Poco dopo il fatto l’uomo si recò (di propria iniziativa o convocato, questa è la sola cosa che non ricorda) allo Sportello Unificato di Giustizia.
Lì prese il suo numerino e dopo breve attesa fu fatto entrare in un piccolo ufficio dove un funzionario anziano (l’uomo invece allora era giovane) lo fece sedere.
Mettendogli davanti un modulo, qualche foglio bianco, penna e un volume, il funzionario gli disse: “Ecco qui l’occorrente. I fatti le sono noti, lei sa leggere, scrivere e far di conto. Consulti il Codice, faccia le sue considerazioni e i suoi calcoli, poi compili il modulo. Deve innanzitutto dichiararsi colpevole o non colpevole. Nel primo caso, nella sentenza dovrà indicare l’entità della pena. Faccia pure con calma. Se avesse bisogno di qualcosa, di qualsiasi cosa, prema questo campanello. Quando avrà finito prema invece quest’altro.” E il funzionario se ne andò lasciandolo solo.
L’uomo sfogliò e risfogliò il Codice, lesse e rilesse; poi scribacchiò e cancellò più volte, quindi compilò il modulo. In esso dichiarò la propria colpevolezza, stabilendo una pena di diciott’anni e sei mesi, più una somma di denaro, per lui non lieve, a ristoro del danno. Infine premette il secondo campanello.
Subito il funzionario anziano rientrò, lesse quanto l’uomo aveva scritto e gli disse: “Va bene, si accomodi pure”. E l’uomo uscì, tornò alla propria casa, alle proprie occupazioni, alla propria vita. Negli anni seguenti lavorò molto, si sposò pure, ebbe persino un figlio. Addirittura sorrise e rise, per non far pesare ad altri ciò che riguardava lui solo; sebbene la cifra che andava pagando in modo indiretto ma concreto la pagasse pure la sua famiglia, e forse quel debito non l’avrebbero estinto che i suoi discendenti.
Il tempo passava, e una mattina svegliandosi l’uomo avvertì subito che il chiodo nel cuore che l’aveva tormentato per tanti anni era caduto; lasciando, è vero, una traccia di dolore, della quale però non avrebbe mai chiesto d’essere privato, poiché era parte, non la peggiore, di lui. Non ebbe bisogno di consultare il calendario per sapere che erano trascorsi diciott’anni e sei mesi esatti dalla sua visita allo Sportello Unificato di Giustizia. Adesso aveva di nuovo una vita davanti; ed anche dietro, a guardare e a pensarci bene, non c’erano solo rovine.

Caro Roberto,
ancora una volta una tua provocazione in forma di apologo viene in soccorso in un momento di impasse esplicativo di altri testi, o meglio di impasse nel discutere con giovani lettori di una possibile chiave di accesso a un testo spensieratamente ammannito a ignari liceali come lettura estiva. Nella tua provocazione leggo un efficace ‘liquido di contrasto’ alla parabola “Davanti alla legge” di Kafka, una visione/proposta alternativa all’Urbetrug (inganno originale, non, come recita la versione comune, inganno universale). Grazie
anche a me l’apologo fa l’impressione di una visione kafkiana rovesciata. il giovane sa qualcosa che lo riguarda e affronta con consapevolezza la pena: anzi, se la commina da sé. una pena che consiste nel vivere, dentro a delle convenzioni che forse non aveva preso in considerazione nei suoi sogni. dopo i diciotto anni etc. si accorge comunque di aver vissuto. gli rimane un male incancellabile che però da una prospettiva mutata non è neanche tanto male. secondo me questo tale non sa che fra poco dovrà recarsi di nuovo al palazzotto: e forse questa volta non gli daranno carta e penna. la vita io la vedo così: un miscuglio di consapevolezza e responsabilità, dei loro contrari e di tanta ingiustizia. quel po’ di giustizia possiamo produrla da noi, senza farci giustizia.
Deve essere telepatia, anche a me è subito venuto in mente Franz Kafka, cioè, Josef K.
Be’, in fondo la vita intera va pagata, caramente.
Il tuo, caro Roberto, mi pare un carattere eccezionalmente fortunato: conosce esattamente la sua colpa, e stabilisce i termini della sua pena: rarissimo privilegio, maxima fictio.
Un saluto, à tout le monde.
Care Anna Maria e Lucy,
la tenue speranza è che i tasselli che caliamo servano, se non subito a noi in seguito ad altri, per comporre l’immagine: un’immagine che non sia solo consolatoria o intesa a consumare una vendetta più o meno simbolica, ma anche partecipe in qualche modo e misura di una verità.
Siamo tutti strumenti, lo sono anche i carnefici iniqui di fronte ai quali è certo lecito tentar di difendere il collo.
Ma capire le ragioni generali, essere capaci di pensare oltre e anche contro se stessi, porta a comprendere i rapporti fra perdono e pentimento, e la necessità che quest’ultimo abbia una dimensione di concretezza commisurata all’alterazione dell’ordine che è stata prodotta.
Certo un ordine che bene che vada a noi sembra modesto, in quello che ci appare come grande caos universale.
Grazie e un caro saluto,
Roberto
Caro Roberto,
non si tratta di conoscere esattamente la propria colpa, ma di ammettere di averne una e accettare di risponderne.
Chi si limita a protestare contro il destino cinico e baro e pretende vie spazzate quando in casa propria non tiene nemmeno una scopa è altamente sospetto, non ti pare?
Un caro saluto,
Roberto
non so quanto, nel caso specifico, si possa parlare in termini di giustizia, intesa come foro esterno.
a me pare più evidente la dimesione del riconoscimento di sé a sé: un autoriflesso, un’autocoscienza. un foro interno, una dimensione morale sollecitata da condizioni esterne, le quali, per quanto accidentali (non sappiamo se le cose iniziano proprio da noi, o se sono richiamate da altro da noi, questa cosa non la chiariremo mai perché tra il dentro e il fuori c’è un riflesso che matura la coscienza, e a noi sfugge), sono necessarie per una con-versione, per un raddrizzamento della rotta. così ognuno porta per il mondo quello che ha restaurato e con il quale si è riconciliato: il suo fondo oscuro
Caro Alfonso,
d’accordo su tutto, ma credo che il “riconoscimento di sé a sé” non possa non riversare i suoi effetti all’esterno, anche se non sempre in modo immediatamente riconoscibile.
Grazie e un abbraccio,
Roberto
mi ricorda la scena di Mission in cui a De Niro viene tagliata la fune con cui trascina il macigno della penitenza.
un bel momento.
E poi li chiamavamo selvaggi…
Comunque ci sono certi legami che non è possibile tagliare senza far uscire sangue, a volte addirittura senza uccidere.
Un abbraccio,
Roberto
“lasciando, è vero, una traccia di dolore, della quale però non avrebbe mai chiesto d’essere privato, poiché era parte, non la peggiore, di lui.”
Si arriva a capire, piano piano e ad accettare e poi alla fine dopo il dolore anche il dolore non è così importante, ma ci vuole una selvaggia pazienza.
Ciao Roberto.
Cara Nadia,
una pazienza selvaggia fa pensare a qualcuno infoltato nella selva,
che guarda passare le stagioni e se stesso, fino a quando le stagioni diventano una sola e non resta più nulla che si possa ancora chiamare “se stesso”.
Grazie e un abbraccio,
Roberto