Quasi ogni mattina, dalla finestra della mia cucina, assisto a una scena che si ripete.
Raccolgo le briciole di pane o dei biscotti della colazione, le unisco alle briciole del giorno prima, qualche vecchia brioche scaduta, pezzi di panettone che compriamo dopo le feste in offerta al supermercato, e lancio il tutto sul prato del condominio, quattro piani più sotto.
Io abito in un parco lungo il fiume Reno, dove vivono e viaggiano molto uccelli. Vi sono i passeri, chiassosi, che saltellano e becchettano con una specie di furore; i merli, timidissimi, che fuggono per un nonnulla; poi i piccioni, abilissimi volatori, ma da quegli autentici fricchettoni che sono al mattino presto non sono ancora arrivati, ed è una fortuna, perché si muovono in grandi branchi e divorano tutto in pochi minuti e agli altri non resta più niente; c’è una ghiandaia molto sfacciata, che talvolta entra in casa, in camera da letto, in bagno, e non vuole più uscire (e lascia anche dei ricordini dove capita); ci sono le gazze, ma non scendono mai sul prato, passano tutto il tempo sugli alberi a fare un gran baccano (la gazzarra, appunto); infine ci sono le tortore, che arrivano di solito in numero di due, o di tre, o quattro.
Prima di lanciare il becchime però scruto con attenzione il prato, gli alberi, i cespugli, per accertarmi che in giro non ci sia l’assassino. E’ un gatto nero, che vive nel palazzo di fianco, che caccia gli uccelli per puro divertimento. Li assale, li tormenta, li strazia lentamente e li molla lì a brandelli senza mangiarli. La sua padrona, una animalista militante consumata dai sensi di colpa, talvolta porta d’urgenza alla LIPU gli uccelli feriti dal suo assassino, e gli ha legato al collo una campanella che dovrebbe annunciare il suo arrivo; ma lui è così attento, così felpato che ha imparato a muoversi senza farla tintinnare. Ma è improbabile che sia in circolazione. Questo per lui è un territorio con divieto di accesso. Lo sa, e quando deve attraversare il cortile compie un giro largo con la coda e le orecchie basse. Sa che in questa porzione di prato rischia grosso. Una volta che l’ho visto in agguato mentre gli uccelli planavano gli ho rovesciato addosso una pentola d’acqua. E qui ho potuto constatare la fantastica prontezza di riflessi del gatto. Benché fosse con tutti i muscoli in tensione, concentrato sulla preda, con uno scatto bruciante è schizzato via un attimo prima di essere investito dal bolo d’acqua. Forse ha sentito una goccia, o lo spostamento d’aria, e la sua risposta è stata fulminea.
A questo punto lancio il cibo, e subito i passeri, che mi stanno aspettando sparsi su vari alberi, atterrano e si mettono a saltellare. Poi arrivano i merli, alla spicciolata, ma fuggono al primo disturbo – una macchina, una finestra che si apre – talvolta senza avere afferrato neanche un boccone.
Ed ecco le tortore. Ecco il loro gioco, la loro performance; la sua performance, della tortora che ho chiamato la Numero Uno: questo esemplare, che non è neanche il più grosso, ma è la più aggressiva, la più prepotente, ha come unico scopo quello di scacciare le altre per impedire loro di mangiare. Si avventa sulla Numero Due, sbatte le ali per spaventarla, grida, la fa fuggire. Poi passa alla Numero Tre, ripete la sceneggiata, e se è necessario la insegue con brevi voli furiosi. Torna immediatamente in zona cibo e si occupa di nuovo della Numero Due, che intanto ha approfittato dell’inseguimento per tentare di afferrare qualche briciola. Va avanti così senza mai cedere, senza rassegnarsi.
Il risultato è che nel frattempo gli altri uccelli – i passeri, velocissimi, i merli – mangiano tutto. Alle tortore non resta nulla, anche se qualcuna riesce a rimediare un bocconcino mentre la Numero Uno è impegnata negli inseguimenti.
A lei, invece, non resta proprio nulla.


Mi ci ritrovo, Mauro. Miei climi, mie atmosfere… nostre radici. Bravo. Presto scriverò un pezzo sui pesci… sulle anguille (e anche sui ‘buratelli’, come chiamiamo noi in Romagna le valline o anguille di piccola taglia), sulle carpe (‘gobbe’), sui pescigatto, sui persici sole (detti anche ‘socialisti’), sui carassi (detti: ‘ragnole’), sui black bass-persici trota (detti ‘branzini’ o ‘bucalòn’), sui carassi incrociati con le carpe (detti: ‘schizòn’)… e via così. Propongo di andare tutti a Boscoforte, in aprile. Traghetto di Sant’Alberto, e via di là da ‘Po’ (come i nostri vecchi chiamavano il Reno).
I numeri uno veri spesso danno troppo agli altri e rimangono a becco asciutto. Mi pare questa la “morale del racconto.
Gian Ruggero, io mi prenoto fin d’ora.
Grande Boscoforte, Gian Ruggero, ci sono i fenicotteri. Sarebbe davvero una bella gita, con Franz e chi si aggrega!
bel testo, brutto titolo
Ben costruito, Mauro. Parte come una scena quotidiana e alla fine arriva la stoccata che lo trasforma in un apologo.
E tu lanci delle briciole per aria e poi pretendi che arrivino quattro piani più in basso? E poi ci aggiungi anche un pentolino d’acqua? E ci credo che il gatto ti fa marameo e che anche le briciole si attaccano come caccole alle dita della mano! Che cosa avrebbe dovuto fare la divina provvidenza? Affittare un bombardiere? Aprire il paracadute?
Nel mio giardino di casa c’è un portabottiglie rovesciato con un sottovaso sempre pieno di briciole e di vermiciattoli dall’odore improbabile. E’ la merenda del codirosso. Io apparecchio per lui, ma siccome i giardini domestici sono come la Tebe delle nozze di Cadmo e Armonia, c’è sempre da mangiare anche per passerotti,pettirossi e gatti. I passerotti sono tanti, sono prepotenti, e sono proprio quello che ci vuole pe far svagare un bel micetto di famiglia. I pettirossi sono una minoranza puntuale e giudiziosa, direi quasi avanguardista: scappano dai passeri e fano scappare i codirossi. Questi ultimi, come direbbe Leo Ferré, non sono neache l’uno per cento, però sanno che è proprio giocando con il gatto che le loro pance si riempiono.
Se questa fosse una trasmissione radio, adesso partirebbe Have you ever been to Electric Ladyland di Jimi Hendrix.
Al passero le briciole, al codirosso il vermiciattolo, al pettirosso un misto di queste due cose, al gatto le crocchette del supermercato e la nostra umana comprensione.
Se venite a Boscoforte con la mountain bike e la divisa da ciclista, io dico a quegli stronzi dei cacciatori di spararvi.
Lorpat, spararci? Acc… e io che volevo invitarti alla gita di primavera…