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da qui
Provo a ricordare. Indosso il grembiule bianco e il fiocco azzurro, come un regalo dimesso da portare a chissà chi. Mi aggiro in corridoi enormi, con porte che puntano alla volta di soffitti altissimi (è il mondo visto dall’altezza dei quattro anni). Cerco disperatamente l’aula, ma non posso chiedere a nessuno negli anditi deserti come canyons di un pianeta sconosciuto. Devo compiere un gesto, anche se l’idea, timido e introverso come sono, mi atterrisce: entrare in una stanza rischiando di sbagliare, per cui tutti mi guarderebbero sospesi, per un istante eterno, poi esploderebbero all’unisono in una risata interminabile. Non ho alternative: mi sollevo sulla punta dei piedi, raggiungo a stento la maniglia, mentre immagini orribili mi spingono a mollare la presa e fuggire via lontano, ma sono qui, devo avanzare, mentre la porta si apre lentamente e tra i banchi scorgo figure dai grembiuli neri e i fiocchi bianchi, che mi squadrano come fossi una bestiola miserabile e ridicola. Poi, in crescendo, cominciano a sorridere, ghignare, sghignazzare. La mia carriera esordisce in salita: dopo, tutto sembrerà più facile.