E FRANZ KRAUSPENHAAR POSE LA QUESTIONE GENERAZIONALE

di: Guido Tedoldi

Recensione a «Era mio padre», romanzo di Franz Krauspenhaar, Fazi Editore, 2008, pp. 281, € 16,50.

Di questo romanzo si sta parlando molto nel web in questo periodo. Lo ha fatto anche qui in Lpels, appena lo scorso 6 luglio, Giovanni Nuscis. Sui mass media tradizionali, invece, quasi non sono state pubblicate recensioni. Quasi niente sui quotidiani, niente del tutto nelle trasmissioni tv.
Il motivo potrebbe essere banale: la scarsa potenza dell’ufficio stampa di Fazi e la blogosfera letteraria italiana che si raggruma intorno a una delle sue voci più rilevanti.
Ma a me pare ci sia dell’altro, ed è il motivo per cui ne parlo ancora qui – in Lpels, in rete. «Era mio padre» porta per la prima volta all’attenzione generale la questione generazionale dei quarantenni. Coloro che sono nati negli anni ’60 (Krauspenhaar è del 1960) e che quindi erano troppo giovani per «fare il ’68» e hanno pagato questa circostanza anagrafica con una durezza mai vista. Al sistema era scivolata di mano una generazione di giovani, e non voleva rischiare che anche la successiva crescesse con chissà quali grilli per la testa; il metodo usato è stato brutale, e di tappa in tappa è sfociato nella flessibilizzazione delle carriere lavorative, ovvero nel precariato di massa.

Le generazioni precedenti hanno avuto un posto, perlopiù fisso e sicuro (e più qualificato di quello dei propri genitori) quando si sono affacciate nel mondo del lavoro. I quarantenni, quando è venuto il loro tempo, non hanno trovato niente. Sono stati i primi a trovare gli stage e i contratti atipici. Sono stati i primi a sentirsi accusare di essere bamboccioni da genitori che «io alla tua età avevo già 3 figli e avevo già pagato metà del mutuo».
Adesso è un dato assodato che un ultratrentenne può non avere la minima idea di quello che farà da grande, e il senso comune si è assuefatto all’idea che a quell’età si è ancora ragazzi e non adulti. Ma quando ad avere 30 anni sono stati i nati nei ’60, la categoria mentale che si usava nei loro confronti era il disprezzo: l’accusa velata di non essere capaci, di essere una generazione muta ovvero senza l’intelligenza per avere qualcosa da dire.

Ma dice davvero questo, Krauspenhaar, nel suo libro? Ma non era mica un ricordo di suo padre, come si intuisce anche dal titolo e dalla foto di copertina?

Sì, «Era mio padre» è un ricordo appassionato di Karlo Krauspenhaar.
Ma leggete qua, alla pagina 50: «Ecco, ora so a chi assomiglio. Lui aveva i capelli neri, io li ho bianchi. Ma per il resto siamo simili, stessa altezza, stessa corporatura. Lui più massiccio, ma non più di tanto rispetto a me. Il ventre teso, la camminata felpata. Lui però portava per le strade del mondo la sua pancia dura come un sasso con disinvoltura, era una specie di segno di distinzione di chi ce l’aveva fatta, di chi aveva superato la fame, gli stenti, la guerra e il suo degno, disperato dopoguerra. La mia pancia è invece il segno tangibile di un uomo che semplicemente si è lasciato andare a rotoli di grasso. Che dopo una storia d’amore finita male s’è buttato a letto e ha dormito, tentando senza successo di dimenticare. E ha mangiato di più, affogando nel cibo il suo dispiacere e la sua nostalgia. E ora si è rialzato dallo sfatto giaciglio e si è accorto di assomigliare a un altro che in fondo non è un vero altro, di assomigliare a lui, il padre».
È un assaggio dello stile retorico usato da Krauspenhaar figlio, quel suo dentro-fuori-dentro-fuori l’epoca del padre, e la sua di scrittore, e tutte le altre epoche di cui sono ambientati gli episodi del libro (che narra pezzi della storia dei Krauspenhaar dall’impero Austro-ungarico al Reich tedesco alla Repubblica italiana).

Il mondo in cui vive Krauspenhaar figlio è quello di coloro che non vanno a letto mai, e quindi dormono la mattina, si svegliano mezzi rincoglioniti al pomeriggio e di notte, santiddio, vivono. È il mondo dei posti di lavoro terrificanti, dove il più bello è quello in cui il mobbing è soltanto leggero invece di essere normalmente umiliante. È il mondo senza dignità in cui nessuno mantiene le promesse fatte, in cui la parola data vale meno della carta igienica, in cui la furbizia vale più di ogni altra cosa.
La generazione dei ’60 è quella degli ultimi ad aver visto dal vero la tv in bianco e nero, quella dei più giovani ad aver fatto il tifo per Neil Armstrong quando fece il suo «piccolo passo per un uomo, ma grande passo per l’umanità» posando il piede sulla luna. La prima che ha usato i computer in modo massiccio, anche senza tirarsela come fanno adesso i nativi digitali.
La generazione dei ’60 è quella che ogni centimetro se l’è dovuto disputare. È quella che per trovare il coraggio di sé ha dovuto ricorrere a risorse dell’umano mai prima sperimentate.

Sentite qua come lo dice Krauspenhaar, alle pagine 177-178: «La mamma dice che sono un pazzo, ma io pretendo di scrivere. È un lusso per gente ricca e annoiata, lo so. Gli scrittori spesso hanno una protezione finanziaria, un ombrello di sicurezza. Mi ha rovinato Henry Miller, i suoi “Tropici”, la sua figura di scrittore quarantenne senza un soldo che non vuole più stare “alla stanga”, come aveva tradotto mirabilmente Luciano Bianciardi nel “Tropico del Cancro”. Miller mi ha fatto diventare uno scrittore. Solo con lui mi sono sentito, a così grande distanza di anni, di generazioni, di esperienze e di lingua, fratello. Della stessa cordata di piccoli eroi della libertà di espressione. Pieno d’amore per le cose, pieno d’un pessimismo cosmico ridondante.
(…)
Mi ha rovinato Henry Miller. Solo lui mi ha dato il coraggio di fare sul serio. Per lasciare completamente, di pieno petto, gli insegnamenti paterni che erano sopravvissuti strenuamente alla morte dello stesso papà: Henry ha battuto Karlo, è stato in grado di farlo con la forza persuasiva delle sua pagine più sfolgoranti. Posso dire anch’io che i libri, certi libri, sono necessari, e che possono cambiare una vita quando questa stessa vita è già iniziata da un pezzo».

Con tutto questo alle spalle sarebbe comprensibile che i nati nei ’60 fossero incazzati come belve, perdipiù scottate di un odio mortale contro tutto e tutti i componenti del sistema.
Ma mica è così.
Krauspenhaar lo sa. Nel dar voce alla sua generazione (per primo e con tanta forza, ma è facile prevedere che sarà seguito da altri) scopre il motivo per cui le cose dei quarantenni non sono le banalità che si dicono in giro.
Ascoltate qua, alla pagina 198: «“Tu cinguetti”, le diceva a volte, che lei parlava spesso ed eccitata soprattutto a Palmi, con le sorelle e i fratelli, 6, 4 femmine e 2 maschi. E quando nuotava in quel mare meraviglioso nuotava dentro la pelle chiara della mamma. È così, ci si innamora anche del luogo del nostro amore, ci si innamora della musica che ascolta, dei libri che legge, delle strade che sono toccate dal suo passaggio, dal passaggio del nostro amore. Così, posso dire che dopo tante durezze e sfortune, e anche in mezzo a queste, papà aveva un amore, uno di quelli veri, che non è vero che non esistono, e l’aveva sposato; e io sono qui, un figlio dell’amore, e forse è anche per questo che resisto nonostante tutto alle tenebre, che sfavillano cerchi neri dentro e fuori di me».

Poi magari i quarantenni non sono tutti così. Come sempre succede, se si spara nel mucchio il pirla lo si becca sempre, e il criminale, a volte perfino il genio.
Ma fateli parlare. Finora è stata una generazione muta.

7 pensieri su “E FRANZ KRAUSPENHAAR POSE LA QUESTIONE GENERAZIONALE

  1. metrovampe

    Nulla si può rimproverare, e ancora meno ha da rimproverarsi, una generazione che ha trovato, con ogni mezzo e come sennò?, il coraggio di sè. Assai bella sorpresa inoltre vedere come alle radici del nostro vi sia ancora a dibattersi l’esempio mirabile di Henry Miller. Un in bocca al lupo ad FK.

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  2. lambertibocconi

    Gianni, mi fai vacillare una colonna. Credevo che F.K. fosse del ’61 come me, e questo mi dava una certa energia…
    Scherzi a parte, ciò che tu dici è molto interessante. Per quanto mi riguarda, io ho fatto una specie di promessa interiore all’autenticità, la mantengo e sono pertanto rimasta una ragazza degli anni ’60. E mi dispiace anche – ma è vero – che mi sento di dare la birra in quanto a TUTTO alla maggior parte dei giovincelli. (Chi ha voglia di venirmi di persona a smentire, il mio indirizzo lo trova. E ho detto “di persona”!).

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  3. ezio

    Confesso di non aver pensato al libro di FK come un libro generazionale, anche se, da perfetto coevo (anche io del 60, anche io di novembre, anche io del 12) ho sentito particolarmente vicino certe atmosfere.
    Un libro generazionale è quel libro che tematizza caratteristiche comuni, positive e/o negative, ed è scritto da qualcuno che sente come un problema da condividere la propria esperienza nel proprio tempo.
    Ecco a me pare che la generazione dei quasi cinquantenni (siamo onesti!) non abbia riflettuto molto, o per nulla, sulla propria appartenenza generazionale (come ha fatto invece quella prcedente), Cioè: non è che non le sia stata data l’opportunità di farlo, è che la storia forse ha deciso per loro.
    Fra gli scrittori è del 60 Giulio Mozzi, Montanari è del 59, Baricco del 58, Covacich del 65, Biondillo del 66. Per uscire (solo parzialmente) dalla letteratura così a mente so che Domenico Procacci (che è molto più di un semplice produttore cinematografico) è pure lui del 60, Castelvecchi (altro editore/autore – non nel senso di scrittore ma di chi decide una linea culturale) del 62. Non mi pare che questa parentela anagrafica abbia dato luogo a riconoscimenti culturali (riconoscimenti nel senso letterale). Ognuno per la sua strada, con la sua voce, ma senza riflessioni condivise. Ma soprattutto senza coercizioni.
    Ezio

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  4. Marco Saya

    “Ognuno per la sua strada, con la sua voce, ma senza riflessioni condivise.”

    Condivido appieno questa riflessione, pensiamo poi alla generazione degli anni 90′ cresciuta con la solitudine delle playstation, non oso immaginare le future. nel 68′ avevo 15 anni, le riflessioni erano condivise e pure le botte. 😉

    Marco

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  5. enrico de lea

    sto leggendo il libro di Franz (ahimè lentamente, come tutte le mie letture): non so se ci sia alcunché di “generazionale” (forse sì, a fine lettura ci rifletterò) – dall’inizio mi sembra soprattutto un percussivo disperante poema/preghiera d’amore – sì soprattutto un’opera di poesia, un “gettare il corpo” nella “poesia” della prosa

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  6. franz krauspenhaar

    Grazie a Guido per l’interessante spunto, grazie a tutti.

    In effetti la questione generazionale, nello scrivere il libro, non m’era venuta in mente. Però sì, a pensarci – dopo, grazie a Guido- questa cosa io penso ci sia. E’ venuta fuori da sola, per così dire; come con altri elementi.

    E’ certo che noi baby boomers più giovani siamo stati come schiacciati dai nostri fratelli maggiori sessantottini, dai nostri padri, e ora, ancora, cerchiamo l’identità delle nostre mete. Il pezzo di Guido mi ha fatto riflettere, insomma.

    E m’ha fatto riflettere il commento di Anna: ma come, se te l’ho detto più volte che sono del ’60! Ma della fine!:-) (E non sei contenta che sono più vecchio di te??)

    Abbracci a tutti,
    Franz

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