portato con sé e si sforzò di farli inghiottire all’uomo, masticandoli lei prima, e
impastandoglieli con la propria saliva, quando le pareva che lui non fosse in grado di mandarli giù. L’eremita subiva tutto questo con una specie di gratitudine beata, finalmente incapace di fare domande e di emettere giudizi, dimentico persino di Dio, sospeso soltanto a quegli occhi che lo fissavano e a quei bocconi di vita in cui trovava sapori sconosciuti, di certo paradisiaci.
Poi la luce sembrò spegnersi e l’eremita credette di capire che la
donna se ne fosse andata; ma non ebbe tempo di dispacersene, perché
subito ripiombò nel deliquio.
In seguito la scena si ripeté‚ più e più volte: la spelonca si illuminava, la donna entrava ed assisteva e nutriva il malato; poi, prima di andarsene, si stendeva per un certo tempo sopra di lui, per comunicargli il proprio calore e la propria salute. È pur vero –
sarebbe ipocrisia tacerlo – che, a mano a mano che le sue cure facevano effetto, quest’ultimo atto non era più compiuto e ricevuto come un gesto puramente terapeutico, poiché nei due si era fatta strada la passione.
Fino a quale punto poté giungere nessuno è in grado di dirlo: non la
donna, di natura così incerta da non dividere forse con gli umani che le
sembianze; e non l’eremita, che in quello stato di sospensione accettava
di aver parte in eventi che in caso diverso avrebbe esecrato, e che,
immediatamente dopo l’uscita della donna, ripiombava in un Senza-
Fondo talmente originario che in esso persino il Verbo dell’Assoluto
Bene avrebbe rappresentato una macchia.
Poi, una mattina, l’eremita aprì gli occhi, e nuovamente vide i
raggi del primo sole che illuminavano la sua spelonca. E a quella luce
soffusa vide, a pochi passi da lui, la cagna che aveva scacciato,
smagrita e coperta di cicatrici ma con gli occhi ardenti d’amore che lo
fissavano.
E vide, sparsi tutt’intorno – e se li sentì , impigliati in mezzo alla barba ispida e lunga – i resti schifosi di ciò che l’aveva tenuto in vita durante quei giorni: gusci vuoti d’insetti, lacerti di serpi, di piccoli topi, di foglie spinose e radici.
Con espressione di rabbia e di disgusto l’uomo afferrò d’impeto il suo coltello; ma subito si bloccò, considerando alternativamente se stesso e l’animale. Frattanto la cagna, impavida e immobile, non si perdeva neppure un suo gesto: continuando a fissarlo, pur pronta a piegare il collo aspettava a testa alta la decisione di lui, la sentenza.
Allora l’uomo lasciò cadere il coltello e facendole un cenno disse:
“Vieni”, con una voce da cui ogni asprezza era scomparsa.
E la cagna si alzò e venne verso di lui; e come la donna si scostò regalmente i capelli per fare aderire la sua carne a quella dell’uomo, l’eremita balbettò: “Gloria in excelsis” quindi aggiunse (in un soffio,
in un brivido): “et in imis”.
(da “Storie di dèi e di animali”, Petrini, Torino 1995)

Da molto tempo mi sono convinta per esperienza diretta che si possono ricevere azioni inqualificabili anche dall’amico più caro o dal parente, ma dal proprio amico a quattro zampe, cane o gatto che sia, MAI. So d’essere pessimista, ma la mia esperienza mi ha insegnato questo.
Giorgina BG
Concordo in pieno.
Roberto RT
L’amore e il dolore degli animali così palpabile e vivo, eppure quanto poco compreso.
Grazie e un saluto Roberto.
Cara Nadia,
come tu sai bene c’è poco da capire e molto da sentire e condividere.
Un abbraccio,
Roberto
Infatti da loro (amici a quattro zampe) si riceve solo un amore incondizionato “che intender non lo può chi non lo prova”.
Giorgina BG
La frase finale, balbettata in principio, completata in un soffio, afferra, abbraccia, comprende una storia unica nella sua bellezza e ‘il’ senso che la percorre, illuminandola. Grazie, Roberto.
proprio quando si era quasi innamorato di ciò che stava sopra (la bellezza e l’amore della donna) si accorge che in realtà è ciò che sta in basso, a nutrirlo…
(la cagna sapeva il fatto suo 🙂
Ciao Robertino
Cara Anna Maria,
ogni tanto cedo alla tentazione di mettere in rete pezzi pubblicati parecchi anni fa e scritti molto prima.
Mi fa piacere che almeno ai lettori più attenti qualcosa continui ad arrivare.
Grazie a te e un saluto,
Roberto
Ciao Carletta,
è chiaro che questi racconti sono buttati lì un po’ alla buona, per dar modo al lettore smaliziato di psiCANalizzare
l’incauto estensore.
Lascia che mi metta per un momento, sempre che mi riesca, nei panni del suddetto lettore: non è la cagna, povera diavola!, a sapere il fatto suo, è l’eremita che ha avuto il fatto suo.
Roberto
a, bhè, allora complimenti!
se hai cotanta considerazione dei tuoi racconti!
io ho leto la mia interpretazione
ti ringrazio comunque della tua.
p.s., detto tra noi, a me pare l’eremita, il povero diavolo!
Buona serata 😉
un bellissimo racconto! Mi sembra di vederla, quella povera cagna generosa e i suoi occhi ricolmi d’amore. Amore puro che noi spesso e volentieri non meritiamo.
Cara Carletta,
la tua bella ironia a volte sembra incepparsi.
Certo che l’eremita è un povero diavolo, come più o meno lo siamo tutti.
Buona serata,
Roberto
Cara Ramona,
in effetti, troppo amante dei modi dei felini, spesso non ho pazienza con l’invadenza festosa di certi cani; e quando me ne rendo conto a volte è tardi per rimediare.
Grazie e ciao,
Roberto
Non è mai troppo tardi, specialmente se incominci a frequentare un boxer dimostrandogli fiduciosa amicizia. Ma non metterti il gessato o il “blazer” blu!
Giorgina BG