La foto di Ahmad Batebi

di  Nadia Agustoni

E’ ancora l’immagine più vivida della seconda rivoluzione iraniana. Un ragazzo che alza una maglietta insanguinata. Al di là di ogni parola. Le parole solo in parte raccontano la tragedia dell’Iran. Le denunce di Amnesty International e di altri organismi internazionali non hanno potuto far molto per i dissidenti. Le esecuzioni, dall’ anno della presa del potere da parte dei religiosi, non si contano e la tortura è pratica corrente. Ahmad Batebi ha subito la tortura, che ne ha minato la salute e due finte esecuzioni. La sua fotografia fece il giro del mondo. Gli costò l’arresto, il carcere e la condanna a morte. Finalmente libero è attualmente negli Stati Uniti

Da “Internazionale” del 18/24 luglio 2008: “ Appena arrivato negli Stati Uniti Batebi si è scattato una foto davanti al Campidoglio. L’ha pubblicata nel suo blog e ha scritto: “ le vostre mani non mi toccheranno mai più”.

Kader Abdolah, scrittore iraniano in esilio, in “La scrittura cuneiforme” (1) ha raccontato l’Iran prima, durante e dopo la rivoluzione del 1979 e il suo romanzo ripercorrendo la storia della sua famiglia finisce con la morte dell’anziano padre, uomo profondamente religioso. Quest’uomo per anni visiterà la figlia, oppositrice del regime degli ayatollah, in carcere. Urtato intimamente dagli accadimenti e dai soprusi che tocca con mano, morirà mentre segue in montagna le tracce di “Campanellina”, scappata con alcuni compagni dalla prigione. Tentando di aiutarla si perderà come lei.

“ Arrivarono nel cuore della notte. Entrarono in casa con le lanterne spente. Le donne li accolsero in silenzio. Nessuno osava piangere né dire qualcosa. La notte aveva nascosto Akbar e Campanellina.

La luce irruppe dalle finestre. lentamente spuntò il sole. Ma il giorno non portò nessuna notizia. I giorni vennero e passarono. Anche le notti. Nessuna notizia.

Uno dei primi giorni di primavera, mentre cercava erba nuova per il gregge, un pastore vide il suo cane correre verso una roccia. Il cane iniziò ad abbaiare. Il pastore si affrettò a raggiungerlo. Dietro alla roccia giaceva il cadavere di un vecchio. I suoi capelli grigi brillavano come argento lucido sulla neve appena caduta.” (2)

Il legame tra padre e figlia li accomuna nella morte in montagna e quello con il figlio, ormai in esilio, è restituito infine alla parola. C’è, nella lunga narrazione di Abdolah, la storia in minuscolo: gente che tesse tappeti e conosce poche cose, ma ha una forza misteriosa.

“ Aga Akbar non sapeva niente del grande mondo, ma conosceva le cose semplici. Sapeva che il sole splendeva e lo riscaldava, ma non sapeva, per esempio, che era una grande palla di fuoco. […] Le settimane, i mesi e gli anni non sapeva cosa fossero. […] Il tempo non aveva per lui significato.” (3)

La testimonianza di molti esuli iraniani sulla loro vita da quel lontano 1979 è spesso struggente. Ahmad Batebi è solo uno tra i tanti. Altri/e non sono nemmeno ascoltati. Kader Abdolah ha dato voce e significato ad un passato diverso da come lo immaginiamo. Diverso anche da come ce lo descrive chi compiace il regime. E l’Iran è vivo nonostante la nostra indifferenza.

Note:

1. Kader Abdolah, La scrittura cuneiforme; Iperborea 2003
2. Ibidem; pag. 315
3. Ibidem; pag. 17

E qui il link di Internazionale

http://www.internazionale.it/cartoline/cartolina.php?id=19762&issue_id=346&oid=53

La foto è tratta da qui.

2 pensieri su “La foto di Ahmad Batebi

  1. renatamorresi

    Scrisse Schopenauer a Goethe: “E’ il coraggio di confessare tutto, affrontando qualunque domanda, che fa il filosofo. Questi deve essere come l’Edipo di Sofocle che, cercando di far luce sul suo terribile destino, persegue la sua ricerca instancabile, anche quando intuisce l’orrore che lo attende in risposta. Ma la maggior parte di noi si porta nel cuore una Giocasta che implora Edipo di non andare più oltre, per amor del cielo”.
    (C’è un’area di confine in cui non andare oltre per sopravvivere diventa non andare oltre per inetto egoismo.)
    Grazie di averci ricordato la storia di Batebi, Nadia.
    Un abbraccio,
    r

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  2. nadia agustoni

    Eppure al presente non manchiamo di filosofi Renata.
    Son protetti, stanno nelle accademie, potrebbero parlare.
    Alcuni fingono anche di farlo, se c’è qualche convenienza per loro. A volte penso che non avremo mai più un Socrate da processare.

    Aggiungo una nota su Abdolah Kader. Era, ai tempi dello shah, un militante comunista, come sua sorella. Prima dell’esilio, dopo il 1979, aveva già alle spalle una lunga lotta per la libertà.

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