L’attesa, e altre tre poesie – di Francesco Accattoli

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L’attesa

Io sdoppiato dai vetri di casa,
assestati sul cortile,
passano formiche, cortei,
fanti, fontane, minuti lividi
con uguale cadenza,
e sono lo schiocco
dei merli e delle campane;

che i perdoni ci salvino,
i perdoni,
gli archi cremosi e innocenti
suonati bene.

La casa dagli spazi vuoti (Terme Raval)

Appena entrato,
dalla sinistra,
mi assale il bianco sudato
del pavimento,
un passaggio d’aria
che cancella la presenza,
segno con l’indice la direzione,
ascolto la polvere mimetizzarsi.
Sono trasparente
e attraversato in verticale
dallo slancio delle pareti;

mi complica
la semplicità,
fino alla gola,

mi disorienta
la mia asimmetria.

Piazza, mattina

Ci sono solo vecchi
nella piazza circolare,
ellittica se vista dall’alto,
e anch’io ostento, anch’io incanutito,
quanto sia specioso
accomodarsi, o accomiatarsi,
o tutte quelle cose civili;
dico in fondo alla lingua,
tra la gola e il respiro,
e mi rifugio nelle parole
solo quando tra individui,
e li preferisco distratti e giocosi,
amanti, compagni, lattiginosi.

Eppure si vive e si va folti a lavorare.

Villa Rey

Questa mia comunione
con i tuoi occhi,
quando il sole
dai lunghi passi
arriva strappato tra le arcate
della fortezza,
rende piacevole il mercato
dei saluti.

Quella gente è bassa, parla
in forme dialettali,
degli amori, delle migragne
degli studi,
l’erba stinge sulle gonne,
sulle gambe meringate.

Sono dotto, sperando che ti piaccia
ondivagare;
sui miei espressionismi
mi hai conosciuto,
fracassone e colabrodo
dinanzi alla bellezza.

Allora ho invitato io quel vento
di mare,
perché assomigliano ai sutra
gli intervalli
tra i corpi caldi e i corpi freddi;

serro anche l’ultimo
bottone, le tue spalle
hanno la rara consistenza
dell’acqua,
la forma della forma femminile,
come una strada al suo infinire,
come ogni cosa illuminata.

(Immagine: Rosemarie Trockel – Ohne Titel)

17 pensieri su “L’attesa, e altre tre poesie – di Francesco Accattoli

  1. Sparz

    Questa Villa Rey soprattutto mi piace tantissimo,
    “le tue spalle
    hanno la rara consistenza
    dell’acqua”
    linguaggio essenziale meraviglioso.

    Rispondi
  2. apolide

    Questo essere a volte in armonia con l’intorno, a volte inadeguato e “fuori posto” mi affascina.

    Questi versi mi hanno colpito:

    Sono trasparente
    e attraversato in verticale
    dallo slancio delle pareti

    ciao

    Apolide

    Rispondi
  3. Cristina

    Mi piace la musicalità dei versi, che scivolano fluidi su una sequenza di assonanze, però, avrei dato al lettore qualche indicazione in più per capire a quali luoghi reali si riferiscono i tuoi testi.

    Rispondi
  4. Valerio

    Bel ritorno, soprattutto con Villa Rey. Compostezza ed espressionismo sono le cifre cardine del Tuo linguaggio, fra Catullo e De Andrè? Se sì, per me dovresti spingere di più sull’espressionismo, tenendo però la misura esatta.

    Rispondi
  5. Francesco Accattoli

    Ringrazio tutti per le gradite parole di stima, mi fa molto piacere, sorpattutto in questo momento, a cinque anni dal precedente libro.

    Per Cristina: i titoli già indicano luoghi reali, Villa Rey è la Facoltà di Economia ad Ancona, ex caserma, mentre Terme Raval si tratta di un progetto editoriale su edifici del barrio del Raval a Barcellona.

    Per Valerio: i paragoni che porti sono troppo alti per la mia poesia, non mi permetto neanche di sfiorare quei mostri sacri che hai nominato!
    Quello che mi chiedi, caspita, è la cosa più difficile in assoluto: espressionismo (intendi estrosità onirica, simbolismo, potenza delle immagini?) ed equilibrio. Solo una persona è riuscita in tanto, e secondo me è rimasto l’unico: Paul Gauguin.
    Scrivimi, così ne parliamo.

    un grazie di cuore a tutti
    F.

    Rispondi
  6. Cristina

    Se i tuoi testi non mi piacevano non li avrei commentati, non sono una persona a cui piace stroncare il lavoro degli altri, quindi, di solito, commento solo ciò che mi sembra valido, per quanto riguarda i luoghi, anch’io una volta avevo intitolato una Via Garibaldi, però, ho dovuto mettere una spiegazione in fondo al testo per tutti coloro che non conoscono Macerata, ma questa concezione della poesia, ancorata a luoghi e fatti reali, è una mia idea ed una mia esigenza, non è un obbligo, infatti, spiegare tutto al lettore, anzi c’è chi ritiene che gli si debba spiegare il meno possibile.

    Rispondi
  7. Francesco Accattoli

    Per Cristina:

    mi dispiace che te la sia presa, non volevo essere scortese. Pensavo che da maceratese il complesso di Villa Rey di Ancona lo conoscessi, tutto qui. Tu mi hai fatto notare un aspetto che secondo te era importante, io ho provato a risponderti, non c’è nulla di offensivo.

    Rispondi
  8. Francesco Accattoli

    Chiedo scusa per l’ennesima intrusione, ma ho riscontrato un errore di formattazione delle poesie che potrebbe indurre il lettore in inganno: “La casa dagli spazi vuoti” termina con “la mia asimmetria”, dopo di che inizia un’altra poesia il cui titolo “Piazza, mattina” non è stato riportato in neretto. Mi scuso per l’inconveniente.

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  9. Cristina

    Non mi offendo per così poco, non ti preoccupare, ti volevo solo spiegare, perché ti avevo domandato a quali luoghi si riferivano le tue poesie. La mia risposta in realtà era rivolta più ad Alessandro che a te, perché secondo lui le poesie non vanno spiegate troppo nei loro aspetti concreti, mentre io penso che sia giusto dare qualche traccia in più al lettore… tutto qui.

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  10. Renata

    anche a me piace di più villa rey, meno razionalmente costruita, meno “a tesi” delle precedenti, e più armoniosa nel suo gioco di metafore geometrico-spaziali e nel suo versificare fatto di ripetizioni e assonanze. la trovo anche un po’ ironica sul ‘posto’\’ruolo’ del soggetto poetico, e questo è piacevole, oltre che più sottile.
    bravo!
    re

    Rispondi
  11. Francesco Accattoli

    Grazie Renata! Ho notato che un po’ a tutti è piaciuta di più Villa Rey.
    Che dire? A me può far solo piacere, anche se, a dire il vero, io sono molto legato anche a “Piazza, mattina”, soprattutto da quando ho smesso i panni dello studentello universitario e ho indossato quelli del lavoratore.
    Ciò non significa che abbia smesso di sognare… 🙂
    A presto
    F.

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  12. Serena Granatelli

    ci sono dei versi ‘aperti’ in ciò che scrivi, ammalianti, che rendono incompleta ogni interpretazione. Mi riferisco soprattutto a versi come ‘che i perdoni ci salvino’, ‘mi complica la semplicità’ e all’ultima strofa di Villa Rey, da ‘serro anche l’ultimo/ bottone’ fino a ‘come ogni cosa illuminata’, in particolare ‘come una strada al suo infinire’. Complimenti! S.

    ps: ho già avuto modo di leggerti e di apprezzarti a Poesia di Strada e ad una serata che si è svolta alcuni anni fa alla Biblioteca Mozzi Borgetti (Sala degli Specchi) dove, se non ricordo male, presentavi il tuo libro.

    Rispondi
  13. Francesco Accattoli

    Ciao Serena, grazie tante!
    Oddio, ora mi metti in imbarazzo perchè non mi viene in mente il tuo viso!! Scusa! Ma ci siamo parlati a Macerata? Quanti ricordi! Era la sera in cui io e Franca (Mancinelli) presentavamo le nostre poesie assieme ad Alessandro. E poi anche la serata di Poesia di Strada è stata bellissima!
    Se ti va, visita il mio blog, magari lasci un commento così ci scambiamo anche i rispettivi indirizzi mail. Che ne dici?
    Grazie ancora per le tue parole, mi fanno molto piacere, anche perchè le condivido tutte, e scusami tanto per la gaffe mnemonica! Maledette malattie senili… 🙂

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  14. Serena Granatelli

    Tranquillo, non puoi ricordarti di me perchè non ci siamo presentati. Visiterò il tuo blog sicuramente. Ciao S.

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  15. Michele Ortore

    E’ l’una e quattordici e mi tocca schematizzare. Mi sono piaciute per questi motivi: 1) La narratività e la nitidezza dell’immagine riescono a coesistere, a non ostacolarsi, a dar vita ad un sincretismo vivacissimo, come poche volte mi è capitato di leggere. 2) Sarebbe bastata la bellezza di questa strofa: “che i perdoni ci salvino, i perdoni, gli archi cremosi e innocenti suonati bene.” (non so perché ma ci sento qualche eco “scarabicchiana”) 3) Hai il coraggio di indicare. Fai una poesia deittica anche quando non usi i deittici: assumi le tue responsabilità, ti metti in gioco. Anche questo: è raro.
    Ho fatto anche un salto sul tuo blog, attratto dal comune sangue marchigiano 😉

    Mic

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