La solita storia: pare che la modella per la Vergine fosse una prostituta morta per annegamento. Caravaggio era convinto che il realismo non sottraesse nulla al sacro, anzi, vi immettesse un’evidenza comprensibile a tutti. L’aureola non manca: come sempre, è pressocché invisibile, perché l’umano non fosse annichilito dal divino. Il volto terreo, il ventre gonfio, i piedi scoperti fino alle caviglie furono cause di scandalo per la mentalità del tempo e provocarono un rifiuto perentorio. Ma il Merisi non si faceva manovrare, preferiva il disagio della verità ai vantaggi dell’omologazione. Anche oggi i tempi sono duri per la coscienza religiosa: bisogna scegliere fra la neutralità del quieto vivere e l’eroismo della fedeltà a se stessi. La bacinella dell’aceto è pronta per detergere il cadavere dei morti viventi, gli specialisti austeri del conformismo putrefatto.


anche oggi bisogna scegliere perché anche oggi c’è chi vuole ributtare in un cielo lontanissimo quel Dio sceso sulla terra, fattosi carne per gli ultimi e i più piccoli; la controriforma non è solo un’epoca storica ma un modo di pensare, un paravento contro lo scandalo di quel Dio che non ha paura di sporcarsi lasciandosi toccare da tutto ciò che è considerato inadeguato, troppo umano, “impuro” per un vero Dio
un abbraccio,fabry
f&r
La fedeltà a se stessi non credo sia eroismo, almeno oggi, è andare avanti senza aspettarsi nulla, ma col pensiero che ciò che si fa potrà forse servire. Più che eroismo direi umiltà. E la semplicità del no; quando il no ci vuole. Un saluto.
“[…] il Merisi non si faceva manovrare, preferiva il disagio della verità ai vantaggi dell’omologazione […] Anche oggi i tempi sono duri per la coscienza religiosa: bisogna scegliere fra la neutralità del quieto vivere e l’eroismo della fedeltà a se stessi.”
Condivido in toto, caro don Fabrizio, il principio secondo il quale sia infinitamente più bella (oltreché nobile e giusta) una “scomodissima” verità a una comoda e “vantaggiosa” ipocrisia (e omologazione). È bene però fare attenzione a non confondere la Verità (ossia il “deposito della fede”) che Cristo ha consegnato agli apostoli (e ai vescovi loro successori), con una personalissima e opinabilissima (per quanto rispettabile) idea di verità. Se viviamo e professiamo davvero la fede cattolica, siamo chiamati a testimoniarla con la nostra parola e il nostro comportamento, senza porre continuamente in discussione il modo di attuazione (da parte dei successori degli apostoli) soprattutto del mandato sacramentale e dottrinale ricevuto da Gesù Cristo. Chi pervenga alla convinzione che il Papa e i vescovi (nel corso della storia della Chiesa) non siano stati fedeli nel custodire “la sana dottrina” rivelata dal Figlio di Dio incarnato, mostrerebbe maggiore coerenza se smettesse di professarsi cattolico. Ti assicuro, don Fabrizio, che mi dispiace molto vedere persone che decidano di allontanarsi dalla Chiesa, ma credo fermamente che sia molto più dignitoso un credente che – non riconoscendo ad es. l’infallibilità del Papa nei pronunciamenti “Ex Cathedra” – decida di aderire ad es. alla chiesa ortodossa greca, piuttosto che continuare a dirsi cattolico, contestando i deliberati solenni dell’unica Chiesa Cattolica.
quando tra me pronuncio le parole:- questo è il mio corpo- non penso al pane, ma al corpo, da nutrire e da soccorrere, da lavare e da salvare, perchè si muore tante volte in una vita e ci si nega e si annega dentro il dolore, la paura, spesso indossando un cappio che ci strangola anzitempo.
Da piccola ho visto una annegata e mi è rimasta così impressa nella mente quella scena,anche perchè la conoscevo quella donna.In ogni caso, con il tempo, tornando a quell’evento, ho via via maturato una consapevolezza particolare,tanto che anch’io, quando penso ad andarmene da questo mondo, penso ad un tuffo nell’acqua, come ad una rigenerazione,come se il ventre terrestre, in quella sua liquidità, consentisse di poter nascere ad un’altra vita.
Penso ad una specie di nuova verginità e quindi penso che anche lui, Caravaggio, abbia sentito il mondo mondato da quella donna, attraversop un gesto di ricongiungimento estremo.La sola cosa che spiace, è che le immagini sono troppo piccole per guardarle bene.Grazie del nuovo percorso.ferni
vi ringrazio.
l’eroismo sta spesso nelle scelte ordinarie.
Ferni, proverò a mettere una foto più grande.
Prendo spunto dall’intervento parrochiale sopra descritto perchè vorrei capire per quale motivo-PARDON- avete messo un link di un fittizzio omosessuale con facebook.La verità è che spesso Don si è vittima d’ incorrere in accozzaglie
di calunnie e buffonate ,che celano invece , il distruggere il semplice intento di scrivere(come in questo caso che è uno commento -che si poteva evitare- ma che forzatamente si deve abbozzare per illuminare l’illusione del pastiche di matasse create da fazioni inesistenti e dannosissime e vaneggianti;ma comunque..) .Spesso si è schivi proprio per non apparire troppo pesanti o magari troppo avezzi verso il gentil sesso che anche se lambito d’argentee chiome in determinati fauni-cioè in ME- potrebbe suscitare pan-ni ,parecchio travolgenti e boccacceschi e le reazioni non credo sarebbero plaudenti,sempre,sopratutto se in una noblesse borghese invirtuosa che al massimo di “rompere” potrebbe solo gli attributi,che come dicevo prima sono distolti dal fascino o verrebbero esseri dondolati da altri sen-s-i della scrivente;quindi si evita,chiaro? . O sopratutto si evita perchè nel far west che è internet s’incorre a profili inveri e spesso come si è visto in questi giorni in veri e propri AMMALATI o assassini dalle pluripatologie e alcune perseguibili anche penalmente.Uno che scrive poesia e magari per lungimiranza di sguardo s’inoltra non solo nella contemporanea informazione di chi lavora o chi crea, ma anche su altri fronti dove la letterina all’ordine del giorno-invece della lettura- va uccidendo una delle piu’ importanti arti ,confermando che questo cassonetto quale è internet a parte gli e-book e alcune testate è solo un cuscinetto è spesso lucroso di passatempi che una volta erano le letture del contemporaneo. Questo è il risultato di un’immondizia che circola dai siti dall’estrema sinistra militante di buffoni e rimpiattini e professorini che seppur vecchia guardia e competente invogliano il lettore attraverso i blog all’informazione non privata ma comune. Disadattando il marketing e la fruizione dlla cultura pro domo propria anche dal vero tra persone in vita sociale.; e poi in reading volti alla conoscenza colletiva.Ma il giusto sarebbe prima avere un bagaglio poi il contenuto.E non ci si aspetti che i non addetti ai lavori cenacolino al lume di candele sotto dei lampioni barrocchi dai bracci prodighi -poco smerigliati,pero’,ma questa e un’altra storia-che li oscurano ancor di piu’.Queste affermazioni a favore della pedagogia contro la demagogia non mi appartengono per nulla,sono costrette dall’andazzo sempre piu’ spiraleggiante e poco ispirante di un presente che costringe il poeta ad autodichiararsi sulla propria identità – e gli estremis di riferimento – ,se non fa parte già di congreghe ,da cui magari se ne tiene in disparte per cazzi suoi, e per creazione propria, volta ad un perfezionamento o ad un libertinaggio intellettuale e intelletivo della persona.o perchè magari quest’ultime fanno parte di parocchie succitate aggressive e fobiche dettate da un riscatto dell’omosessualità-che è affar proprio- e che non porta di certo a una buona scrittura anzi ,nella pederastia volge alla confusione dello scrivente per abbaterlo psicologicamente,quando al massimo abbatterebbe se stessa.Questa è la vera soqp opera, la telenovelas sudamericana,il vino vergognoso dei media.Personalmente non vedo la televisione da parecchi anni.preferisco la cinematografia anche americana e psicologica .poi il vino lo bevo dalle botti del nero d’avola,anche se preferisco la birra e ne bevo un bel po’ e quando mi pare,ma anche liquori
e altro.Insomma è vergognoso che si debba per chi vive -fuori da questo far west,alla luce del sole nel sociale- dover pubblicare addirittura la proprio foto su “facebook”,cosa che non ho mai apposto apposta ,come i link delle relazione affettive e di svago personale, altrimenti viene distorta “l’immagine” dell’individuo.Non dico persona altrimenti alcuni pirandelli s’infevorano e poi abbiamo piu’ di sette indianini che rompono i coglioni e forse io invece qualcos’altro.Infine sono solo considerazioni personali su un tutto che è nulla sempre piu’.Poi il mondo o l’inviolata bestia prima o poi “si trascina a riva”.Rispetto ilpanorama colletivo e non parlando di canaglia,ma di Dio poi ce ne sarebbero di riflessioni ma vanno fatte in absidi clericali poco caravaggesche e piu’ rinascimentali dove queste moltiplichino la parola- e non il Vociare- sino a conservarne le relique nei cassettoni dove sul tetto comporebbero
solo le figure dell’anima.Come la Galarina di Dali’ -per dare un esempio che non faccia confusione -e quant’altre. Un saluto,Bellavia.
non si consideri il pardon c’era qualcos’altro scritto prima.di nuovo,Bellavia
per quanto riguarda il patriarchismo insito nell’uomo e legato alla natura in divenire,non involve in nessun modo parentesi da personali,ma scaturisce da riflessioni filosofiche annesse e non connesse a un possibile operare nella poetica di un domani non come reprise della vecchia ma come sguardo ad un futuro nuovo.Bellavia
Rileggendo il mio commento di ieri sera, ho pensato fosse importante fare una precisazione. Non era, certamente, mio intendimento sminuire l’importanza del mandato pastorale rispetto a quelli sacramentale e dottrinale (i quali – tutti e tre – Gesù Cristo ha affidato all’unica Chiesa Cattolica, mediante gli apostoli), ma è fuor di dubbio che il primo sia soggetto a errore umano, al contrario degli altri due: quello sacramentale, che si realizza (con la certezza della fede) nei sette Sacramenti, in particolare nell’Eucaristia; e quello di custodia fedele dell’autentica dottrina cristiana, che si realizza – senza possibilità di errore – in tutti i pronunciamenti “Ex Cathedra” del vescovo di Roma e in tutte le definizioni solenni dei Concili Ecumenici, che siano – ovviamente – proclamate in pieno accordo con il vescovo di Roma (che è successore di san Pietro e vicario di Cristo).
l’umano non è di certo
annichilito dal divino,
ma nell’umano il divino
pur volendosi rivelare
si ‘nasconde’ alla perfezione.
ci voglio occhi
adattati a vedere
nell’ombra e nel buio
non alla luce
per vederlo brillare.
beati i puri di cuore, perché vedranno dio
vi ringrazio.
sì, Alfonso, proprio quegli occhi.
Alfonso, è vero che Dio non vuole in alcun modo spaventare l’umanità, ed è altrettanto vero che il Signore si rivela “nel nascondimento”, ma è anche vero che da ciò non deve derivare l’idea erronea che i pronunciamenti solenni e definitivi dell’unica Chiesa Cattolica possano essere posti in discussione come “opinioni” storicamente condizionate. A riguardo, san Paolo apostolo ammonisce con fermezza i Galati (e tutti coloro che tendano a cadere nel medesimo errore):
“[…] Mi meraviglio che, così in fretta, da Colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo voi passiate a un altro vangelo. Però non ce n’è un altro, se non che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Ma se anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!” (Galati 1,6-9).
È bene precisare – a integrazione di quanto detto nel precedente messaggio – che, seppure sia vero (citando Alfonso) che “l’umano non è di certo annichilito dal divino”, sarebbe però un grave errore ritenere che questo possa giustificare comportamenti o scelte, da parte dell’uomo, deliberatamente contrari alla verità e alla giustizia. Diverso tempo fa, in una pubblicazione, ho letto che l’Abbé Pierre (1912-2007), il fondatore dell’associazione “Compagni di Emmaus”, credeva che nessuno – vivendo e conoscendo davvero l’amore di Dio – possa decidere di rifiutarlo. Con tutto il rispetto che merita un sacerdote (e religioso) che ha dedicato la sua vita ai poveri e ai sofferenti, credo sia però sbagliato (da parte di ogni cattolico) non replicare a quest’affermazione, che nega la possibilità per l’uomo del libero arbitrio, che è la ragione centrale per la quale Dio permette il male e la sofferenza in questo mondo (dopo il peccato originale). La verità è che non potrebbe esistere vero amore da parte del Signore senza il dono della libertà. Rimane – è vero – un mistero quello del male e del dolore su questa terra, ma noi sappiamo che alla base di questo male e di questa sofferenza vi sono il rispetto e l’amore immensi che Dio nutre nei riguardi di ogni uomo. È, dunque, una contraddizione in termini – da parte di un cattolico – negare il fondamento rappresentato dal libero arbitrio, che è l’unica ragione che possa spiegare, in parte sostanziale, il “silenzio” di Dio in diverse situazioni (a dir poco) tragiche della storia dell’umanità. Chi arrivi a negare il libero arbitrio, giunge a negare – conseguentemente – la stessa sostanza ontologica di Dio, che è l’amore. Che poi vi sia un condizionamento comportamentale e “culturale” (in relazione alla specifica situazione storico-sociale nella quale un uomo si trovi a vivere ed operare) è fuor di dubbio, ma ciò non può certo giustificare scelte e azioni contrarie alla verità e alla giustizia, a meno di una grave incapacità di intendere e di volere, che riduca considerevolmente le responsabilità personali in una data situazione.
Credo, inoltre, sia importante evidenziare il mio convincimento che – per essere salvati – non sia necessario vivere e professare, per forza di cose, la fede cattolica (a meno che una persona non abbia preso piena consapevolezza della veridicità del credo cattolico e lo rifiuti deliberatamente), ma che ogni persona – qualsiasi fede professi – è accolta da Dio, purché si comporti in armonia con la propria coscienza. A questo riguardo, scrive san Paolo apostolo: “Quando i pagani, che non hanno la Legge, per natura agiscono secondo la Legge, essi, pur non avendo Legge, sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono.” (Romani 2,14-15). Dunque, ai fini della salvezza, conta soprattutto il livello di consapevolezza della persona e l’amore per la verità e per la giustizia che alimenta nel suo cuore, ma ciò non deve certo giustificare il relativismo religioso, perché la Verità rimane e rimarrà sempre unica e non modificabile: Gesù Cristo crocifisso, morto e risorto e la sua unica Chiesa Cattolica.
Scrive san Paolo apostolo ai Galati: “In Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità.” (Gal 5,6). Dunque, è la fede in Cristo morto e risorto “che si rende operosa per mezzo della carità”, non le nostre buone intenzioni. San Paolo precisa in un’altra lettera: “È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore.” (Filippesi 2,13). E, ancora, agli Efesini: “Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo.” (Ef 2,8-10). Quindi, è Dio che ispira (in ogni vero credente) “il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore”, non siamo noi a poter essere bravi e buoni nelle opere. Ciò che ogni persona (che aspiri a essere un vero cristiano) è chiamata a fare è aprire il proprio cuore e la propria mente alla grazia del Signore Gesù Cristo, all’amore di Dio Padre e alla comunione dello Spirito Santo (cfr. 2 Corinzi 13,13), e – a questo fine – dopo aver ricevuto il Battesimo amministrato dall’unica Chiesa Cattolica, è fondamentale alimentare il proprio spirito con l’Eucaristia e la lettura quotidiana della Bibbia (a partire dal Nuovo Testamento), che fa crescere in noi il desiderio di Dio e del suo Regno eterno, e stimola un dialogo sempre più intenso e profondo con Cristo, nello Spirito Santo.
Questa ulteriore integrazione (ai miei commenti di ieri e l’altro ieri) è motivata dalla ferma convinzione che sia molto diffuso oggi il pensiero erroneo che la testimonianza verbale conti poco, e sia invece importante unicamente la carità “materiale”. Ma – seppure sia indubbiamente vero che l’autentico cristiano si riconosca dai “frutti” che produce attraverso il suo comportamento – è bene saper discernere questi frutti, e dare il giusto peso a ognuno di essi. L’autentico cattolico, che ami davvero il suo prossimo, pone al primo posto la testimonianza coraggiosa della “parola di verità del Vangelo” (Col 1,5), perché – scrive san Paolo – “abbiate piena conoscenza della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio […] È lui [Cristo] infatti che noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo. Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza.” (Colossesi 1,9-10.28-29). La lotta dell’apostolo Paolo (come dovrebbe essere di ogni cattolico) consisteva, dunque, soprattutto nel portare a tutti la “parola di verità del Vangelo”, e soltanto secondariamente nel fare opere di carità materiale. Il problema oggi sembra essere proprio quello di un’inversione dei termini, con il prevalere di un’idea distorta di carità, che – in realtà – somiglia di più alla filantropia di un Seneca che all’amore fraterno insegnato, vissuto e testimoniato da san Paolo e dagli altri apostoli.
Dopo aver evidenziato la centralità della fede in Cristo risorto (una fede che sia vissuta profondamente nel cuore e nella mente del credente, ai fini della creazione dell’uomo nuovo, rinnovato dalla potenza dello Spirito Santo, donato da Dio nel Battesimo), credo sia altrettanto fondamentale sottolineare l’importanza – nel cammino cristiano – della speranza della risurrezione e della vita eterna. Nell’omelia di oggi don Michael (vicario parrocchiale di “Santa Maria Regina Pacis” a Ostia) ha giustamente rimarcato la domanda essenziale, che dovrebbe porsi assiduamente ogni cristiano; quale sia cioè il reale centro della nostra vita: il lavoro, la moglie (o il marito), la casa, i beni materiali, oppure è davvero Cristo (e il suo regno eterno) il nucleo della nostra esistenza? Qual è – dunque – il nostro “tesoro” più importante: la vita eterna con Cristo o le soddisfazioni e i beni di questa terra? Che cosa ci spinge ad agire, al di sopra di tutto, nelle relazioni interpersonali? Il desiderio di donare e testimoniare agli altri il bene supremo, che è Cristo risorto e la speranza della vita eterna, oppure il proposito di perseguire interessi personali di vario tipo? Purtroppo, vedo in giro una grande mescolanza tra sacro e profano, tra devozione e perseguimento di interessi personali, che offendono gravemente il Signore. Per contrastare questa tendenza, ogni persona (che rifiuti nettamente ogni mescolanza tra sacro e profano) è chiamata dal Signore a dare una coraggiosa testimonianza di fede, senza lasciarsi condizionare dal modo di pensare ipocrita di una parte consistente di questo mondo. La santa “follia” (della fede, della speranza e della carità), che è il fondamento del nostro credo cattolico, deve farsi carne – sempre più profondamente – nella nostra vita, superando ogni paura, ogni condizionamento, per arrivare a essere autentici e credibili testimoni della speranza della vita eterna.