La Storia incomincia con la scrittura. Così mi hanno insegnato a scuola. Prima della scrittura – inventata dai Sumeri circa 5000 anni fa – c’era la Preistoria, c’erano i cavernicoli, poveri esseri che si distinguevano a malapena dagli animali a cui davano la caccia. E’ la scrittura il discrimine, lo spartiacque. Non è sufficiente vivere per avere una storia. Senza scrittura si esiste solo in quanto specie, come le formiche o gli insetti. Bisogna scrivere, dare una forma scritta alla propria vita, solo in questo modo si ha una storia e se ne è protagonista.
Scrivere costa fatica, molti preferirebbero cavarsela oralmente, raccontare tutto a voce. Per chi scrive, un classico è sentirsi dire da qualcuno che la sua vita “è un romanzo”. La gerarchia fra mainstream e letteratura di genere parte già da lì, nessuno che cerchi mai di invogliarti ad ascoltare dicendo che la sua vita è un saggio accademico, o un avvincente noir. No, tutti romanzi, o romanzi no-fiction, come va di moda ora definire i reportage con qualche licenza poetica. Letteratura alta insomma, moderne epopee borghesi piene di peripezie e travagli ma con un senso preciso, un destino che doveva a ogni costo compiersi. E’ falso. In realtà ciascuno ha il suo genere. Io da giovane sognavo di diventare un serio dizionario etimologico e invece sono finito farsa grottesca, melodramma fra il patetico e il ridicolo. Comunque fino ad ora resto una formica, un numero, un elemento indistinto della specie, perché non mi sono mai deciso a scrivere.
Quando gli scrittori dicono che le loro opere sono come dei figli bisogna crederci. E’ proprio così. Per questo costa fatica. Scrivere è partorire con dolore, e pubblicare significa vederlo uscire di casa, diventare adulto e autosufficiente. In questo senso è stupido chiedergli qualcosa dei loro libri alle presentazioni letterarie. Non possono che parlarne bene perché ogni scarrafone è bello a mamma sua, i genitori sono troppo coinvolti per giudicare lucidamente. Alcuni evitano di scrivere non solo perché è faticoso, ma anche per paura di ciò che c’è fuori. Ci vuole un bel coraggio per mettere al mondo un libro di questi tempi, dicono. Altri lo hanno scritto ma non gli permettono di andare per la sua strada, lo amano morbosamente e lo tengono con sé per anni come un bamboccione viziato.
Io amo le storie autobiografiche: i diari, i memoriali, gli epistolari, i taccuini. Sono i libri che leggo con maggior piacere e curiosità. Il mio sogno sarebbe quello di lavorare all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Cerco il documento, la vita che pulsa, lo specchio che riflette senza infingimenti. Questo tipo di libri è rarissimo, i più arrivano deformati da una lente che tutto abbellisce. Abbellisce nel senso che mente, per esempio nascondendo o ingigantendo un trauma, nel primo caso perché ci si vergogna e nel secondo per inscenare chissà quale rito di passaggio brillantemente superato. Ma non bisogna farsi ingannare dalla falsa modestia del vittimismo. Il timidissimo che intorno a sé vede solo gente che ride della sua goffaggine non è molto diverso dal megalomane egocentrico, entrambi sono coscienze esasperate da se stesse. Il mondo è molto più crudele di così, perché ci ignora e va avanti benissimo senza di noi.
Fra i libri che ho riletto più spesso ci sono i diari e gli epistolari di Kafka , assieme ai quaderni di Cioran. In comune hanno il fatto che non furono scritti per la pubblicazione, e il ritratto dell’autore sembra privo di imbellettamenti cosmetici. Adesso c’è questa moda da disincantati, tutti che cercano l’esperienza vergine ma sospettano dovunque il tralalà, cioè l’affettazione, la posa, per dirla con Céline. Per ottenerla si è disposti a tutto, anche a ingannare se stessi, e difatti aumentano le donne che si sottopongono ad operazioni di imenoplastica. L’immagine degli indios amazzonici che puntano le frecce contro l’aereo che li sta fotografando, ad esempio. Ha fatto colpo perché smentiva l’idea postmoderna che tutto sia stato già detto, visto, fatto, scoperto. Ero al mare quando è uscita sui giornali. Ne ho parlato con un amico e mi ha detto che non ci credeva, che per lui era una messinscena. Secondo me nasce da qui, da questo disincanto feroce e paralizzante, la proliferazione incontrollata dell’aggettivo “vero”. Lo trovo dappertutto. L’altro giorno ho visto una scritta sul muro vicino alla biblioteca. Diceva “Miki e Bea amiche vere”, come Il vero amore non ha le nocciole, la bella raccolta di versi di Francesca Genti. Poi ho sentito diverse volte dire: “quello è bravo vero”. Oppure in pasticceria, “quel dolce è squisito ma è una rovina vera”, intendendo l’eccesso di calorie. Quel “vero” è un marchio doc, si certifica che il tal giudizio non è di circostanza, evidentemente perché il tasso di ipocrisia in circolazione è talmente alto da necessitare un’assicurazione ulteriore sul senso autentico delle nostre parole. Forse bisognerebbe ribaltare la nota sentenza pseudosapienziale, e dire che “si deve vivere ogni giorno come se fosse il primo”, per cercare ancora lo stupore, la fiducia e l’ingenuità che sembriamo aver smarrito definitivamente.
Più leggo gli appunti e le lettere di Kafka e più affinità scorgo nei nostri modi di sentire. E’ il caso del mio complesso della sedia mancante. Risale all’adolescenza, quando andavo alle feste dei compagni di classe e si faceva il gioco di ballare intorno a delle sedie per poi sedersi appena la musica si interrompeva. La sedia in meno era la mia, rimanevo in piedi, venivo eliminato, non ho mai avuto i riflessi pronti. E’ un pensiero che mi ha accompagnato per anni, metafora e simbolo della mia incapacità di integrarmi, l’idea che nel puzzle del mondo mancasse la mia tessera. Ecco perché i versi in cui più mi riconosco sono quelli di E.E. Cummings, che dicono “My life resembles something that has not occurred“. C’è stato però un periodo in cui questo pensiero venne meno, e fu quando mi fidanzai con Nicole, che mi misi in proprio col lavoro e comprammo casa assieme. Rogito ergo sum. Fu uno dei momenti più felici della mia vita. Con la fine di quel rapporto a cascata sono venute meno anche le altre conquiste, e ora sono di nuovo in piedi a guardare gli altri seduti. In un appunto Kafka parla delle sedie vuote che osserva mentre sta discutendo con l’avvocato a proposito dell’odiata fabbrica di amianto che il padre voleva che gestisse con il cognato. Guarda quelle sedie e pensa che non potrà mai occuparle con una moglie e dei figli, sente che quella è una dimensione che gli è preclusa.
Poi anche lui faceva molta attenzione alle lettere delle parole, ossia da quante lettere è composta ogni parola. Non a caso il protagonista delle Metamorfosi si chiama Samsa. Stesso numero di lettere di Kafka, stessa disposizione di consonanti e vocali, stessa vocale. Questo è un ragionamento che fa pure in altre occasioni (11/2/1913) riflettendo sul nome di Felice Bauer, la donna che stava per sposare. Lo dice chiaramente in un appunto del 18/10/1921: se la chiami col nome giusto, la vita viene. Io conto le lettere delle parole da sempre, e per i nomi sono attentissimo. Nicole la conobbi in rete, aveva letto un mio articolo e mi aveva scritto dicendo che le era piaciuto. Si firmò Nicole, ma solo dopo mesi mi rivelò che quello non era il suo vero nome. Per me è fondamentale che sia in numero pari, o almeno con un numero di lettere divisibili non solo per se stesse o per uno, come i numeri primi. L’avevo chiamata col nome sbagliato, perché non suo e perché non adatto a me, e la vita se n’era andata.
A Milano, durante una gita giovanile con Max Brod, Kafka annota: “è da incoscienti viaggiare e perfino vivere senza fare annotazioni”. Anch’io sono un moleskiniano. A dir la verità la mania di monitorare la propria vita appartiene a tantissimi, però sia io che Kafka annotiamo di preferenza cose minime, dettagli all’apparenza trascurabili e trascurati, mentre altri sono più attratti dall’eclatante; vedi Emilio Salgari con la sua mitica cassetta piena di mirabilia di cui parla Emanuele Trevi nella prefazione a Il corsaro nero. E infine l’ossessione del suicidio, ma non come testimonianza di un disprezzo, bensì come affermazione di amore per la vita, un amore disperato e non corrisposto, per questa festa meravigliosa alla quale non si è stati invitati.
Forse per il tema del suicidio dovrei sentire maggiori affinità con Salgari che con Kafka. Sia io che lui abbiamo avuto un padre che si è tolto la vita, e quando avevamo la stessa età, cioè 27 anni. Salgari appartiene a una dinastia di suicidi, 3 generazioni consecutive. Si uccise suo padre Luigi, lui e i suoi figli Romero e Omar (capitò più o meno lo stesso a Hemingway), e questa cosa mi impressionò, come se si trattasse di una tara genetica, qualcosa di ereditario e ineluttabile, a tal punto che sulla base della sua esperienza calcolai a che età sarei diventato padre, quando mi sarei ucciso e quando sarebbe morto mio figlio. Pensai addirittura che l’unico modo per spezzare questa catena del destino fosse il non generare.
Prima che lo facesse mio padre io ero molto attratto dal tema del suicidio. Studiai parecchio e scrissi un articolo che riciclai con piccole varianti su 3 riviste diverse a proposito degli scrittori suicidi del Novecento. Mi affascinava l’affermazione di libertà, l’atto eroico, l’uomo padrone del proprio destino che vince l’istinto vitale. Dopo l’esperienza di mio padre il mio giudizio è cambiato. Può non essere un atto eroico, anzi credo che quasi sempre non lo sia. C’è tanta disperazione, e solitudine, e il desiderio di porre fine a un dolore insopportabile, e ci può perfino essere qualcosa di non nobile, qualcosa di egoistico e meschino, come una forma di punizione. E’ quello che fa il protagonista di Fuoco fatuo di Drieu La Rochelle, che dice: “Io mi uccido perché voi non mi avete amato […] Mi uccido perché i rapporti tra noi erano allentati, per rinsaldarli. Lascerò su di voi una macchia indelebile. So bene che si vive più da morti che da vivi nel ricordo degli altri. Voi non pensate a me, ebbene, non potrete dimenticarmi mai più!”
Kafka morì per una tubercolosi alla laringe nel sanatorio di Kierling presso Vienna, il 3 giugno 1924. Nello stesso giorno veniva posta la prima pietra dell’ospedale Salvini di Garbagnate Milanese, che nacque proprio come sanatorio per tubercolotici, immerso in un grande parco di alberi secolari. Oggi un’intera ala dell’edificio ospita degenti in stato di coma. Mio padre stette lì quasi un anno e mezzo, dal settembre del 1990 al dicembre dell’anno successivo. Era un reparto strano, silenziosissimo. Le uniche voci, i soli segnali di vita erano quelli dei parenti dei malati. La guarigione di uno di quei pazienti era considerata miracolosa, e per tutto il periodo in cui lo frequentai non se ne verificò alcuna. Mio padre aveva una camera tutta per sé. Spesso gli mettevamo delle cuffie e gli facevamo ascoltare la voce di noi figli e di mia madre nella speranza che questo lo ridestasse. A volte gli leggevo articoli di giornale, o gli parlavo di fatti privati, ma invano. Ricordo i momenti di imbarazzo con dei sacerdoti o dei volontari che entravano in camera per scambiare due chiacchiere e invariabilmente chiedevano il motivo di quello stato. All’inizio mentivo, non volevo traumatizzarli e dicevo che era stato un colpo, come fosse stato un ictus. In questo modo mi sembrava di mentire meno, perché si era effettivamente trattato di un colpo, ma di un colpo di pistola alla tempia. Poi mi stancai e raccontai la verità. Rimanevano impietriti, si ammutolivano all’istante, e io mi sentivo quasi in dovere di rassicurarli che in fondo erano cose che càpitano.
Una domenica mio fratello maggiore raggiunse me e mia madre all’ospedale. Con lui c’era mia sorella e l’altro mio fratello. Ci chiese di spostarci in una saletta riservata e ci disse che aveva scoperto una cosa relativa alle ultime volontà di mio padre. Quando si uccise aveva lasciato solo uno scarno biglietto. C’erano scritte poche parole di scuse e persino un ringraziamento. Da quel giorno mi ha sempre colpito chi decide di andarsene ringraziando, come fecero Tancredi Parmeggiani e Violeta Parra. Ad ogni modo quelle poche parole ci avevano provocato un surplus di interrogativi, soprattutto considerando che mio padre non era mai stato un tipo taciturno o laconico. Ma quella domenica, di pochi giorni successiva al tragico gesto, mio fratello aveva scoperto che esisteva un memoriale. In pratica ad agosto, ossia un mese prima che si togliesse la vita, mio padre aveva chiesto a mio fratello di conservare in qualche posto sicuro una valigia con dei documenti che in nessun caso avrebbe dovuto guardare. Mio padre era avvocato penalista, e aveva spiegato la cosa dicendo che si trattava di documenti riservati di suoi clienti, e che lui non poteva tenerli in ufficio perché temeva una visita della guardia di finanza. Affidò non a caso questo compito a mio fratello maggiore, perché sapeva che si sarebbe scrupolosamente attenuto alle direttive date. Io per curiosità avrei disobbedito, e così facendo forse avrei impedito la morte di mio padre. Dentro quella valigia c’erano dei soldi in contanti, che dovevano essere ripartiti fra noi evitando le tasse di successione, e un lungo memoriale di 20 pagine scritte a mano. Mio fratello aveva fatto delle fotocopie e ci mettemmo a leggerlo ognuno per suo conto. Rammento il silenzio rotto dai frequenti singhiozzi e pianti, il dolore e la consapevolezza che quel gesto era stato a lungo premeditato, i sensi di colpa che non mi hanno più abbandonato, e che a volte riaffiorano alla coscienza come ricordi indigeriti. Quella è la storia di mio padre, scritta di suo pugno, una storia con un finale a sorpresa, perché lui si era ucciso per non morire, per non morire nella nostra coscienza e nella nostra memoria.
Oggi ho voltato pagina, per l’ennesima volta. A furia di voltar pagina il libro finisce e uno neanche se ne accorge. Di recente mi sono trasferito a Bollate, a casa della mia fidanzata. Cinzia ha 6 lettere, come me. E’ il suo vero nome. Stiamo insieme da un anno e tre mesi e abbiamo iniziato a convivere da subito qui da lei, eppure per me ufficialmente è da pochi giorni che sto qui perché fino a un paio di settimane fa la mia casa di Monza c’era ancora, e soprattutto lì erano i miei libri. Wherever I have my books, that’s my home, parafrasando Paul Young. Io odio i traslochi. Nella vita precedente mi sa che sfrattavo delle povere vecchine, perché per contrappasso continuo a cambiare residenza, peggio di un circo. Avevo appena preso la mia nuova casa di Monza che mi sono messo con lei, e un mese dopo già vivevo a Bollate 6 notti su 7. Quando mi hanno invitato a far parte de La poesia e lo spirito mi è stato chiesto di inviare un foto e un breve nota biografica. Ero tentato dal fare il figo dicendo che vivo tra Monza e Bollate, perché a Monza lavoro e a Bollate dormo. In fondo questa è l’ultima tendenza, le scrittrici hanno il doppio cognome (vedi Francesca Tini Brunozzi) e gli scrittori la doppia residenza (“vive tra Milano e Parigi”), come dei novelli Guidoriccio da Fogliano.
Ora i miei libri sono tutti qua, catalogati e ordinati per bene. Molti sono autobiografie, diari, epistolari e taccuini, come dicevo. Quando viene qualche ospite si sorprende per il numero, mi chiede se li ho letti tutti, sospettoso e incredulo. Sorrido. La verità è che fra tutte quelle autobiografie ce n’è una che non riesco proprio a leggere, perché già a vederne la copertina scoppio a piangere. Da quella domenica di 18 anni fa il Diario intimo di mio padre non l’ho mai più guardato (dico “Diario intimo” perché così lo intitolò). Ogni tanto provo a riprenderlo in mano, ma solo scorgere la grafia rigida e ortogonale della sua scrittura mi fa l’effetto di una coltellata. Prima o poi dovrò affrontare questo rito di passaggio, o di congedo, leggendo la sua storia e scrivendo la mia, o non potrò dire di avere una vera storia e di aver davvero voltato pagina.

bella l’idea di vivere ogni giorno come se fosse il primo.
nel vangelo è scritto “se non ritornerete come bambini”. ritrovare stupore e meraviglia è un compito o un dono, ma forse è davvero l’unico modo per “scrivere” una parola il cui significato ha radici nel cuore della vita.
molto bello.
Un articolo di una profondità che fa male. Un caro abbraccio Sergio.
Ben ritrovato, Sergio.
Questi tuoi ricordi mi hanno fatto pensare al libro di Franz Krauspenhaar, “Era mio padre”.
Bart
Complimenti…se può passare l’espressione, per questo scrivere di se stessi non facile, quasi un “segnarsi” nel ricordo.
Si sente però un’aria, che da un respiro nuovo a tutte le cose.
tutto mi è risultato di estremo “interesse”, lettura coinvolgente.
Quanti temi interessanti in questo post!
Sulla genitorialità dello scrittore nei confronti delle sue opere: è un paragone affascinante, anche se propendo più per quello che dice Luigi Malerba nel saggio “Che vergogna scrivere”:
“Ci si stupisce talvolta se un autore dimentica i propri libri o ne parla con sufficenza e distacco come se appartenessero ad altri. In realtà il distacco dai propri libri è salutare perchè evita il rischio di conformarsi alla propria opera (ogni libro è un modello), di diventarne il vicario e in qualche caso la vittima. Questo distacco è, prima d’altro, un espediente del mestiere, una necessità per sgombrare il terreno dove si vuole far sorgere una nuova impalcatura.”
Paolo
Grande entrata di Sergio. In bocca al lupo. Forte e incisivo come sempre, anzi, ancora di più.
Un abbraccio.
Grazie, Sergio, anche a me piacciono “i diari, i memoriali, gli epistolari, i taccuini… la vita che pulsa, lo specchio che riflette senza infingimenti”.
Un mio amico diceva che “prendere appunti… non è ostentare la verità, ma ricercarla costantemente – in altri termini, operare una ricerca ininterrotta… diventa la metafora dello scrivere per pensare, e non dello scrivere… con il solo fine della pubblicazione editoriale…” (Orazio Parisi, “Volto multiplo, Gepas, Avola).
E “affrontare questo rito di passaggio, o di congedo, leggendo la sua storia e scrivendo la mia”: mi pare che sia proprio il modo di “entrare” nella pagina.
Ciao Sergio
il quinto commento non poteva che essere il mio 🙂
[e poi Kafka ha 5 lettere]
sono felice di leggerti qui
un abbraccio
fem
ah, bè, Franz mi ha fatto lo sgambetto!!! Lo perdono solo perchè è lui 😉
baci
ehi, sono passato al decimo posto adesso? Ma il blog sta dando i numeri??
Conto fino a dieci e poi ripasso…
Prendo in prestito Henry Miller quando dice dei suoi- amici- in Tropico del cancro”Bruciano dentro”.
Credo che la scrittura richieda un prezzo molto alto.
Bel post
Anch’io sono sempre stato “attratto” dal tema del suicidio.
La folgorazione nacque leggendo Goethe, e da allora non mi ha più abbandonato. O diciamo che qualche volta l’abbandono io, eternamente multato per eccesso di amore per la vita.
Ma non si può essere poeti, o scrittori, o artisti, o meglio ancora VIVI, se non si respira il dolore.
bellissimo, Sergio, grazie di questa grande entrata, come dice Franz. Ogni tanto provo a leggere i diari di mia madre. Ma non ho abbastanza fazzoletti.
Un bel testo.
cavolo, Sergio, allora ho fatto bene a chiamarti.
basterebbe questo, fino alla fine dei secoli.
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Kaikki opettajat ja opiskelijat yliopistojen maa-Suomi ovat erityisen iloinen voidessani tervehtiä saapumisesta Sergio Garufi “La runoutta ja henkeä”, ja sen artikkelit rikas kulttuuri, ihmisyyden ja ajattelin.
Professori Uuno Madetoja Sallinen – Italia Department of Rovaniemi.
Sergio è un grandissimo. A tal punto che “sopporto” pure il suo ennesimo trasloco, qui a LPELS. 😉
Splendido questo post, davvero splendido. Spero che tra i tuoi libri ci siano anche i CARNETS di Joseph Joubert.
Bellissimo post.
Grazie, Sergio.
Giovanni
Bollate Boringhiere?
e a Monza (a parte la monaca) chi andrò a trovare?
effeffe
ps
destouché!!!
però
Louis Ferdinand Céline (doppio nome,doppio cognome…)
Bellissima pagina sulla quale mi sono fermata a lungo assaporando tutte le virgole in lungo e in largo. Credo che per voltare pagina occorra prima pulire bene e a fondo tutte le ferite che rimarranno solo in forma di cicatrici indelebili di un passato che ci apparterrà sempre, che si trasformerà in altro nel futuro. Il ricordo, la scrittura che saprà evocarlo, le sillabe come musica di sottofondo. Anch’io amo molto i diari,il primo che ho letto è quello di Anna Frank, avevo undici anni, amo gli epistolari, amo tutto ciò che la vita sa dare alle parole e tutto ciò che le parole sanno tradurre dalla vita.
Benvenuto Sergio,il mio nome però è dispari
jolanda
ma che bellezza divina “leggere” sergio garufi!
…e io saluto il tuo esordio con questi incredibili pensieri…
forse non vanno così lontano
come noi rimasti immaginiamo-
forse vengono più vicini, deposti
i loro abiti corporei
Può essere che vedano così chiaro
quanto brevemente dobbiamo temere-
che la loro conoscenza ci precorre
e già ci pensa là-
tanti baci carissimi
la funambola
Ma dov’è finito il mio commento?
Caro Sergio,se non spunta il commento,replicherò domani,sono stanchissima,ciao
Mi è piaciuto. Molto.
Piacevole sorpresa trovare il nome di Violeta Parra.
Molto bello questo scritto in progress.
Rimango incantata, per la sofferenza e al contempo il distacco che traspaiono da questo testo, e per l’intreccio vita-letteratura così chiaramente descritto.
Anche a me, vittima per anni di un rapporto “vivo” col mio diario, piacciono le letture vere, lo scavo nell’anima. Mi piace identificarmi con chi scrive e condividere pensieri ed esperienze privati. E’ un modo per capire, una volta di più, che non siamo soli al mondo.
Il suicidio è un gesto terribile, che sconvolge sempre, lascia domande senza risposte e sensi di colpa in chi resta. un abbraccio in più a chi ha vissuto da vicino un dramma del genere.
E’ il classico Sergio. Ha creato uno stile: l’appunto extravagante, tra identità, ricordi, letteratura, arte.
Si potrebbe andare avanti per intere cartelle: sempre arguto, raffinato, colto, brillante, sensibile. Ma a me, che l’ho molto sommariamente conosciuto, mi viene sempre da pensare: sempre così diverso da se stesso! Ma mi rendo conto che questa è un’impressione che non posso granché condividere (se non con chi lo conosca, e magari neppure con quelli – ed in fondo è più che probabile che io non lo conosca affatto).
Ciao, e grazie del pezzo bellissimo
ezio
è veramente uno scritto che entra e
apre infinite porte e veramente
non si può ignorare ciò che riesce a dare.
Lo scritto è bello e sono contenta che Sergio sia entrato a far parte di LPELS. Una piccolezza: per quanto riguarda la cosa delle scrittrici col doppio cognome, devo dire che avevo tirato un sospiro di sollievo vedendo che nella prima stesura del pezzo non ero citata. Ora che l’ho riguardato (l’ho letto in due volte), mi vedo aggiunta. Ahimè! Mi ritogli? Vedere associato, anche se con garbo, il mio nome in genere così poco considerato alla parola “tendenza” mi fa troppo male! Grazie Ga-Rufi! Ciao…
Parto dalle ultime, significative, quattro righe del post. Bello, perché confidenziale e sincero, sembra parlato.
Nella mia vita da subacculturato, ma dignitosamente condotta, sono riuscito a voltare pagina aprendo una capiente scatola regalo di una ditta di salumi, di circa trent’anni fa.
Spinto da quell’episodio, esorcizzai il mio passato scrivendo e pubblicando un libro, un po’ autobiografico, un po’ imbecille, un po’ giallo, un po’ patetico, un po’ riflessivo, un po’ comico, un po’ a sorpresa.
Mi permetto di estrapolare un brano sul contenuto di quella scatola regalo e di postarlo, scusandomi anticipatamente per la prolissità.
A proposito di riti di passaggio. E perché no, di congedo.
“Su fogli di diverse connotazione visiva e consistenza tattile, appartenenti a protocolli, quaderni e block-notes, veline ed extra-strong, carte intestate e ritagli di giornali, setacciai quattro lustri di scontri fra i miei genitori, scorrendo le parole miscelate dagli inchiostri delle penne bic, delle stilografiche, dei primi tratto-pen e di obsoleti caratteri tipografici, peculiari dell’impronta grafica della Lettera 36, di quella della Remington meccanica di mio padre e di chissà quali altre sessantottine macchine da scrivere.
Mi feci del male, leggendovi discrepanti e parossistici stati emozionali convogliati adulti in quegli inchiostri neri, blu, rossi di diverso spessore, di differente impressione. Feci scivolare lo sguardo sulle stesure protocollari di aride dissertazioni forensi e di insensibili sentenze giudiziarie, espresse in un involuto burocratichese dai caratteri assorbiti dal tempo. Talune, in originale, stilate su un bianco cartaceo ruvido, dalla tenuta trentennale, e composte da interlinee compatte. Altre, riprodotte in fotostatiche da una liscia patina giallastra e composte da interlinee distanziate, circondate sui bordi e sverginate all’interno da una giungla di firme illeggibili, date remote e freddi timbri scoloriti.
Qualche velina era bucata da punteggiature rabbiose, qualche riga subì la collera mai quietata di mille pieghe poi appianate perché utili alla causa, qualche foglio a quadretti sopportava le lacerazioni di pensieri troppo pesanti concepiti su superfici molli, qualche extra-strong possedeva tracce di stilo espanse in dischi di lacrime.
Emersero taglienti parole, che raccontavano storie di scontri fisici ed esplicitavano provocatorie dichiarazioni corrose dalla vicendevole ostilità, manifeste minacce reciproche e miserevoli attacchi gratuiti, incarichi a legali, parcelle di investigatori e patetiche spinte alla riconciliazione da parte di ipocriti parenti.
Citato centinaia di volte, non trovai neanche una riga indirizzata al sottoscritto. Eppure mi sembrò di ricordare che mio padre mi scrisse, qualcosa, talvolta.
Si sono cannoneggiati per anni da una parte all’altra delle barricate, mentre io stavo in mezzo ai contendenti, oggetto del contendere, più vicino a mia madre, nonpensante e illeso, perché schermato dal protettivo amore materno e risparmiato da un astratto affetto paterno.
[…]
Non mi venne in mente nessun termine per definire l’excursus di quel marcio rapporto coniugale […]
Sintetizzai pertanto in un volontario, tenace, velenoso e volgare odio. In ogni sua possibile sfumatura.
Sì, l’ho sempre saputo, dai parziali e ripetuti racconti di mia madre, ascoltati senza porre domande nel corso degli anni. Ma non avevo mai aperto l’involucro, né letto uno scritto. E non riuscii a spiegarmi quell’odio dalle radici massicce, cronologicamente affondate nell’Italia della ricostruzione e del boom economico.
Una, nessuna e centomila ragioni, parafrasando teatralmente un semidio.
Dopo aver toccato il fondo dello scatolone, ed aver impresso un’impronta caotica a quelle carte, un rancido avvilimento insediatosi nello stomaco uscì a chiedere aria, come un rigurgito di acido lisergico, per suggerirmi urlando di adoperarmi immediatamente in qualcosa che ripristinasse l’oblio.
Decisi presto di ascoltare quell’appello fisico, generato dai robusti processi di autodifesa attivatisi nelle vie neurali, di cui sono fiero proprietario.
Le testimonianze, dopo averle rese mie, le feci precipitare in cantina, sorvegliate dal vecchio slittino di legno della mia prima settimana bianca.
Con mia madre mi limitai, un po’ fuori luogo e molto fuori tempo, ad una battuta sarcastica su quello scatolone.
Lei non la raccolse, non lo chiese indietro, non mi domandò più nulla.”
Cordiali saluti a tutti
Molto molto bello, come sempre Garufi. Grazie.