Tempesta di sabbia

Minsk ha gli occhi stanchi.
Servono per lavorare, dice. Quando siamo dentro li tiene socchiusi.
Sembra sempre che dorma, e quando parla, il fatto che non ti guarda negli occhi induce a pensare stia recitando un mantra, a se stesso.
Minsk è un altro ammasso di cellule sotto questo sole, che graffia.
E’ dura da spalare la sabbia. La tempesta l’ha gettata come una glassa impazzita su tutto.
Dove sono nato io, racconta, mai vista una cosa cosi. La tempesta però, aggiunge, al tramonto è bellissima.

Minsk è dentro per noie con l’ufficio immigrazione.
Quando arrivano i documenti dall’ambasciata esco, dice ognitanto.
Quando lo dice, i suoi occhi si aprono, di colpo.
L’azzurro del cielo, duro come una tavola smaltata, si riflette nel suo sguardo.
Minsk, prossimo mese, saranno tre anni che è qui con noi.
Di tempeste ne ha viste parecchie. Ormai sa come deve comportarsi.
Arriviamo, il giorno dopo sul furgone che tossisce fumo, facendo marmellata con la sabbia che solleva.
Scendiamo e puliamo la strada, e la collina.
Da dietro le tendine, ormai non ci guardano più. Ognitanto un bambino le solleva, e ci osserva, giusto per il tempo che un adulto lo strattoni via, lasciando dondolare la stoffa dietro i vetri.
Lavoriamo duro.
Ogni volta, dopo la tempesta.
Una notte di queste me ne andrò, diceva.
Barava.
La sabbia se l’è portato via, come un fantasma.

Non erano nemmeno le otto di mattina.

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