Dino Campana

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a cura di Elena F. Ricciardi

[…] Su Campana rigorosissimo critico del proprio testo si ricordi la testimonianza del Ravagli (Dino Campana e i goliardi del suo tempo, Marzocco, Firenze 1942):

“Gli era così agevole estraniarsi da tutto ciò che lo circondava, così facile vivere con sè e per sè pur nelle condizioni d’ambiente meno propizie, che riusciva a lavorar di lima al bar Nazionale, sulle carte de’ suoi manoscritti, anche quando, tutt’intorno, ferveva il tumulto delle discussioni più animate.”

La prova più clamorosa del culto che Campana aveva per le varie stesure del proprio testo si ha nel modo in cui egli avvertì tragicamente la perdita del manoscritto de Il più lungo giorno, consegnato a Soffici e a Papini nel 1913. Questa perdita fu da lui sentita in modo così drammatico da far supporre che i Canti Orfici fossero un pallido riflesso della poesia del manoscritto perduto, tanto più che Campana affermava di averlo ricostruito a memoria. Ma nel 1971, quando Il più lungo giorno fu ritrovato, ci si rese conto che esso rappresentava solo una tappa nella elaborazione dei Canti Orfici. L’esasperazione che questo smarrimento continuò a provocare in Campana, anche dopo molto tempo, è il segno che egli considerava la scomparsa di quel manoscritto come la perdita irrecuperabile di un anello essenziale nella catena evolutiva del suo testo. […]
Il procedimento seguito da Campana per gran parte della composizione del testo consiste in una rielaborazione continua di alcuni motivi essenziali, di modo che la perdita di una sola delle successive fasi doveva avere una ripercussione drammatica su di lui. Di certi testi che appaiono sia ne Il più lungo giorno sia nei Canti Orfici gli era venuta a mancare, con lo smarrimento del manoscritto, l’ultima stesura: e quindi almeno per certe composizioni è vera l’affermazione di Campana che i Canti Orfici sono stati ricostruiti a memoria.[…]
Orfico ribadisce l’origine divina e misteriosa della poesia: concezione che sta alla base non solo della poetica di Campana, ma rappresenta anche una componente del suo modo di essere. In questo senso Campana dovette avvertire che il termine orfico era profondamente congeniale alla sua poesia. Se da una parte Canti lo allacciava ad una tradizione (si pensi ai Canti di Leopardi) alla quale egli fu legato intimamente, orfico soddisfaceva il suo desiderio di differenziare il proprio testo da quanto gli era contemporaneo (ad esempio I Canti di Castelvecchio). Inoltre orfico designa la poesia alle sue origini e il testo di Campana ci rivela, assai prima della scelta di questo titolo, la ricerca e l’ascolto di una voce originaria ( si veda per esempio Il canto della tenebra).
[… ] Sebbene egli abbia tenuto i rapporti con l’ambiente circostante in modi che esulano dalle regole della normale convivenza, vi è nel suo animo una costante e profonda moralità che coincide con l’assoluta dedizione alla poesia alla letteratura. Il rimprovero che Campana muove ad un Papini e ad un Soffici è quello di non essere autentici artisti, e quindi di non possedere quella moralità superiore:
Non ho letto il vostro discorso sul futurismo ma lo stato di filosofo implica una purità di coscienza tale che non può essere altro che artistica: ora se io ammettessi che voi foste filosofo e che foste riuscito ad esserlo tanto doverosamente, tanto latinamente, tanto classicamente da riassorbire questa coscienza artistica, non vi dovreste voi vergognare tuttavia di sputare in faccia al sentimento artistico, che in fondo è l’unica ragione del vostro essere come filosofo, di sputare in faccia dico a questo sentimento artistico facendo servire da mezzana per la propaganda delle vostre idee un’arte falsa e bastarda? ????? E se di arte non capite più niente cavatevi da quel focolaio di cancheri, che è la Firenze e venite qua a Genova e se siete un uomo d’azione la vita ve lo dirà e se siete un artista il mare ve lo dirà.” (Lettera da Genova inviata a Papini, che Cacho Millet data al maggio 1913, in Le mie lettere )

(dall’introduzione a : Dino Campana, Canti Orfici, Bur, 2002, di Fiorenza Ceragioli )

La Chimera

Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina O Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera

La speranza

Pel l’amore dei poeti
Principessa dei sogni segreti
Nell’ali dei vivi pensieri ripeti ripeti
Principessa i tuoi canti:
O tu chiomata di muti canti
Pallido amor degli erranti
Soffoca gl’inestinti pianti
Da tregua agli amori segreti
Chi le taciturne porte
Guarda che la Notte
Ha aperte sull’infinito?
Chinan l’ore: col sogno vanito
China la pallida Sorte. . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Per l’amor dei poeti, porte
aperte della morte
su l’infinito!
per l’amor dei poti
Principessa il mio sogno vanito
Nei gorghi della Sorte!

Il canto della tenebra

La luce del crepuscolo si attenua:
Inquieti spiriti sia dolce la tenebra
Al cuore che non ama più!
Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,
Sorgenti che sanno che spiriti stanno
Che spiriti stanno ad ascoltare…..
Ascolta: la luce del crepuscolo attenua
Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:
Ascolta: ti ha vinto la Sorte:
Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:
Non c’è di dolcezza che possa eguagliare la Morte
Più Più Più
Intendi chi ancora ti culla:
Intendi la dolce fanciulla
Che dice all’orecchio: Più Più
Ecco si leva e scompare
Il vento: ecco torna dal mare
Ecco sentiamo ansimare
Il cuore che ci amò di più!
Guardiamo: di già il paesaggio
degli alberi e l’acque è notturno
Il fiume va via taciturno……
Pùm! Mamma qull’omo lassù!

Da La verna

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Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi
una tortora e volare distesa verso le valli im-
mensamente aperte. Il paesaggio cristiano se-
gnato di croci inclinate dal vento ne fu vivifica-
to misteriosamente. Volava senza fine sull’ali
distese, leggera come una barca sul mare. Ad-
dio colomba, addio! Le altissime colonne di
roccia della Verna si levavano a picco grige nel
crepuscolo, tutt’intorno rinchiuse dalla foresta
cupa.
incantevolmente cristiana fu l’ospitalità dei
contadini là presso. Sudato mi offersero acqua.
” In un’ora arriverete alla Verna, se Dio vole.”
Una ragazzina mi guardava cogli occhi neri un
po’ tristi, attonita sotto l’ampio cappello di pa-
glia. In tutti un raccoglimento inconscio, una
serenità conventuale addolciva a tutti i tratti
del volto. ricorderò per molto tempo ancora la
ragazzina e i suoi occhi conscii e tranquilli sot-
to il cappellone monacale.
Sulle stoppie interminabili sempre più alte si
alzavano le torri naturali di roccia che reggeva-
no la casetta conventuale rilucente di dardi di
luce nei vetri occidui.
Si levava la fortezza dello spirito, le enormi
rocce gettate in cataste da una legge violenta
verso il cielo, pacificate dalla natura perima che
le aveva coperte di verdi selve, purificate poi
da uno spirito d’amore infinito: la meta che
aveva pacificato gli urti dell’ideale che avevano
fatto strazio, a cui erano sacre pure supreme
commozioni della mia vita.

Fantasia

su un quadro di Ardengo Soffici


Faccia, zig zag anatomico che oscura
La passione torva di una vecchia luna
Che guarda sospesa al soffitto
In una taverna café chantant
D’America: la rossa velocità
Di luci funambola che tanga
Spagnola cinerina
Isterica in tango di luci si disfà:

Che guarda nel café chantant
D’America:
Sul piano martellato tre
Fiammelle rosse si sono accese da sé.

Firenze (Uffizii)

Entro dei ponti tuoi multicolori
L’Arno presago quietamente arena
E in riflessi tranquilli frange appena
Archi severi tra sfiorir di fiori.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Azzurro l’arco dell’intercolonno
Trema rigato tra i palazzi eccelsi:
Candide righe nell’azzurro: persi
Voli: su bianca gioventù in colonne.

11 pensieri su “Dino Campana

  1. massimo

    impressionante questo martello, che è già poesia nel senso della Maestà e del Furore: “tanto doverosamente, tanto latinamente, tanto classicamente”. fa parte di quel dovere latino e classico uscire da Fiorenza e imbarbarirsi a Genova: se sei artista, lo dirà il mare [non è una romanticheria: è un fatto di *proporzioni* e di *durata*] – grazie (sempre) a Dino, grazie ad Elena

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  2. Sparz

    grazie per questa ventata di grandezza, di statura vera, di questo Fiammelle rosse si sono accese da sé.

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  3. ramona

    Ho conosciuto (meglio) Dino Campana dopo aver letto “Un viaggio chiamato amore”, il libro che racchiude la corrispondenza con la sua compagna Sibilla Aleramo. E naturalmente ho conosciuto anche le poesie di lei… e sono quelle che mi piacciono di più, più dolcemente tormentate, più immediate. Parlo da profana, ovviamente, non sono una critica o una studiosa.
    Di sicuro quello che mi ha preso è stata la forza devastante di questo amore fra due grandi menti, entrambe malate, perchè il loro rapporto, di botte e passione, di tradimenti, abbandoni e riprese, era certo malato. Riviverlo attraverso le loro lettere tuttavia è molto emozionante. Toccante, crudele e bello anche il film, tratto da questo epistolario, con Laura Morante e Stefano Accorsi.

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  4. carlabariffi

    grazie a te, Elena.
    proprio in queste sere sto rileggendo
    il carteggio tra Sibilla e Campana, un viaggio chiamato amore…

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  5. remo bassini

    il film Un viaggio… non mi è dispiaciuto.
    ma La notte della cometa di Vassalli dice cose diverse.
    campana non poteva non ammattire inseguendo sibilla, mangiatrice di uomini.
    il era debole lui (e la sua violenza era la violenza del debole, appunto).
    bell’omaggio, elena.
    a me son cari anche i luoghi di camana.
    la verna, a pochi chilometri da dove son nato.
    e i monti della valsesia, qui in piemonte dove vivo, dove pazzo d’amore inseguì sibilla.
    su di lui il dibattito continua.
    un poeta da poco o il rimbaud italiano?
    un poeta da poco, di sicuro no.
    buone cose

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  6. elena f

    grazie, remo.

    a proposito del Campana visionario un amico scrisse a Papini “In lui , così come io l’ho conosciuto, c’era, non l’incapacità di distinguere fra sogno e realtà, che sarebbe stata già follia, ma come un sordo perpetuo rancore verso la necessità della distinzione.”

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