39. Come la vita

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da qui

Dopo essersi occupato di situazioni erotiche complesse – Viola e Medardo, Cloe e Brice Cento – Cesare decide di tornare sulla nota drammatica, la più difficile, anche nella vita: e il romanzo non parla della vita? L’angoscia di Amerigo davanti all’edicola non è forse la sua, non fa appello al ricordo del suo primo incidente, quando con l’amico prete scivolavano leggeri lungo la strada di montagna, fra prati all’inglese straordinariamente regolari, alberi e rocce cui Cesare avrebbe voluto dare un nome – perché una cosa non esiste finché non è stata nominata – ma non riusciva a capire se gli arbusti dalle foglie di un giallo abbagliante fossero tigli, frassini o pioppi, e addirittura non era sicuro se le vette sullo sfondo fossero le torri del Vajolet o chissà quale altra cima delle Dolomiti; lo faceva impazzire la mancanza di dati, si rendeva conto già da allora che uno scrittore deve avere un catalogo completo e dettagliato delle cose di cui parla, e mentre chiacchierava cercava di ricondurre alla memoria le definizioni delle piante, le sfumature dei colori delle case dai tetti spioventi e della chiesa dal campanile puntato verso il cielo, ma gli sembrava di avere sottomano solo una nomenclatura generica e sommaria che gli impediva di imbastire un racconto verosimile, di dipingere un quadro in cui qualcuno si potesse riconoscere, perché chi è lo scrittore se non uno che, per miracolo, ti fa rivivere un ricordo, una speranza, per cui, quando leggi, avverti le lacrime che salgono perché vedi te stesso percorrere la strada di montagna e, parlando col compagno di viaggio, distrarti pensando al nome delle rocce, al colore giusto della neve, alla forma della nuvola, e non ti accorgi dell’auto del turista austriaco che ha rallentato per chissà quale motivo, e non riuscirai a salvarti dall’impatto, e non sai se bestemmiare o proteggere l’amico, sai solo che urli disperatamente attento!, mentre tutto diventa duro come pietra, legnoso come l’albero, pesante come i lastroni della chiesa, e non puoi indovinare quale sfumatura di scuro stiano contemplando gli occhi, o forse stai sognando, sei già in un’altra dimensione, da un’altra parte del mondo, come Cosimo che pare dormire sull’asfalto, dormire e dire, dolcemente, amore, perché non sei qui con me, perché non ti ho più accanto.

15 pensieri su “39. Come la vita

  1. F@r

    amore, perche’ non sei qui con me?
    Perché’ , ahimè, come dice Vasco, Siamo soli

    Un abbraccio, fabry

    F@R

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  2. Barbara

    “O forse stai sognando, sei già in un’altra dimensione, da un’altra parte del mondo…”

    “Scrivo perché non posso sopportare la realtà se non trasformandola.
    Scrivo per sfuggire al sentimento di non potere raggiungere un luogo verso cui si aspira, come nei sogni”.
    Orhan Pamuk

    Barbara

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  3. Stella Maria

    Perché la risposta a volte non c’è, non c’è assenza quando si è ognuno nel cuore dell’altro. La quotidianità può separarci fisicamente ma non c’è divisione se abbiamo ritrovato i nostri occhi in quelli dell’altro. Ovunque siamo siamo in due, una cosa sola e Amerigo sa che, morendo a se stesso, non è più solo ma se questo non avviene allora ha un senso chiedersi dove siamo e dov’è l’altro se pur morendo noi l’altro non è morto a sè.
    E’ un bel post, con tante riflessioni da fare e non facili da mettere insieme, grazie.
    Se Cesare si chiamasse Italo, conoscerebbe ogni singolo albero, ogni singolo fiore, qualsiasi elemento della flora avrebbe un nome perchè avrebbe un genitore che glielo ha insegnato, ma Cesare ha un amico prete e non è detto che il calore di un amico possa essere da meno di quello di un genitore, forse non conoscerà il nome di ogni elemento della botanica ma avrà un cuore che riconosce in ogni cellula l’amore di Dio.
    SM

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  4. Ema

    La sensazione è sempre la stessa…pare che lo scrittore non riesca mai a raggiungere il suo Amore…
    sembra rincorrerlo invano…… eresia…credo non si possa scrivere neanche un verso senza aver prima conosciuto l’amore 🙂

    “Gli orari della vita dovrebbero prevedere un momento, un momento preciso della giornata, in cui ci si potrebbe impietosire sulla propria sorte. Un momento specifico. Un momento che non sia occupato né dal lavoro, né dal mangiare, né dalla digestione, un momento perfettamente libero, una spiaggia deserta in cui si potrebbe starsene tranquilli a misurare l’ampiezza del disastro. Con queste misure davanti agli occhi, la giornata sarebbe migliore, l’illusione bandita, il paesaggio chiaramente delineato. Ma se si pensa alla propria sventura tra due forchettate, con l’orizzonte ostruito dall’imminente ripresa del lavoro, si prendono delle cantonate, si valuta male, ci si immagina messi peggio di come si sta. Qualche volta, addirittura, ci si crede felici!”

    Daniel Pennac da “Il paradiso degli orchi”

    Rispondi
  5. Ema

    La sensazione è sempre la stessa…pare che lo scrittore non riesca mai a raggiungere il suo Amore…
    sembra rincorrerlo invano…… eresia…credo non si possa scrivere neanche un verso senza aver prima conosciuto l’amore

    “Gli orari della vita dovrebbero prevedere un momento, un momento preciso della giornata, in cui ci si potrebbe impietosire sulla propria sorte. Un momento specifico. Un momento che non sia occupato né dal lavoro, né dal mangiare, né dalla digestione, un momento perfettamente libero, una spiaggia deserta in cui si potrebbe starsene tranquilli a misurare l’ampiezza del disastro. Con queste misure davanti agli occhi, la giornata sarebbe migliore, l’illusione bandita, il paesaggio chiaramente delineato. Ma se si pensa alla propria sventura tra due forchettate, con l’orizzonte ostruito dall’imminente ripresa del lavoro, si prendono delle cantonate, si valuta male, ci si immagina messi peggio di come si sta. Qualche volta, addirittura, ci si crede felici!”

    Daniel Pennac da “Il paradiso degli orchi”

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  6. Rashide

    Il dramma più duro della vita è quando perdi qualcuno caro; leggendo questa pagina ho rivissuto incredibilmentelo stesso dolore di quando, a diciasette anni, ho perso il mio fidanzato, il mio angelo. Si chiamava Faber, morto in un incidente mentre guidava: viaggiava insieme ad un suo amico che è riuscito a sopravvivere. Lo sogno continuamente, come se in quel modo, per miracolo, lo potessi far rivivere.

    Un abbraccio.

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  7. Ema

    “Le senti come chiedono realtà
    scarmigliate, feroci,
    le ombre che forgiammo insieme
    in questo immenso letto di distanze?
    Stanche ormai di infinito, di tempo
    senza misura, di anonimato,
    ferite da una grande nostalgia di materia,
    chiedono limiti, giorni, nomi.
    Non possono vivere più così: sono alle soglie
    della morte delle ombre, che è il nulla.
    Accorri, vieni, con me.
    Insieme cercheremo per loro
    un colore, una data, un petto, un sole.
    Che riposino in te, sii tu la loro carne.
    Si placherà la loro enorme ansia errante,
    mentre noi le stringiamo avidamente
    fra i nostri corpi,
    dove potranno trovare nutrimento e riposo.
    Si assopiranno infine nel nostro sonno
    abbracciato, abbracciante. E così,
    quando ci separeremo, nutrendoci
    solo di ombre, fra lontananze,
    esse
    avranno ormai ricordi,
    avranno un passato di carne ed ossa,
    il tempo vissuto dentro di noi.
    E il loro tormentato sonno
    di ombre sarà, di nuovo, il ritorno
    alla corporeità mortale e rosa
    dove l’amore inventa il suo infinito.”
    Pedro Salinas

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  8. M&C

    Caro Cesare, se il romanzo è come la vita, allora anche Amerigo, come Brice, ha bisogno di un amore che lo salvi e che gli stia “accanto in ogni instante del giorno…vicino … nel dolore e nel pianto… e guardare le stelle” 🙂

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  9. M&C

    “quando leggi, avverti le lacrime che salgono perché vedi te stesso”

    Grazie per queste belle pagine, don Faber ;-))

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