
Di Luigi Malerba, scomparso un mese fa, mi rigiro un libretto – Che vergogna scrivere – comprato alla Fiera del Libro di Torino (al favoloso prezzo di € 4,65) in uno stand riservato ai libri di “seconda mano”, spesso intonsi, molti ancora confezionati nel cellophane, una vera miniera dove reperire tante chicche senza svenarsi.
E’ l’unico acquisto che ho fatto in Fiera, e ne sono felice, perchè quest’anno ho utilizzato il mio tempo per gli incontri e per conoscere alcune fantastiche persone, tra cui la nostra Gaja e l’olandoligure Marino Magliani.
Tornando al libretto di Malerba, si tratta di un saggio edito nel 1996 da Arnoldo Mondadori, un caleidoscopio di pensieri sullo scrivere in cui emerge tutta la verve corrosiva del grande autore del Gruppo ’63.
Il florilegio è d’obbligo.
1. (lo scrittore come fantasma)
La morte dello scrittore deve essere in cima a montagne di antichi desideri se già nel primo secolo d.C. il poeta latino Marziale scriveva in un epigramma famoso:”Non vale la pena di morire per piacerti”, rivolgendosi a uno di quei critici letterari di vocazione necrofila che ben conosciamo. Ancora oggi, dal punto di vista di chi si fa interprete della società borghese preoccupata di conservare la propria quiete, lo scrittore ideale è quello defunto. Lo scrittore defunto non disturba la società del conformismo, non discute, non dissente, non interviene. Finalmente tace. Da vivo può essere ingombrante, ma come defunto è degno di considerazione e rispetto. Qualche volta di ammirazione sconsiderata.
2. (lo scrittore postumo)
Possiamo con animo sereno dissentire dalle proposizioni radicali di Sartre quando decretò l’impossibilità di scrivere finché nel mondo qualcuno muore di fame. Forse una precisa coscienza della realtà che esplode intorno a noi, una opposizione alla ostinata rapina del mondo, può indurre lo scrittore a qualche scelta onorevole e distoglierlo quanto meno dal ruolo consolatorio delle futili intimità in cerca di facili consensi. Su quante dita di quante mani si possono contare oggi i romanzi perturbatori della quiete e quanta narrativa semina dubbi, propala inquietudini e stimola le coscienze?
E ancora, lo scrittore integrato (chi non lo è?) quale itinerario dovrà percorrere per rifarsi delle infinite frustrazioni cui lo condanna la sua mal tollerata presenza nella società? Finalmente, perchè non ricorrere in appello presso gli ignoti posteri? La pratica del testamento letterario, del diario postumo: ecco un invito alla verità, o alla vendetta, degli oppressi e dei pusillanimi.
Già emergono qua e là i segnali di questa attività diaristica. Ed ecco decenni condizionati dal mercantilismo e appiattiti dal disagio consenziente degli scrittori, recuperati per mezzo di una letteratura postuma da sovrapporre a quella consacrata dai premi e dalle tirature, registrata trionfalmente nelle cronistorie quotidiane, nei cataloghi degli editori, nei compendi benevoli, nelle antologie lottizzate.
Quante sorprese post mortem. Per restare sui grandi, Bertolt Brecht non era un vile, ma certe dure note su Thomas Mann e su Adorno sono emerse soltanto dalle pagine postume del suo Diario di lavoro. E anche Joyce e Umberto Saba ci hanno riservato qualche sorpresa postuma. Anche Pavese a suo tempo ha speso alcune verità aggiunte, con qualche rischio politico in prima persona, nel suo Mestiere di vivere. La citazione di Pavese non è un invito al suicidio rivolto allo scrittore come espiazione delle sue colpe vere o presunte. Ci si solleva da terra aiutandosi con la terra, come suggerisce la saggezza cinese, e ci si solleva dalla letteratura con la letteratura.
3. (il comico e il tragico)
Il nulla è un argomento stupendo per uno scrittore perché sul nulla si può dire tutto. Il nulla può essere angoscioso, veicolo di inquietudini, perfino avventuroso, perfino comico, ma in ogni caso è fondamentalmente drammatico (vedi Beckett, vedi Borges, vedi Buster Keaton). Con un piccolo scarto rispetto alla norma si sa che ogni dramma può tramutarsi in farsa, non soltanto lungo i percorsi della Storia ma anche nell’orizzonte della sincronia. Ci si può innamorare di una donna che non esiste o inseguire all’impazzata pietre che rotolano lungo un dirupo, ridendo e insieme piangendo per la disperazione. Sono convinto che le strutture del tragico e le strutture del comico sono identiche, con la sola differenza che il comico scaturisce inevitabilmente da una forte accelerazione impressa a queste strutture.
Una tragedia raccontata in quattro battute diventa una barzelletta, un film drammatico proiettato a ritmi accelerati diventa una comica. La elasticità del comico ci consente molte libertà mentali. Si può ridere del nulla esattamente come si può ridere del tutto. Se è vero che ci stiamo vertiginosamente avvicinando a quel baratro intravisto e annunciato da qualche scienziato malinconico e da qualche filosofo iettatore, forse è il momento del comico esistenziale, ma preferirei spostare l’obiettivo e chiamarlo comico cosmico. Lo raccomando vivamente perché è un antidoto a tutto.
4. (il canto degli uccelli)
A che cosa serve la letteratura?
Scrittori e poeti hanno tentato di rispondere alla domanda. Ezra Pound per esempio ha dato una risposta che sfiora l’utopia. “La funzione della letteratura” ha scritto “è esattamente questa: incita l’umanità, nonostante tutto, a vivere.” Ma di quale umanità parla il poeta? Dei lettori, ovviamente. Ma il Werther di Goethe? Ci sono libri che incitano i lettori non a vivere ma a morire. Direi addirittura che lo stesso Ezra Pound rischia di smentire se stesso perchè si potrebbe inserire con qualche verosimiglianza tra gli autori della negatività le cui opere non hanno certo un effetto corroborante e che difficilmente si potrebbero proporre come incitamento a vivere.
“Tutta l’arte è totalmente inutile” ha affermato con perfidia Oscar Wilde e ancora in anni più cibernetici si è cercato di dimostrare che la letteratura non serve a niente. Proprio nella suprema inutilità si è preteso di trovar la ragion d’essere della finzione letteraria. Inutile come il canto degli uccelli, si è detto. Ma gli etologi ci hanno spiegato che gli uccelli cantano per delimitare il loro territorio o per diffondere i richiami amorosi indispensabili alla riproduzione della specie. Ma se perfino il canto degli uccelli ha uno scopo, come può essere totalmente inutile una presenza come quella della finzione letteraria che ha accompagnato l’uomo lungo tutto il percorso accidentato della civiltà?
5. (progresso e sviluppo)
L’idea di progresso ha portato con sé molti equivoci. Anzitutto si è confusa l’idea del progresso con quella di sviluppo, così come si è confusa la scienza con la tecnologia.
La decadenza degli studi umanistici a vantaggio della pratica tecnologica non può non preoccupare ogni persona di buon senso. Ciò di cui abbiamo un bisogno disperato e urgente è un tipo di cultura, e perciò di educazione, che ci permetta di usare saggiamente gli strumenti di cui già disponiamo e di superare indenni l’invadenza tecnologica.
Ai posti di comando arrivano troppo spesso uomini privi di quelle vigili prospettive che soltanto la cultura umanistica può dare. Per far fronte all’insipienza irresponsabile, alla volgarità e all’arroganza del “pensare corto”, per opporre resistenza alle decisioni miopi e avventate che dobbiamo subire quotidianamente e ridare forza a una idea prospettica di civiltà, io credo ci sarà di grande aiuto proprio la letteratura, ancora alla ricerca di un riscatto dalle sue colpe immaginarie.

Raija Sarajlic era la sorella del grandissimo Izet
Izet Sarajli? nato a Doboj nel 1930, è scomparso a Sarajevo il 2 maggio del 2002. Laureato in lettere alla facoltà di filosofia di Sarajevo, inizia a scrivere nel primo dopoguerra. Nel 1954, fonda il “Gruppo 54” che dà inizio alle nuove correnti di poesia moderna in Bosnia-Erzegovina. Tra il 1962 e il 1972 si occupa del festival “Giornate poetiche di Sarajevo”. È autore di una trentina di raccolte poetiche. È considerato uno dei principali poeti dell’est-europeo. Grande conoscitore e traduttore della poesia russa, Sarajlic è stato tradotto in numerose lingue da autori come Brodskij, Evtushenko, Hans Magnus Enzensberger, Roberto Retamar. . È inoltre divenuto il testimone/poeta della grande tragedia della Bosnia. Poeta membro del “Circolo 99” di Sarajevo, ha lottato per il mantenimento di quella cultura laica della pluralità e della convivenza, che è l’eredità storica della Bosnia-Erzegovina
da una corrispondenza su malerba e altro
“Non so se ti ho raccontato che mia sorella, che ha tradutto decine di autori italiani, tra cui Verga, Pratolini, Rodari, Elio Bartolini, Carlo Cassola ed Elsa Morante, è morta traducendo la pagina 270 del PIANETA AZZURRO di Malerba. Quando il dottore che aitava vicino, arrivò, dopo aver attraversato i cortili e le cantine, sfuggendo alle granate, per contrastare la sua morte, afferrai il suo manoscritto a cui mancava soltanto una trentina di pagine da essere tradotte e lo buttai in un cassonetto. In quel momento mi sembrava ovvio che se il traduttore moriva nemmeno l’autore aveva diritto di vivere. Non almeno a Sarajevo!”
E’ morta durante i mille giorni di solitudine di Sarajevo. Aveva quasi finito di tradurre un libro di uno scrittore italiano che prima della guerra le telefonava sempre per informarsi della salute e del lavoro. Durante la guerra non ha chiamato mai, nè scritto, neanche una cartolina. . ”
buona sera