La sindrome del Kapò

La levatura intellettuale di alcuni uomini del governo italiano è nota, in Italia e all’estero: barzellette becere, battutacce, gaffes, in un tripudio hard-core di sentimenti bassi, volgarità e maleducazione. Ci si è messo anche il ministro del Lavoro, colui che deve gestire e promuovere le manovre-serial killer (definizione di Famiglia Cristiana), testi che cambiano in continuazione, tasse che vanno e vengono, prelievi misteriosi che risultano eliminati, poi riammessi in versione light, poi di nuovo cancellati e così via. Maurizio Sacconi ha raccontato, gesticolando come un pupo siciliano, una roba vomitevole sullo stupro di suore, in presenza del segretario della CISL Bonanni, che non ha battuto ciglio. Si sono levate proteste indignate, perché nessuna persona di normale cultura e sensibilità si permetterebbe di fare battutacce sullo stupro, o sulla shoah. A parte gli esponenti del governo italiano, ovviamente.
Uno dei bollettini propagandistici filogovernativi, il Giornale, prontamente replica. Il senso è quello classico dei tipi “tosti” con poche smancerie, vale a dire: “uffa, ‘ste donne moraliste, ke palle!” e per redigere l’articolo hanno pensato di incaricare, per l’appunto, una donna: Valeria Braghieri se la prende con le “donne senza ironia”: “ci facciamo cogliere sull’orlo di una crisi di nervi per un’uscita infelice?” scrive. Secondo lei la barzelletta era solo un po’ brutta, una freddura, ma anche se diceva testualmente che “le suorine” venivano “violentate”, non parlava di stupro.

Ora, mi è venuto subito in mento un termine, peraltro già usato in passato dal primatista mondiale delle barzellette all’italiana contro un parlamentare tedesco: kapò. Nei lager nazisti alcuni prigionieri passavano dalla parte degli aguzzini, diventandolo a loro volta, per avere privilegi, cibo, ambiente riscaldato ecc. Proprio stamattina all’ora di colazione guardavo su RAI movie un film in bianco e nero su un lager femminile, col le terribili kapò che prendevano a manganellate le altre recluse (Kapò, di Gillo Pontecorvo).

Ci si chiede se questa non sia un tendenza genetica che coinvolge da sempre alcuni esponenti della nostra specie (quanti, non possiamo stabilirlo): da oppressi si passa dalla parte degli oppressori, senza pietà, per interesse. Così l’indignazione su una porcheria come lo stupro di suore diventa triste mancanza di humor, perché “togliersi l’umorismo è peggio di togliersi i tacchi. Perché dobbiamo scorticarci da sole metterci all’angolo come se fossimo perennemente braccate, sembrare tristi quando siamo tutt’altro?” (mb)

2 pensieri su “La sindrome del Kapò

  1. giusi

    Ma no, inutile sprecare energie con i guardiani della rivoluzione.
    E’ invece degna di interesse la parabola politica di Sacconi, prima tanto PSI, tanto DeMichelis, poi tanta Forza Italia e tanto Berlusconi e poi tanto cattopdl, tanto anti-Englaro, tanto indirizzo all’accanimento “terapeutico”, e poi firmare con Formigoni documenti indirizzati alle gerarchie ecclesiastiche per sospendere il guidizio morale sul Capo, e in mezzo anche tanta campagna pro-vaccini febre suina, guarda te il caso, e infine scivolare su ‘sta buccia di banana delle “suorine”. Un involontario ritorno alle origini? Socialismo all’italiana, pulirsi il culo con la mano, porgerla al Vaticano e ripulirla sul velo delle suorine. Chapeau.

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  2. mbaldrati

    Giusi, sì, è giusto illustrare le parabole pirotecniche dei ras della cricca, però a mia volta ribatto che è un déjà vu macabro. Anche sui boss della mafia, per esempio, puoi scrivere elenchi di atti criminali, ma uno si chiede: perché continuano a comandare? Uno degli elementi chiave è senz’altro la demagogia, dopo che hanno preso il controllo delle televisioni, di vari giornali. A me interessa indagare questo aspetto, e per forza siamo costretti a occuparci dei loro cani da guardia.

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