12.
Dal passo della Granciara,
utero secco, pietra guanciale dei parti infimi.
In tre, questuanti una veglia
sul passato ed in cerca di cave,
di fornaci, di acciottolati miracolosi nella loro persistenza.
13.
In agguato un paternoster sulle labbra,
dalla visione ad oriente
dei santi taumaturghi nel settembre,
dal lazzaretto e dalla pieve
del santo seppellito.
Affidare al mare, senza un nome,
le ombre temibili del sonno,
invocando protezione, madre nera,
all’abbraccio dell’alba.
14.
Tentare l’ascensione
tra i sentieri invasi dalla storia,
dalle siepi di spine trionfanti.
Attrezzare non le mani,
ma il soffio con cui resisti
al sangue, ai graffi,
alle benvenute ferite.
15.
Con occhi ieri accecati
scoprire il verminaio
sotto il pietrame liscio, ora svelato.
Tutto, tutto sia capovolto
delle fatuità del solco seminale.
Tutto, tutto, il dio che vi persuade e tenta.
P.s. il dipinto soprariprodotto è di Giuseppe Lama (databile 1945-50 circa), paesaggista della valle d’Agrò (dalla voce “Casalvecchio Siculo” di Wikipedia, curata da Antonio Casablanca).

Frammenti di esistenza fatta paesaggio, paesaggio che diventa corpo, gesti e anima. Grazie, Enrico.
Ti ringrazio, Giorgio. E’ un poemetto nato durante le ultime estati passate nei luoghi della mia adolescenza/giovinezza. Nasce per l’insistenza escursionistica (all’alba) di Alberto, un caro amico di sempre, un “paesologo” (scusa se cito) atavicamente legato ad una realtà radicalmente altra. Ogni verso nasce dal battere sentieri e memoria, acciottolati e dirupi della storia, etc… Ciao, Enrico