Fra rovi e fantasmi del passato

 Francesco Improta legge “Una notte a Dolcedo” di Marino Magliani

Con questo libro Magliani non solo ha confermato quanto di buono ha fatto finora ma ha anche compiuto un ulteriore passo avanti, approdando al romanzo nell’accezione più vera e comprensiva del termine. Quella notte a Dolcedo, infatti, rispetta le regole di montaggio proprie della narrativa, nel senso che ogni fatto ed ogni personaggio viene chiarito, integrato o approfondito da ciò che segue e inoltre del romanzo ha il ritmo progressivo e regressivo nel senso che tiene viva e costante l’attenzione del lettore su ciò che viene dopo e lo induce a riconsiderare sempre ciò che è stato detto prima.

Un soldato tedesco, Hans Lotter, nel 1989, alla vigilia del crollo del Muro di Berlino, chiede il permesso di uscire dalla DDR, ufficialmente per visitare Vienna in realtà per ritornare in Liguria dove ha combattuto durante la seconda guerra mondiale e dove è stato inconsapevole responsabile dell’uccisione di un’intera famiglia di civili che si era nascosta in un fosso. Eccidio che ha avuto una testimone, una bambina nascosta tra i rovi, di cui Hans ricorda due occhi spauriti e sgomenti. Ottenuto il visto Hans, dopo un lungo giro, arriva in Liguria e più precisamente nell’entroterra d’Imperia. Nella Val Prino, dove era avvenuto il fatto, Hans soggiorna a lungo nel tentativo di gettare luce su quell’episodio, facendo i lavori più duri e più umili e per mancanza di soldi e per espiare i suoi sensi di colpa. Sempre nella vallata torna quasi contemporaneamente ad Hans una giovane trentenne, Lori, dopo aver condotto un’esistenza randagia, in giro per il mondo…

Nel romanzo, che è una struggente sinfonia di morte, si ritrovano topoi e stilemi, che abbiamo già incontrato nei precedenti libri di Magliani. Penso, tra i motivi ricorrenti, alla droga, all’attenzione per la natura, alla nostalgia del passato, alla solitudine, al viaggio, meglio ancora al vagabondaggio, ai sensi di colpa assai vivi data la formazione cattolica dell’autore. A questi aggiungerei l’attaccamento alla madre, in questo romanzo addirittura morboso, ai limiti dell’incesto, come risulta dalle parole della signora Müller che parlando di Hans e dei suoi rapporti con la madre al tenente Kobel, della famigerata polizia segreta della Germania democratica, dice testualmente: “Erano sempre abbracciati… Sembravano due innamorati…”. A livello stilistico mi riferisco, invece, alla duplicità di registri linguistici: quello diegetico (che accompagna la narrazione) e quello utilizzato per i verbali degli interrogatori durante la guerra e successivamente negli uffici della STASI di Berlino.
Il paesaggio, come sempre in Magliani, è quello ligure, ma questa volta non consola né tanto meno compensa. La luce stessa, di cui il paesaggio s’imbeve, non alleggerisce ma mineralizza, tende cioè a imbalsamare persone, animali e cose. La campagna, inoltre, è invasa dalle erbacce, gli ulivi sono ricoperti di muffe, i torrenti sono ridotti a discariche, dovunque sono disseminati segni precisi di miseria, di disfacimento e di morte; gli uccelli volano basso e nidificano tra i rovi; i personaggi, infine, non guardano mai verso il cielo ma in basso verso la terra, una terra continuamente smossa per riportare alla luce segreti e misteri, per liberarla dalle radici aggrovigliate, per tacitare i propri sensi di colpa mi riferisco ad Hans, al capitano Garser e alla stessa Lori che, pur non scavando materialmente, fruga dentro di sé nel tentativo di fare i conti con il proprio passato e… ancora una volta con la propria madre. Le esistenze di Hans e di Lori si sfiorano per un momento – ed è un momento di struggente tenerezza – prima di prendere due direzioni completamente diverse. Lori, che ha più connotazioni autobiografiche di quante ne abbia Hans, ci richiama alla mente alcuni personaggi pavesiani, a conferma di un debito, non ancora saldato, nei confronti dello scrittore piemontese. Lori è la versione femminile di Anguilla, che torna per mettere radici, dopo aver capito nei suoi tanti spostamenti che tutto il mondo è paese e che una carne vale l’altra, alla fine, comunque, Lori riesce a sottrarsi alle sirene di morte della vallata e se ne parte, ma con una nuova consapevolezza: che non c’è più differenza tra la città e la campagna e che partire vuol dire crescere, andarsene, veder morire e… morire.
Il ritmo, inizialmente mosso con i continui salti di tempo e di luogo, diventa, nella parte centrale, lento e pausato assecondando l’alternarsi delle stagioni e l’avvicendarsi del dì e della notte, per accelerare alla fine quando in rapida successione si sciolgono tutti i nodi affiorati durante la narrazione e la storia giunge a conclusione, segnando la fine non solo di una vicenda individuale ma di un’intera epoca, come è testimoniato dal crollo del muro di Berlino. Cronaca e storia, pubblico e privato, mito e quotidianità si intrecciano perfettamente creando un affresco di grande respiro storico e intimistico al tempo stesso.

Ventimiglia 29 Marzo 2008

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