Provocazione in forma d’apologo 156

Solita riunione per consuntivare le vecchie attività e preventivarne di nuove.
Quando viene il mio turno il dirigente, persona simpatica e umana, mi dice nel suo tono migliore: “A proposito di quella commessa di cui si diceva, hai sforato di una settimana…” “Di due.”
“Del resto, non è poi tutta colpa tua…” “Vero, ma il responsabile ero io.”
“E parlarmene?” “Ho sempre detto che prendevo lo stipendio per mangiare la emme e trovarla anche buona, non per sedermi in terra e chiamare la mamma alla prima inezia.”
“Allora è un’inezia.” “Certamente.”
“Un’inezia quanto?” “Per chiudere l’attività il centro servizi ha lavorato fuori convenzione due settimane, per un totale di 5.000 euretti.”
“E allora?” “E allora ce li metto io.”

“Tu?” “Io. E che sarà mai? Un anno a pane ed acqua e torna tutto a posto.”
Mi godo per un istante la sua faccia e quella dei colleghi intorno al tavolo, incerti se guardarmi male o scoppiare a ridere; quindi, con voce che tenta – con successo – di farsi flautata, aggiungo: “E poi, mi sono assicurato”.
“Assicurato?” “Assicurato. Certo, per un funzionario d’infimo rango come me bastano 100 euretti al mese; per i colleghi e soprattutto per te ci vorrebbe qualcosa di più; ma dove la mettete la possibilità di dormire beati fra sette guanciali di piume?”
“Ma in assenza di un procedimento la cosa non è nemmeno configurabile…” “E tuttavia fattibile. Ho già parlato con un’amica della ragioneria centrale, anche lei pagata per farsi venire le idee e non per stopparle, e mi ha assicurato che con qualche manovra la cosa si può fare: per via breve, anzi brevissima.”
“Sì, ma si crea un precedente…” “Magari! E magari arrivasse ai piani alti! Finalmente non ci sarebbero più scuse, e i soldi per riempire le buche delle strade dovrebbero saltar fuori!”
A questo punto avverto che la circonferenza del tavolo è percorsa come da una corrente ad alta tensione. Ma il dirigente simpatico e umano si rivela come sempre all’altezza:
“Allora, a parte i dettagli che ci vedremo in altra sede, la questione è chiusa?” “Sì e no.”
“Come, sì e no?” “La rifusione del danno lascia comunque aperto l’aspetto del mio comportamento professionale, che non può essere giudicato ottimo come per gli anni scorsi. Fa’ quello che devi. Non mi opporrò.”
Mi accorgo subito di aver esagerato: il dirigente simpatico e umano s’ingiallisce in viso di colpo, come fosse stato colpito da un’itterizia fulminea; i colleghi, abbandonata ogni tentazione d’ilarità, rumoreggiano e sbuffano; la collega che in queste occasioni mi siede sempre accanto dandomi colpetti leggeri alle caviglie (tic nervoso o piedino?) mi allenta un vero e proprio calcione.
Tanto forte che mi sveglio.
Ah, mi pareva bene fosse solo un sogno! Un sogno divertente però.
Così, malgrado il tempaccio e la calca dell’autobus, me la rido sotto i baffi per tutto il tragitto fino all’ufficio; e rido ancora mentre apro la busta intestata a mio nome che mi ritrovo nel bel mezzo della scrivania.
È una lettera di licenziamento. La motivazione, espressa con numeri e sigle, non la capisco; controllerò poi. Eppure continuo a ridere, sempre più forte, ma questa volta non mi sveglio; soltanto, a un certo punto, mi spuntano le lacrime.

7 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 156

    1. robertorossitesta

      Caro Paolo,
      forse anche un po’ di consonanza con i tempi.
      Del tutto casualmente, si capisce.
      Grazie e ciao,
      Roberto

    1. robertorossitesta

      Cara Carla,
      lo sapevo che sei un cuor d’oro.
      Grazie e ciao,
      Roberto

  1. Anna Maria

    Tra il calcione sotto il tavolo e il pugno nello stomaco del finale posso dirti che stavolta hai scelto la linea “Keine Delikatessen”, ma la provocazione va letta, eccome se va letta… grazie, Roberto.

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  2. robertorossitesta

    Care Anna Maria e Nadia,
    per riprendere ciò che scriveva più sopra Paolo, la lettera uccide, il calcione ridesta.
    Ma in qualche caso a vita né lunga né lieta; oppure a vita tanto più lunga quanto meno lieta.
    Grazie a voi,
    un abbraccio,
    Roberto

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