Dal momento che molte persone mi hanno chiesto di leggerlo e che il volume su cui è apparso è ormai introvabile, pubblico il breve saggio Malati di intelligenza, che scrissi diversi anni fa e che uscì nella raccolta Duras mon amour 3 a cura di Edda Melon ed Ermanno Pea (Lindau, 2003).
Indaga in modo del tutto embrionale il tema dell’intelligenza, trasversale a tutta l’opera di Marguerite Duras.
«Qual è questo male, il mio?», chiede Jean-Marc de H. ad Anne-Marie Stretter, e lei gli risponde: «L’intelligenza»[1]. «Non ero abbastanza intelligente per l’intelligenza che avevo»[2], dichiara Claire Lannes. Mentre i genitori di Ernesto, il bambino filosofo, osservano: «[…] l’intelligenza è tanto lontana da noi ed ecco che l’abbiamo partorita»[3].
Il tema dell’intelligenza è trasversale a tutta l’opera durassiana, riappare frequentemente in testi diversi e implica molti dei suoi personaggi, che questo sintomo, l’intelligenza, rende in qualche modo simili. Esso infatti si manifesta con segnali comuni e induce a comportamenti analoghi. Gli individui toccati dall’intelligenza sembrano al contempo toccati dalla follia. Folle è Ernesto, l’«immenso» dodicenne de La pluie d’été, folle è il viceconsole, protagonista del romanzo Le vice-consul e del film India Song, e folle ancora è Claire Lannes, ne L’amante anglaise.
Sarà attraverso l’analisi di questi tre personaggi che prenderemo in esame il tema dell’intelligenza. Ci domanderemo che cosa sia l’intelligenza nelle opere di Duras, quali conseguenze generi in coloro che la possiedono e cosa essi «ne facciano». Cercheremo di comprendere a quale tipo di intelligenza Duras faccia riferimento, partendo dai significati diffusi del termine, e se eventualmente l’intelligenza che riguarda i suoi personaggi si distacchi da ogni accezione comunemente condivisa.
Nel senso comune l’intelligenza è: capacità di attribuire un conveniente significato pratico o concettuale ai vari momenti dell’esperienza e della contingenza; capacità più o meno sviluppata di processi di associazione, astrazione e coordinazione; sostanza spirituale dotata di facoltà intellettive e operative più o meno ampie (quando si dice, ad esempio, l’intelligenza divina, intendendo: Dio).
Pensiamo ai personaggi durassiani. Per loro l’intelligenza esiste in due modi diversi. In un caso, è qualcosa che capita loro, che quasi cade loro addosso – come un’ingiunzione, una condanna – allo stesso modo dell’amore o della follia. Duras scrive infatti: «[…] quella sorta d’intelligenza che abitava Jeanne e Ernesto»[4]. Non parla, dunque, dell’intelligenza di Jeanne o di Ernesto, parla dell’intelligenza che li abita, che vive e prende forma in loro. L’intelligenza, in questo caso, rappresenta anche la natura stessa del loro rapporto: una «regione silenziosa»[5], inaccessibile a chiunque, persino alla loro madre, nonostante proprio lei abbia generato i due fanciulli (e quindi la loro stessa intelligenza). Seguendo questa accezione, l’intelligenza prende luogo nelle persone: non sono esse a usarla, ne sono invece soggiogate, è una zona in cui accidentalmente si trovano e dove prendono vita determinate situazioni e rapporti, come quelli amorosi[6].
Nell’altro caso, l’intelligenza è invece una proprietà, sia delle persone (intelligente è, per esempio, la madre di Ernesto, «la più intelligente del mondo»[7]), sia delle cose (persino del mondo stesso, del quale Ernesto e la madre discutono in uno dei loro dialoghi strampalati)[8].
La madre, che pela patate tutto il giorno e a volte ha l’impressione di catturare il significato della frase geniale di Ernesto, «a scuola m’insegnano cose che non so»[9], mentre a volte le sfugge, possiede una forma latente di intelligenza. È come una proprietà non ancora esplicitata, una potenza non ancora divenuta atto, perché «non doveva ancora esser servita, per niente, mai né nel bene né nel male»[10]. L’intelligenza diventa atto dunque nel momento in cui serve a qualcosa: a cosa, nello specifico?
Ernesto e il fuori
Proviamo a pensare a Ernesto. La sua intelligenza gli consente di imparare le più svariate discipline, senza mai frequentare le scuole, ma soltanto ascoltando i discorsi degli studenti prima di entrare in classe. Ernesto è un genio che in poco tempo riesce ad assorbire l’intero sapere umano, un bambino che sta per toccare i limiti della conoscenza e arrivare, così, alle verità ultime. L’intelligenza gli ha permesso di leggere il libro bruciato sui re d’Israele senza essere mai stato alfabetizzato, e di averne colto il messaggio remoto di cui è portatore. Ernesto capisce. Ernesto è talmente intelligente da cogliere il senso estremo dell’esistenza: la sua inutilità. È questa intuizione che lo rende folle: «L’albero, dopo il libro bruciato, era forse ciò che aveva cominciato a renderlo pazzo»[11].
L’intelligenza si è trasformata in atto, gli ha consentito di cogliere la vanità di tutte le cose, che rende superfluo, e persino insensato, andare a scuola, conoscere, capire ciò che non si sa, dal momento che, al limite della conoscenza, non si trova più nulla, non si trascende nulla, rimane: «solo la deduzione matematica… meccanica…»[12] o «l’inesplicabile»[13], che Ernesto associa alla musica, quando esplode improvvisa.
La conoscenza non può aiutare l’uomo. L’eterno inseguimento del vento – metafora della sapienza[14] – non approda ad alcun miglioramento, anzi genera la consapevolezza della disintelligenza del mondo stesso, della sua imperfezione, del suo «non valere la pena».
La lucida consapevolezza dell’abbandono generale cui gli esseri umani sono destinati – al pari dei brothers e delle sisters dimenticati e solo a sprazzi ricordati dai genitori di Vitry – innesca la paura. Questo sentimento attanaglia non solo Ernesto, colui che ha superato i limiti dello scibile, ma riguarda anche coloro che non sanno, come la madre: «Mia madre, vede, che non ha alcuna specie di conoscenza acquisita, niente, prova tuttavia questa stessa paura»[15], o come i bambini, capaci di capire senza capire, dotati della stessa forma latente di intelligenza materna, che hanno paura di Dio, della propria madre, del vento e di ciò che urla (in un certo senso, è come se avessero paura di sapere, di prendere anche loro definitivamente coscienza della realtà).
Persino Ernesto sperimenta questa latenza: «Ho capito qualcosa che non riesco ancora a dire»[16]. La comprensione non va di pari passo col linguaggio[17]. Si può capire senza sapere e sapere senza saperlo dire, si può essere attraversati dall’intelligenza ma non essere nello stesso modo intelligenti, come accade a Claire Lannes[18].
Insomma, che intelligenza è quella di Ernesto? Più che la sua capacità di attribuire significato agli eventi dell’esperienza, è sicuramente acutissima capacità di astrazione. Soprattutto è, come egli stesso afferma, «folgorazione». Ernesto apprende per folgorazioni[19], è in questo modo che accede al nodo dell’universo e concepisce l’inutilità della conoscenza, incapace di compiersi definitivamente a causa del «pensiero mancato»[20] di Dio. I brothers e le sisters – che accettano la negligenza dei genitori, ma vivono costantemente nella paura di perderli per sempre – sono la metafora dell’essere umano gettato nell’universo e impossibilitato a trovarne il senso, a uscirne, a «ritrovare il fuori»[21], deprivato di qualsiasi illuminazione, eccetto che dell’essenziale intuizione che: «non vale la pena di soffrire»[22].
Il «fuori» che Ernesto non riesce a ritrovare assomiglia al «varco» montaliano, ossia l’apertura che svela il senso dell’esistenza e spezza, così, l’ineluttabile e tuttavia insignificante necessità dell’esistere. Come per Ernesto, anche per Montale la vita è vana, perché gli uomini vivono senza conoscerne il senso. Tuttavia il poeta si sente talvolta vicino al quid rivelatore e liberatore, all’uscita dal «rovente muro d’orto»[23]: il varco, l’apertura verso il «fuori» che Ernesto cerca. Proprio come il pensiero mancato di Dio impedisce a Ernesto di afferrare la conoscenza per intero, anche Montale ne resta sempre escluso. La domanda: «il varco è qui?»[24], che il poeta pone nell’ultima strofa de La casa dei Doganieri, non riceve infatti alcuna risposta e alla fine il suo dubbio sul senso del vivere e del morire rimane irrisolto.
Ernesto è onnisciente, immenso, un gigante. Ernesto è, se possiamo dirlo, divino. Egli sa tutto, ha persino avuto davanti a sé «la creazione dell’universo»[25] e ha visto «tutti morti da mille anni»[26]. In un certo senso è eterno, la sua intelligenza ha superato insuperabili confini temporali e conoscitivi: è estremo come Dio.
L’intelligenza è per lui un male, perché lo fa sprofondare in una paura in continuo aumento, che «fa impazzire»[27], sebbene non lo induca, come nel caso del viceconsole e di Claire Lannes, a compiere azioni criminali. Anzi, Ernesto e Jeanne insieme fanno le veci dei propri genitori, prendendosi cura dei brothers e delle sisters e del padre e della madre stessi. In un certo senso, sono loro due la vera coppia genitoriale: legati da un reciproca dipendenza, sono gli unici ad amarsi fisicamente e a sostituire, con questo desiderio estremo, la voglia di morire insieme.
Jeanne ama il fratello dello stesso spaventoso amore che nutre per il fuoco: un amore folle, intelligente, attratto dalla morte, perduto, estremo, ignoto a chiunque, persino alla madre. Jeanne è dotata della stessa intelligenza di Ernesto. Dichiara di essere uguale a lui, e lui la paragona alla madre. Quest’identità è interessante: i due ragazzi sono «uguali» anche perché provengono dalla stessa origine, che è la madre[28]. Sebbene la madre, dunque, creda di non poter accedere all’intelligenza-felicità in cui i due figli vivono, in realtà ne è lei stessa il movente, è lei il Dio che abbandona, lei che fa anelare la morte, che fa salire la paura, è lei la fonte dell’intelligenza[29].
La gente intorno a Ernesto si rende conto della sua follia, ma non sa comprenderla: «Ma pazzo come, pensavano che non l’avrebbero saputo mai»[30]. È proprio questa pazzia ad accomunarlo al viceconsole, del quale i vari rappresentanti del mondo diplomatico di Calcutta riconoscono l’atroce diversità, di cui tutti parlano, a cui tutti si interessano: «quell’uomo costringe a pensare a lui…»[31].
Il viceconsole e la speranza
Anche l’intelligenza del viceconsole coincide con la follia, ma, a differenza di Ernesto e analogamente a quanto accade a Claire Lannes, essa lo spinge a compiere un gesto criminale: sparare di notte sui lebbrosi dei giardini di Shalimar, a Lahore.
Tutti i personaggi che ruotano attorno all’ambasciata francese si interrogano sulla sua condotta, ma nessuno è in grado di trovare delle risposte né di decifrare il suo male, tranne la moglie dell’ambasciatore di Francia: Anne-Marie Stretter. Quando la invita a danzare, confessandole: «Non sapevo che lei esistesse. […] Calcutta è diventata per me una forma della speranza»[32], egli le chiede quale sia il male da cui è affetto. Anne-Marie Stretter risponde che è, appunto: l’intelligenza. Lui domanda, allora, con una «risata terribile»: «Di lei? »[33]. Questa domanda sembra ricondurre il male del viceconsole al fatto che Anne-Marie Stretter sia per lui intelligibile. Egli ne ha intelligenza, ossia la comprende appieno, ha intuito quello che lei è: proprio come Jeanne è uguale a Ernesto, l’ambasciatrice è uguale a lui. E infatti glielo dirà: «Non abbiamo nulla da dirci. Noi siamo uguali»[34].
Anne-Marie Stretter è al contempo opposta e identica al viceconsole di Lahore. Lei è «la donna migliore di Calcutta»[35], generosa fino a donarsi in una «cristiana»[36] prostituzione, e a offrire giornalmente acqua e cibo avanzato a lebbrosi e mendicanti. Lui, irrigidito in una «spaventosa astinenza»[37] sessuale, caduto in disgrazia a Calcutta, è in attesa di una nuova destinazione. Eppure sono simili, non tanto perché l’immagine di entrambi evoca la morte, quanto perché affetti dallo stesso male. Entrambi assumono su di sé il dolore dell’India, metafora della desolazione universale, della noia, dell’indifferenza totale alla vita. Il viceconsole e Anne-Marie Stretter realizzano questo dolore: ne hanno, cioè, intelligenza. Quindi, nonostante reagisca diversamente allo stesso male, lei è simile a lui, incapace di liberarsi di quella «lebbra del cuore»[38] da cui è affetta. Lui le dice: «Lei è in me.[…] E sparerà con me sui lebbrosi di Shalimar»[39].
La malattia del viceconsole è la sua estrema lucidità. La lucidità totale – svincolata da ogni regola o convenzione sociale, morale, culturale – diventa pazzia, capace di concepire l’orrore più spaventoso, come quello di uccidere e farsi uccidere. Non possiamo fare a meno di ricordare il Kurtz di Apocalypse now (1979) di Francis Ford Coppola (ispirato al Kurtz conradiano di Heart of darkness[40]), vittima di un’illuminazione tale da mostrargli la vita come un orrore, considerato folle e tuttavia idolatrato come un dio. Anch’egli decide della morte degli altri e, pur attendendola a sua volta, non sa darsela da solo: aspetta di essere ucciso da Willard, il suo doppio. Allo stesso modo, il viceconsole spara e si fa uccidere dalla sua immagine nello specchio (che rappresenta una sorta di doppio), senza peraltro morirne.
Egli però trova una forma di speranza, capace di superare la morte, nell’altro suo doppio: la figura femminile di Anne-Marie Stretter, che incarna il dolore di Calcutta e del mondo intero, e se ne fa carico attraverso una silenziosa tristezza, un lento torpore. È lei l’unica speranza possibile dopo Lahore, luogo in cui è affiorata l’intelligenza e il viceconsole ha perso per sempre la «felicità gaia»[41] della sua giovinezza.
«Felicità gaia» non è affatto una tautologia, perché esiste anche una felicità che non è gaia, per i personaggi durassiani, una felicità terribile, folle, lacerata di paura, come quella che provano Jeanne ed Ernesto amandosi, così come esiste anche una gioia vissuta attraverso la tristezza, l’unica che Anne-Marie possa provare. La felicità di Jeanne ed Ernesto non può essere gaia, perché sopraggiunge dopo la presa di coscienza, in un certo senso: dopo l’abbandono dell’Eden, dopo l’accettazione dell’umana sofferenza e del nonsenso metafisico dell’esistere.
Se Ernesto sembra abitare una zona dove si è esonerati dal dovere di sperare, il viceconsole al contrario ricerca una speranza nel delitto di Lahore, nella morte reale inflitta agli altri e in quella virtuale inflitta a sé, e nella sua contraddizione: nella novità dell’amore per una donna che addirittura «dà voglia di vivere»[42].
Claire Lannes e la menthe anglaise
Questo è dunque il percorso che sembra riguardare il viceconsole: intelligenza, gesto estremo, crimine.
Intelligente e criminale è anche Claire Lannes, rea confessa dell’omicidio della cugina. Essa è toccata da quel tipo di intelligenza che non rende, però, intelligenti. Claire afferma: «Non ero abbastanza intelligente per l’intelligenza che avevo e dirla l’intelligenza che avevo, non avrei saputo. […] Avrei voluto essere completamente intelligente»[43]. L’intelligenza è una qualità che non si tramuta sempre nell’essere effettivamente intelligenti, o almeno non nella stessa misura. Tant’è vero che Pierre Lannes, il marito di Claire, è – esattamente al suo opposto – troppo intelligente per l’intelligenza che ha.
Qual è la differenza cruciale? L’individuo intelligente è socialmente riconosciuto come tale, ossia si comporta secondo i canoni di quello che comunemente è considerato «essere intelligenti». Claire, così come Ernesto e il viceconsole, non lo fa. La donna ha ucciso la cugina, l’ha tagliata a pezzi e li ha gettati poi dal parapetto di un viadotto sui treni-merci di passaggio, diretti in varie direzioni. La ragione di questo delitto è dagli altri attribuita alla (vale a dire: socialmente riconosciuta come) follia.
Se il binomio intelligenza-follia è apparso finora inevitabile, tuttavia sembra sia proprio la presunta pazzia di Claire a impedirle di essere completamente intelligente. Secondo Alfonso – a quanto dice Pierre – se fosse riuscita a ragionare, sarebbe stata molto intelligente. Non sono soltanto gli altri a parlare dell’intelligenza e della follia di Claire, lei stessa ne parla in prima persona. Ed esprime pareri anche sull’intelligenza degli altri: del marito, appunto, ma anche di Alfonso, l’uomo che ama.
Di lei, il marito dice che è folle da sempre – di una follia, però, che non la separava completamente dagli altri – ma in qualche modo intelligente, perché in grado a volte di comunicare giudizi giusti sugli altri, e tuttavia incapace di apprendere: «Non le rimaneva dentro niente, era impossibile per lei imparare qualsiasi cosa»[44]. Claire sa solo le cose che inventa. Come Ernesto, anche lei non impara, quasi per non perdere quella conoscenza che già possiede. Un sapere non condivisibile, se non con chi è dotato della stessa forma di intelligenza.
Di sé, Claire racconta che era soprattutto nel suo giardino – dove coltivava la menta inglese, che mangiava per purgarsi[45] – che si sentiva intelligente. È lì, dove trascorreva da sola e in silenzio tutta la giornata – dopo essersi a lungo dedicata alla propria igiene personale e alla pulizia della propria camera, per non lasciare nulla dietro di sé, se non delle «pure tracce»[46]– che le arrivavano dei pensieri intelligenti. Ed è lì che, secondo il marito, la sua follia si mostrava appieno. Lì ancora, proprio vicino alla menta inglese, egli ha cercato invano la testa della cugina assassinata, unico pezzo non ancora ritrovato dalla polizia.
Claire sa che gli altri la definiscono folle per il reato commesso, ma afferma che tutti coloro che lo fanno stanno «dall’altra parte»[47], quella parte dove lei non è mai stata, nemmeno prima del crimine; e domanda: «La pazzia è una ragione?»[48].
C’è un uomo che, come lei, trascorre la vita in solitudine, tagliando la legna. Quell’uomo condivide la sua stessa forma di intelligenza: ha tutto per essere intelligente e tuttavia non lo è. Si tratta proprio di Alfonso, l’uomo che lei ama e attraverso cui avrebbe voluto e potuto «riprendere»[49] l’amore per eccellenza: la passione vissuta in giovinezza per l’agente di Cahors[50]. Come Ernesto e il viceconsole, dunque, anche Claire Lannes ama un simile, dotato di un’intelligenza uguale alla sua.
L’intelligenza dell’amore
In queste opere di Duras, dunque, gli amanti sembrano non poter amare che il loro doppio speculare. L’amore è possibile soltanto fra individui abitati da una comune intelligenza. Queste forme d’amore sono estreme: perché illecite, e perché esistono persino al di là della propria effettiva realizzazione. E forse proprio perché estremi, gli amori vissuti da questi personaggi non determinano un reale superamento del loro male.
Nonostante l’amore per la sorella, Ernesto l’abbandonerà e, «a dire di alcuni»[51], non per morire, ma per diventare uno scienziato in continuo viaggio per il mondo. La vera risoluzione, quindi, sarà piegare la propria intelligenza e la sapienza accumulata in maniera vantaggiosa, «normale», «adattiva», fino a non esserne più sopraffatto e a condurre una vita «più tollerabile»[52]. Tuttavia, non definirei questo finale ottimista, come fa Laura Kreyder nel saggio «Ah! Ernesto». Storia di un libro[53]. Per esercitare la propria intelligenza in modo normale, Ernesto perde l’origine stessa di questa intelligenza, ossia la propria famiglia, e Jeanne, l’unica cosa che aveva dichiarato di volere nella vita[54].
Neanche per il viceconsole è possibile un superamento: tutto ciò che può fare del suo amore è semplicemente affermarlo[55], è creare un «incidente pubblico»[56], che possa insegnare al resto dei presenti che «si può gridare un amore»[57].
Infine, nemmeno l’amore tra Claire e Alfonso – illecito perché lei è sposata con un altro uomo – si realizza: «ho sperato che mi amasse, Alfonso, che mi portasse nel bosco a vivere con lui, ma questo amore non è mai arrivato»[58].
L’intelligenza dei personaggi durassiani è una specie di malattia della morte[59]. L’individuo che ne è portatore (insano) scavalca gli steccati della ragione comune e apparente, fino ad approdare in quel luogo in cui si confondono i confini del bene e del male, del morale e dell’immorale, fino a compiere gesti estremi, incomprensibili, impossibili[60].
L’intelligenza è quel luogo di frontiera dove dimora Kurtz. È una malattia che non si supera nemmeno con l’amore per individui simili. L’unica risoluzione prospettata – ma solo per Ernesto – è piegare il sapere a un uso comune, lecito, «umano», pena però la perdita dell’amore stesso. Sembrerebbe allora in alcuni casi possibile tornare indietro, rimbarcarsi e ripercorrere il fiume in avanti, fino alla «civiltà». Abbandonare il luogo selvaggio della consapevolezza, ossia l’essere folli e lucidi al contempo: immagine paradossale e bellissima che Duras attribuisce persino a se stessa: «Sono diventata pazza in piena lucidità»[61].
[1] Marguerite Duras, India Song, Gallimard, Paris 1973, p. 99: «Vice-consul (déchirant): Quel est ce mal? Le mien? (Temps), Anne-Marie Stretter: L’intelligence». (Marguerite Duras, India Song – Hiroshima mon amour – Nathalie Granger – La donna del Gange, a cura e trad. di Angelo Morino, Mondadori, Milano 1990, p. 334.)
[2] Marguerite Duras, L’amante anglaise, Gallimard, Paris 1967, p. 163: «Je n’étais pas assez intelligente pour l’intelligence que j’avais». (Marguerite Duras, L’amante inglese, a cura di Edda Melon, trad. di Ginetta Vittorini, Einaudi, Torino 1988, p. 114.)
[3] Marguerite Duras, La pluie d’été, P.O.L., Paris 1990, p. 99: «l’intelligence c’ est si loin de nous et voilà qu’on l’a enfantée». (Marguerite Duras, La pioggia d’estate, trad. di Laura Frausin Guarino, Feltrinelli, Milano 1990, p. 76.)
[4] Ivi, p. 33: «cette sorte d’intelligence qui habitait Jeanne et Ernesto». (Nella trad. it. cit. a p. 25.)
[5] Ibidem: «région silencieuse». (Nella trad. it. cit. a p. 25.)
[6] Potrebbe sembrare piuttosto contraddittorio associare l’intelligenza all’amore, eppure ciò emerge anche in altre storie di Duras: ne L’après-midi de Monsieur Andesmas (Gallimard, Paris 1962, p. 41), per esempio, si legge: «Par commodité et peut-être aussi en raison de la défaillance de son vocabulaire, il la nomma celle de l’intelligence de l’amour de son enfant». (Marguerite Duras, Il pomeriggio del signor Andesmas, trad. di Gioia Zannino Angiolillo, Einaudi, Torino 1962, p. 29: «Per comodità e forse anche a causa della improvvisa deficienza del suo vocabolario, la chiamò la scoperta dell’intelligenza dell’amore della sua bambina».)
[7] Duras, Pluie d’été cit., p. 39: «c’est toi la plus géniale de l’univers…». (Nella trad. it. cit. a p. 30.)
[8] Ne L’amant, è dotato di intelligenza persino il corpo della protagonista: «Il discerne de moins en moins clairement les limites de ce corps, celui-ci n’est pas comme les autres, […] il s’étend au-delà de la vue, vers le jeu, la mort, il est souple, il part tout entier dans la jouissance comme s’il était grand, en âge, il est sans malice, d’une intelligence effrayante». (Marguerite Duras, L’amant, Minuit, Paris 1984, p. 121). (Marguerite Duras, L’amante, trad. di Leonella Prato Caruso, Feltrinelli 1985, p. 106: «Discerne sempre più vagamente i contorni di quel corpo, un corpo diverso dagli altri, […] si estende oltre la vista, verso il gioco, la morte, è duttile, partecipa tutto al piacere come se fosse adulto, se ne avesse l’età, senza malizia, è di un’intelligenza spaventosa». )
[9] Duras, Pluie d’été cit., p. 22: «à l’école on m’apprend des choses que je sais pas». (Nella trad. it. cit a p. 17.)
[10] Ivi, p. 46: «elle n’avait encore jamais dû servir, du tout, ni dans le bien, ni dans le mal». (Nella trad. it. cit. a p. 35.)
[11] Ivi, p. 15 : «L’arbre, après le livre brûlé, c’était peut-être ce qui avait commencé à le rendre fou». (Nella trad. it. cit. a p. 11.)
[12] Ivi, p. 117: «rien… que la déduction mathémathique…machinale…». (Nella trad. it. cit. a p. 89.)
[13] Ibidem: «Tout à coup, l’inexplicable… la musique… par exemple…». (Nella trad. it. cit. a p. 89.)
[14] Ivi, p. 58: «Ernesto avait dit que le vent c’était encore quelque chose d’autre qui s’appellait la connaissance». (Nella trad. it. cit. a p. 44: «Ernesto aveva detto che il vento era anche qualcos’altro, qualcosa che si chiamava conoscenza».)
[15] Ivi, p. 109: «Vous voyez, ma mère, qui n’a aucune espèce de connaissance apprise, rien, elle éprouve pourtant cette peur». (Nella trad. it. cit. a p. 83.)
[16] Ivi, p. 37: «J’ai compris quelque chose que j’ai du mal à dire encore». (Nella trad. it. cit. a p. 28.)
[17] Addirittura, l’autentica intuizione collide con la capacità di esprimerla verbalmente: «Écoutez, s’il y a des gens qui peuvent comprendre cette phrase, c’est eux, nos parents. Ils la comprennent à un tel point qu’ils n’peuvent pas en dire un mot.» (Ivi, p. 143). (Nella trad. it. cit. a p. 108: «Senta, se c’è qualcuno che può capire quella frase, sono loro, i nostri genitori. La capiscono a un punto tale che non riescono a dirne una parola».)
[18] Così come si può essere pensosi senza pensare o viceversa, come sembra implicare una delle domande che le voci degli invitati di Le vice-consul si pongono: «Est-il pensif, le vice-consul de France à Lahore? Ou pense-t-il?» (Marguerite Duras, Le vice-consul, Gallimard, Paris 1966, p. 114). (Marguerite Duras, Il viceconsole, trad. di Angelo Morino, Feltrinelli, Milano 1986, p. 75: «È pensoso, il viceconsole di Francia a Lahore? Oppure pensa?»)
[19] Duras, Pluie d’été cit., p. 95: «Au début, c’est lent et puis un jour on comprend tout. C’est d’un seul coup… c’est foudroyant». (Nella trad. it. cit. a p. 73: «All’inizio, è lento e poi un giorno si capisce tutto. Di colpo… una folgorazione».)
[20] Ivi, p. 144 : «La seule pensée de l’humanité, c’est ce manque à penser là, Dieu». (Nella trad. it. cit. a p. 109.)
[21] Ivi, p. 108: «retrouver le dehors». (Nella trad. it. cit. a p. 83.)
[22] Ivi, p. 81: «c’est pas la peine de souffrir». (Nella trad. it. cit. a p. 61.)
[23] Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto, in Ossi di seppia [1925], in E. Montale, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1979, p. 48.
[24] Eugenio Montale, La casa dei Doganieri, in Le occasioni [1939], Ivi, p. 199.
[25] Duras, Pluie d’été cit., p. 37 : «tout d’un coup j’ai eu devant moi la création de l’univers…». (Nella trad. it. cit. a p. 28.)
[26] Ivi, p. 125: «Je vous ai vus tous morts depuis mille ans». (Nella trad. it. cit. a p. 95.)
[27] Ivi, p. 133: «La peur. Elle est pas fixe, elle augmente… Elle rend fou…». (Nella trad. it. cit. a p. 101.)
[28] Da questo triangolo, il padre viene escluso. Ernesto non comunica con il padre, l’unica figura maschile con cui dialoga è il maestro, che ha da subito coscienza dell’amore che lo lega a Jeanne. Per il resto, Ernesto comunica essenzialmente con due donne: la madre e Jeanne. La prima capisce ciò che lui le dice in una maniera sotterranea, inintelligibile persino a lei; la seconda lo capisce perché è esattamente come lui, è Ernesto stesso.
[29] Soffermiamoci solo per un attimo sul rapporto di Duras con la madre e con il fratello minore ricalcato dal rapporto fra i tre personaggi di questa fiaba. In opere come L’amant e L’amant de la Chine du Nord, emerge l’ingombrante presenza della figura materna: causa di tutto, elemento di unione fra tre figli molto diversi tra loro – che allo stesso modo l’amano – e idea fissa capace di occupare qualsiasi immaginario infantile: «Je lui dis que dans mon enfance le malheur de ma mère a occupé le lieu du rêve. Que le rêve c’était ma mère et jamais les arbres de Noël, toujours elle seulement…» (Duras, Amant cit., pp. 58-59). (Nella trad. it. cit. a p. 53: «Gli dico che quand’ero piccola l’infelicità di mia madre occupava i miei sogni, sognavo mia madre, mai gli alberi di Natale, sempre e soltanto lei…». Angelo Morino ha giustamente sottolineato come, nelle opere di Duras, la figura paterna sia lasciata sempre sullo sfondo (Angelo Morino, La figlia dell’amante della Cina del Nord, in Duras mon amour. Saggi italiani su Marguerite Duras, Marcos y Marcos, Milano 1992, pp. 155-92; Angelo Morino, Il cinese e Marguerite, Sellerio, Palermo 1997). Aggiungerei che, se in Un barrage contre le Pacifique, il nucleo familiare è composto essenzialmente dalla madre, Suzanne e Joseph, nell’Amant la presenza di Pierre, il fratello maggiore, costituisce l’elemento di rottura. Egli è la figura negativa della famiglia, che vuole imporre le regole e l’autorità – anche riguardo al corpo della bambina bianca offerto al cinese miliardario – tipicamente «paterne». E tuttavia, anche in questo caso, egli diventerà assente, perché lascerà l’Indocina coloniale per l’Europa. In La pluie d’été, per concludere, la figura paterna esiste e non è autoritaria, tuttavia resta marginale rispetto al nucleo essenziale della famiglia.
[30] Duras, Pluie d’été cit., p. 15: «Mais fou comment, ils pensaient que jamais ils ne le sauraient». (Nella trad. it. cit. a p. 11.)
[31] Duras, India Song cit., p. 64: «cet homme vous force à penser à lui…». (Nella trad. it. cit. a p. 304.)
[32] Ivi, p. 96: «Je ne savais pas que vous existiez. […] Calcutta est devenue pour moi une forme de l’espoir». (Nella trad. it. cit. a p. 331.)
[33] Ivi, p. 99 : «(rire terrible): De vous?». (Nella trad. it. cit. a p. 334.)
[34] Ivi, p. 98: «Nous n’avons rien à nous dire. Nous sommes les mêmes». (Nella trad. it. cit. a p. 332.)
[35] Duras, Vice-consul cit., p. 127: «On dit: […] C’est la femme la meilleure de Calcutta…». (Nella trad. it. cit. a p. 82.)
[36] Duras, India Song cit., p. 46: «Voix 1: Prostitution de Calcutta. / Voix 2: Oui. Chrétienne sans Dieu. Splendeur». (Nella trad. it. cit. a p. 290.)
[37] Duras, Vice-consul cit., p. 114: «Cette abstinence c’est effroyable…». (Nella trad. it. cit. a p. 75.)
[38] Duras, India Song cit., p. 34: «Une lèpre, du coeur». (Nella trad. it. cit. a p. 282.)
[39] Ivi, p. 97: «Vous êtes en moi. […] Et vous tirerez avec moi sur les lépreux de Shalimar». (Nella trad. it. cit. a p. 332.)
[40] Joseph Conrad, Heart of darkness [1902], Penguin, London 1995, p. 118: «The horror!». (Joseph Conrad, Cuore di tenebra, trad. di Luisa Saravol, Garzanti, Milano 1990, p. 93.)
[41] Duras, Vice-consul cit., p. 83: «Le bonheur gai». (Nella trad. it. cit. a p. 57.) È interessante notare che nelle prime pagine de Le ravissement de Lol V.Stein, la voce narrante attribuisce ad Anne-Marie Stretter «un pessimisme gai» (Marguerite Duras, Le ravissement de Lol V. Stein, Gallimard, Paris 1964, p. 16). (Marguerite Duras, Il rapimento di Lol V. Stein, trad. di Clara Lusignoli riveduta da Leonella Prato, Feltrinelli, Milano 1989, p. 10).
[42] Ivi, p. 138: «Mme Stretter donne envie de vivre». (Nella trad. it. cit. a p. 89.)
[43] Duras, Amante anglaise cit. , p. 163: «Je n’étais pas assez intelligente pour l’intelligence que j’avais et dire cette intelligence que j’avais, je n’aurais pas pu. […] J’aurais voulu être complètement intelligente». (Nella trad. it. cit. a p. 114.)
[44] Ivi, p. 90: «Que rien ne restait en elle, que c’était impossible qu’elle apprenne quoi que ce soit». (Nella trad. it. cit. a p. 61.)
[45] Ivi, p. 190: «J’en mangeais quelquefois pour me nettoyer». (Nella trad. it. cit. a p. 132: «Ne mangiavo a volte per purgarmi».)
[46] Ivi, p. 170: «on’aurait rien trouvé derrière moi, pas une trace spéciale, rien que les traces pures». (Nella trad. it. cit. a p. 119: «non avrebbero trovato niente dietro di me, nessuna traccia speciale, solo le pure tracce».)
[47] Ivi, pp. 174-175: «Qu’ils disent ce qu’ils veulent, eux, ils sont de l’autre côté […] je n’ai jamais été de leur côté». (Nella trad. it. cit. a p. 122: «Dicano quello che vogliono, sono dall’altra parte […] non sono mai stata dalla loro parte».)
[48] Ivi, p. 169: «La folie est-elle une raison?». (Nella trad. it. cit. a p. 118: «La pazzia è una ragione?».)
[49] Ivi, p. 174: «on aurait repris l’amour, Cahors, ensemble». (Nella trad. it. cit. a p. 122: «avremmo ripreso l’amore, Cahors, insieme».)
[50] Anche l’amore della protagonista di Hiroshima mon amour, vissuto in giovinezza a Nevers, può essere «ripreso» attraverso un altro amore, che lei vive con un uomo giapponese a Hiroshima. Cfr. Marguerite Duras, Hiroshima mon amour, Gallimard, Paris 1960.
[51] Duras, Pluie d’été cit., p. 151: «Au dire de certains gens, Ernesto ne serait pas mort». (Nella trad. it. cit a p. 115.)
[52] Ivi, p. 152: «plus tolérable». (Nella trad. it. cit a p. 115.)
[53] Laura Kreyder, «Ah! Ernesto». Storia di un libro, in Duras mon amour 2, Lindau, Torino 2001, p. 104: «Alla fine della sua vita, Marguerite Duras diventa stranamente ottimista nei suoi libri. Yann Andréa Steiner e La pluie d’été hanno una conclusione aperta alla speranza».
[54] D’altra parte, sembra che quel tipo di amore estremo e illecito che lega Jeanne a Ernesto sia destinato necessariamente alla separazione. Anche l’altro amore incestuoso e «criminale» dell’opera durassiana, quello tra Agatha e suo fratello, infatti, non può che concludersi inevitabilmente con la partenza di lei. Cfr. Marguerite Duras, Agatha, Minuit, Paris 1981.
[55] Il desiderio si compie nelle parole. Così avviene anche nell’ultimo capitolo di Moderato Cantabile, in cui l’omicidio passionale, realmente compiuto nel primo capitolo, si ripete, in maniera virtuale, attraverso le parole dei due personaggi: « – Vorrei che foste morta, disse Chauvin. – È fatto, disse Anna Desbaresdes». (Marguerite Duras, Moderato Cantabile, Minuit, Paris 1958, p. 84: « – Je voudrais que vous soyez morte, dit Chauvin. – C’est fait, dit Anne Desbaresdes.» (Marguerite Duras, Moderato Cantabile, trad. di Raffaella Pinna Venier, Feltrinelli, Milano 1986, p. 91.)
[56] Duras, India Song cit., p. 99: «Un incident public». (Nella trad. it. cit a p. 334.)
[57] Ibidem: «[…] on peut crier un amour».
[58] Duras, Amante anglaise cit., p. 174: «j’ai eu l’espoir qu’il m’aime, Alfonso, qu’il m’emmène dans la forêt vivre avec lui, mais cet amour ne sera jamais arrivé.» (Nella trad. it. cit. a p. 121.)
[59] Cfr. Marguerite Duras, La maladie de la mort, Minuit, Paris 1982.
[60] Duras, Amante anglaise cit. , p. 137: «Ce que j’ai fait, c’est impossible, je le sais.» (Nella trad. it. cit. a p. 96: «Quello che ho fatto è assurdo, lo so».); Duras, Vice-consul cit., p. 128: «Il y a sur votre dossier le mot impossible». (Nella trad. it. cit. a p. 83: «Nel suo dossier c’è la parola impossibile».); Duras, India Song cit., p. 89: «Il a quelque chose de… d’impossible.» (Nella trad. it. cit. a p. 325: «Ha qualcosa di… di impossibile».)
[61] Duras, Amant cit., pp. 105-06: «Je suis devenue folle en pleine raison». (Nella trad. it. cit. a p. 92.)

“L’intelligenza dei personaggi durassiani è una specie di malattia della morte[59]. L’individuo che ne è portatore (insano) scavalca gli steccati della ragione comune e apparente, fino ad approdare in quel luogo in cui si confondono i confini del bene e del male, del morale e dell’immorale, fino a compiere gesti estremi, incomprensibili, impossibili[60].”
Ho riletto questo passaggio in particolare diverse volte. Non avrei saputo dirlo così bene, ma mi ci ritrovo completamente. In generale mi sono goduta tutto questo viaggio negli amati paesaggi durassiani.
Sempre brava Rosella.
sabrina